Nuovo allarme sul TFA: il PFAS presente in acqua e alimenti è ora classificato come tossico per la riproduzione.
L’acido trifluoroacetico (TFA) è uno dei PFAS più diffusi nell’ambiente ed è presente nelle falde acquifere e superficiali, nelle precipitazioni, nell’acqua potabile e nelle acque minerali, oltre che in cereali, ortaggi, frutta e vino. Il TFA è stato ufficialmente classificato dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) come sostanza tossica per la riproduzione.
Cos’è il TFA?
Il TFA può derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi PFAS, ma anche da gas refrigeranti, aerosol e altre sostanze impiegate nell’industria chimica. L’elevata persistenza e mobilità ambientale ne favoriscono l’accumulo nel ciclo dell’acqua e nelle colture agricole, rendendone particolarmente difficile il controllo della diffusione. La classificazione dell’ECHA come sostanza tossica per la riproduzione si basa su studi che hanno evidenziato effetti sullo sviluppo fetale negli animali, tra cui malformazioni, alterazioni del sistema immunitario e della tiroide e possibili effetti sulla fertilità.
Alla luce di queste evidenze, PAN Europe ha chiesto all’Unione Europea di vietare i pesticidi PFAS che generano TFA. Al momento non esistono però divieti specifici, anche se la decisione rappresenta un passaggio importante che potrebbe influenzare le future scelte normative della Commissione europea e degli Stati membri nell’ambito delle politiche di riduzione dei PFAS.
Una sostanza quasi ubiquitaria
La presenza del TFA non riguarda solo fiumi, falde acquifere e terreni agricoli. Negli ultimi anni la sostanza è stata rilevata anche in diverse acque minerali commercializzate in Italia, contribuendo ad accendere l’attenzione pubblica sul problema. Un test di Altroconsumo, di cui avevamo parlato in questo articolo, ha individuato tracce di TFA in marchi molto diffusi, portando a una revisione dei giudizi assegnati a prodotti noti come Acqua Panna, Levissima, Maniva, Esselunga Ulmeta e Saguaro Lidl. Al contrario, altre acque, tra cui Ferrarelle, San Benedetto Eco Green fonte Benedicta, Blues Eurospin fonte Sant’Antonio e Conad Valpura, sono risultate prive di contaminazione rilevabile o con livelli considerati conformi.

L’esposizione al TFA non avviene però soltanto attraverso l’acqua. Ormai si tratta di una contaminazione diffusa dell’intero ciclo agroalimentare, tanto che la stessa Commissione europea ha chiesto a EFSA ed ECHA una valutazione approfondita sul comportamento del TFA nel suolo, nelle acque e nelle colture.
Il TFA nel vino
Diverse indagini di laboratorio e rapporti ambientalisti condotti in Italia hanno rilevato la presenza di TFA nei vini. Uno studio scientifico pubblicato nel 2026 sulla rivista Food Control, primo screening sistematico del TFA in Italia, ha rilevato concentrazioni particolarmente elevate della sostanza anche nei vini italiani, con valori fino a oltre 400 microgrammi per litro. Già nel 2025 un’indagine europea aveva segnalato la presenza di TFA in tutti i vini recenti analizzati, compresi alcuni campioni italiani.
Anche i risultati di un’analisi pubblicata dalla rivista Il Salvagente nel dicembre 2025, condotta su 15 marchi molto noti di Prosecco, hanno rilevato la presenza di TFA in tutti i campioni esaminati, con concentrazioni comprese tra 38.000 e 60.000 ng/L. Tra i vini analizzati figuravano etichette ampiamente diffuse come Mionetto, Cinzano, Martini, Bolla, Bortolomiol, Villa Sandi, Valdo, Astoria e Carpenè Malvolti.

Oltre al TFA, i laboratori hanno individuato residui di numerosi pesticidi, in alcuni casi fino a dieci principi attivi differenti nella stessa bottiglia. Si tratta di un dato particolarmente significativo perché il vino, essendo il risultato diretto del rapporto tra suolo, acqua e coltivazioni, può rappresentare anche una sorta di ‘sentinella ambientale’ della diffusione dei PFAS nell’ecosistema agricolo. I test hanno evidenziato una contaminazione diffusa che riguarda sia l’agricoltura convenzionale sia quella biologica.
Come ridurre l’esposizione al TFA
La classificazione del TFA come sostanza tossica per la riproduzione non implica un rischio immediato per i consumatori, poiché il rischio dipende dai livelli effettivi di esposizione. Eliminare completamente il contatto con questa sostanza è oggi difficile, data la sua diffusione nell’ambiente, ma alcune scelte possono contribuire a ridurlo: utilizzare sistemi di filtrazione dell’acqua efficaci contro i PFAS, privilegiare alimenti freschi e poco trasformati, lavare accuratamente frutta e verdura, evitare padelle antiaderenti deteriorate e limitare l’uso di prodotti e materiali contenenti composti fluorurati, come alcuni cosmetici, tessuti e imballaggi.
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Collaboratrice de Il Fatto Alimentare, biologa nutrizionista con PhD in medicina molecolare e traslazionale e un master in “Cibo e Società: politiche e pratiche dei sistemi agro-alimentari”. Lavora come project manager per interventi di educazione alimentare a diversi livelli ed è consulente di ricerca presso l’Università di Milano-Bicocca. Nei suoi articoli si occupa principalmente di nutrizione, benessere ed educazione alimentare, con un approccio scientifico e attento alle implicazioni sociali del cibo.


