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Sugar tax: Assobibe sostiene che è inutile. Ma 50 Paesi la adottano e in Italia non si chiede il parere ai nutrizionisti

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Pubblichiamo una lettera inviata dal direttore di Assobibe (associazione di categoria dei produttori di bevande analcoliche)  in relazione a un recente  articolo sulla sugar tax  apparso su ilfattoalimentare.it.

Gentilissimo direttore, le scrivo in merito all’articolo dal titolo “Funziona la sugar tax? Altri due studi dicono di sì, mentre si indaga sui processi mentali dietro il consumo di bibite“, pubblicato sul ilfattoalimentare.it lo scorso 10 dicembre 2021. Essendo chiamati in causa nell’articolo in oggetto, riteniamo utile sottolineare alcuni aspetti a beneficio dei lettori. Gli studi citati non dimostrano l’efficacia diretta della tassa sulla salute, ma solo un fenomeno ampiamente noto che è la riduzione delle vendite di prodotti tassati. Gli stessi, inoltre, analizzano gli effetti a breve termine della tassa sulle bevande analcoliche negli USA, ma come afferma la stessa Lisa Powell, autrice dello studio, non vi sono dati scientifici che dimostrino l’efficacia a lungo termine sulla salute1. In alcuni Paesi queste misure sono state decise oltre 20 anni fa e ciò nonostante non ci sono pubblicazioni scientifiche che dimostrino che il calo dei consumi abbia un qualunque impatto misurabile sul piano clinico sul trend di alcune patologie quali, ad esempio, obesità o diabete. Inoltre, non si comprende come l’efficacia della c.d. “sugar tax” in Italia possa essere valutata tramite l’analisi di realtà americane (Seattle e Portland) molto distanti dal nostro Paese per cultura, dieta, livelli di sovrappeso/obesità, nonché consumi di bibite (inferiori di oltre la metà). Negli USA, ad esempio, i soft drinks sono la prima fonte di assunzione di zuccheri diversamente dall’Italia, dove peraltro i consumi di bibite zuccherate sono in calo costante da 10 anni. Poco aiuta inoltre l’analisi degli effetti di un’imposta strutturalmente diversa da quella italiana, che si applica anche alle versioni prive di zucchero o impatto nutrizionale. L’efficacia della misura va parametrata sui dati di riferimento nazionali, perché le risposte sono spesso molto diverse nei diversi Paesi. Altro aspetto che ci sembra interessante condividere con i lettori è che gli effetti della sugar tax cambiano da Paese a Paese: se uno dei citati studi riporta un aumento non significativo del consumo di altri prodotti zuccherati, uno studio condotto in Messico sulla tassa dimostra che il taglio delle calorie e dello zucchero prodotto nel primo anno di applicazione della tassa sulle bevande zuccherate è stato compensato da un incremento delle calorie e dello zucchero proveniente dall’acquisto di cibo e bevande non tassati2. Se dovessimo applicare i risultati emersi da questi studi alla realtà italiana, il 19% di minori vendite stimato si tradurrebbe in un taglio medio di 2,5 calorie al giorno rispetto alle 2000/2500 calorie quotidiane assunte dai cittadini italiani.  Questa è la dimostrazione ulteriore degli effetti impalpabili di questa misura in Italia, e di conseguenza della inutilità anche sul piano nutrizionale.

David Dabiankov Lorini ( direttore generale Assobibe)

sugar tax zucchero

La risposta della redazione

Gentile direttore Assobibe, chi sostiene che la tassa sullo zucchero non funziona è malinformato. Si tratta di giustificazioni utilizzate in modo pretestuoso da una parte dell’industria alimentare e dalle lobby del settore. La realtà è leggermente diversa. La sugar tax sulle bibite, e solo in qualche caso sulle merendine, è applicata in circa 50 paesi (in questo articolo di due anni fa descriviamo le iniziative). In molti casi si tratta di una risposta all’invito dell’Oms di promuovere azioni per ridurre il consumo di zucchero. Come riferito su Obesity Reviews, il risultato è stato che, in media, a una tassa del 10% corrisponde un calo del consumo di bevande zuccherate della medesima entità.

Certo, quando si parla di tassa sullo zucchero, la scelta da fare è tra gli interessi dei cittadini e quelli delle lobby. D’altro canto la riduzione di zuccheri, sale e grassi nella dieta quotidiana è una necessità in tutti i Paesi occidentali e anche in Italia, se si vuole affrontare in modo serio il problema dell’obesità. L’eccesso di zuccheri nella dieta è ritenuto dall’Oms un importante fattore di rischio per la salute. In Italia ne consumiamo il doppio rispetto a quanto consigliato e questo dato dovrebbe prevalere su qualsiasi argomentazioni di tipo economico.

Il Fatto Alimentare nel mese di gennaio 2019 ha inviato all’allora ministra della Salute Giulia Grillo una lettera firmata da 340 medici, nutrizionisti, dietisti e pediatri per chiedere che in Italia venga introdotta una tassa del 20% sulle bibite zuccherate, da destinare a progetti di educazione alimentare. Tra coloro che hanno espresso parere positivo sulla sugar tax ci sono personalità come l’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, il direttore dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, e il direttore del Dipartimento di nutrizione per la salute e lo sviluppo dell’Oms, Francesco Branca. La lettera è stata sottoscritta e condivisa anche da 10 società scientifiche che si occupano di nutrizione, tra le più accreditate in Italia. I 250 milioni che potrebbero entrare nelle casse dello stato, dovrebbero essere destinati esclusivamente a iniziative contro l’obesità e il sovrappeso (considerando che il problema interessa il 30% dei bambini e il 45,1% degli adulti).

La vicenda è stata ignorata dalla ministra della Salute di allora, forse più sensibile alle argomentazioni di Federalimentare, Assobibe e Coldiretti e alla narrazione sugli scarsi risultati ottenuti negli altri Paesi. Il mondo dei nutrizionisti e delle più autorevoli società scientifiche italiane è schierato a favore della sugar tax, ma i politici e i ministri preferiscono ascoltare l’industria alimentare dei prodotti da forno e delle bibite zuccherate. L’aspetto bizzarro è che sui giornali e in tv sono mancate allora come adesso le interviste, i commenti  e i pareri dei nutrizionisti e degli esperti di alimentazione, che difficilmente potrebbero schierarsi contro la sugar tax.

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Roberto La Pira

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Roberto La Pira
Giornalista professionista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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3 Commenti

  1. Avatar

    Se non capisco male, Assobibe, non contesta che “…in media, a una tassa del 10% corrisponde un calo del consumo di bevande zuccherate della medesima entità”, come scrivete nella replica, ma che “…il calo dei consumi abbia un qualunque impatto misurabile sul piano clinico sul trend di alcune patologie quali, ad esempio, obesità o diabete”. Per giudicare dell’utilità di una tassa del genere, questo punto mi sembra cruciale

  2. Avatar

    Gli argomenti di Assobibe sono certamente di parte, ma sono solidissimi, nessuna tassa non ha mai scoraggiato il consumo di alcunchè, soprattutto in Italia, dove balzelli tasse imposte diritti taglie canoni ritenute trattenute tributi vengono applicati per i motivi più eterogenei, vedasi le accise sulla benzina “provvisorie in emergenza”… come quella per la guerra d’Etiopia (sì, ok, non esiste più con quel nome, altra magia italica quella di cambiare la realtà dandole un nome aggiornato, Gattopardo docet).

    Quindi o le bevande zuccherate verranno tassate del 400%, e spariranno dal mercato, o i consumatori mugugneranno un po’ su quel 20% loro estorto per farne quello che vogliono (sì, ok, certo,”progetti di educazione alimentare”… magari ci pagheranno le conferenze di Panzana Shiva) e continueranno a comprare la Fanta a 1,20 invece che a 1, con buona pace degli illusi che credono che pochi centesimi scoraggino persone che in fila passano la notte all’addiaccio per accaparrarsi a 1000 Euro al pezzo il nuovo ciofecofonino.

    • Roberto La Pira

      Sono così convinto che una campagna di informazione seria in tv e altri progetti di educazione alimentare nelle scuole possono portare a una riduzione del consumo.