La raccolta di erbe spontanee vive una nuova stagione di popolarità. Crescono però anche le raccomandazioni sulla sicurezza: dalla corretta identificazione delle specie ai contaminanti presenti nell’ambiente.
Negli ultimi anni la raccolta di erbe spontanee è uscita dalla nicchia degli appassionati, riportando alla ribalta una tradizione antichissima. Complice anche la pandemia, il foraging è diventato un hobby sempre più diffuso: si moltiplicano pagine social dedicate all’argomento, corsi e guide per imparare a riconoscere e utilizzare le specie commestibili, ma anche piccoli volumi illustrati dedicati alle piante spontanee più comuni, come Tra le erbe del campo (Aboca Edizioni). La crescente popolarità delle piante spontanee, però, ha anche riportato l’attenzione sulla necessità di raccoglierle in modo consapevole. La sicurezza, infatti, non dipende soltanto dal riconoscere una pianta commestibile, ma anche dal luogo in cui è raccolta e dalle modalità di consumo.
Gemelle diverse, i rischi dello scambio di specie
Il primo punto critico è la corretta identificazione delle specie. Le piante spontanee commestibili possono essere molto simili ad altre tossiche e gli errori di riconoscimento continuano a rappresentare una delle principali cause di intossicazione. Lo dimostra uno studio francese pubblicato nel 2024 su Toxins, che ha analizzato tutti i casi di confusione tra piante commestibili e velenose gestiti dal Centro antiveleni di Marsiglia tra il 2002 e il 2023. In 22 anni sono stati registrati 2.197 episodi di intossicazione, che hanno coinvolto 321 specie diverse. Più della metà delle persone ha manifestato sintomi, ma soltanto lo 0,5% dei casi è stato classificato come grave e in tutto il periodo è stato registrato un solo decesso.
Gli errori più frequenti riguardano specie dall’aspetto molto simile, per esempio lo scambio tra oleandro e alloro, tra colchico e aglio orsino e tra stramonio e spinaci. In altri casi le conseguenze possono essere molto più gravi: l’unico decesso registrato nello studio è stato causato dall’ingestione di aconito (Aconitum napellus), confuso con una pianta selvatica commestibile raccolta sulle Alpi francesi.
I casi italiani
Anche in Italia negli ultimi anni non sono mancati episodi di intossicazione dovuti allo scambio tra piante spontanee commestibili e specie velenose. Negli ultimi anni diversi casi hanno coinvolto la mandragora (Mandragora autumnalis), le cui foglie possono essere confuse con quelle della borragine o degli spinaci. Nel 2017 due coniugi morirono dopo aver preparato un risotto con i fiori di colchico d’autunno (Colchicum autumnale), scambiati per zafferano selvatico (Crocus biflorus). Negli ultimi anni, inoltre, si sono verificati diversi richiami di spinaci freschi contaminati accidentalmente da infestanti tossiche, come mandragora e stramonio (in questo articolo trovi l’ultimo caso). Episodi di questo tipo ricordano che anche chi raccoglie specie ben conosciute dovrebbe prestare particolare attenzione al riconoscimento delle piante e, in caso di dubbio, evitare il consumo (vedi infografica in fondo all’articolo).

Erbe spontanee, rischi chimici e microbiologici
Ma identificare correttamente una pianta non è sufficiente per garantirne la sicurezza. Un recente rapporto tecnico realizzato nell’ambito del programma EU-FORA dell’EFSA ricorda che le piante spontanee possono accumulare contaminanti presenti nell’ambiente in cui crescono, come metalli pesanti, residui di pesticidi e altri inquinanti. Per questo motivo è importante evitare la raccolta lungo strade trafficate, nelle vicinanze di aree industriali, di campi coltivati dove possono essere impiegati fitofarmaci o di terreni potenzialmente contaminati.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la contaminazione microbiologica. Le piante raccolte in natura possono infatti ospitare microrganismi patogeni, soprattutto se consumate crude. Per valutare i principali rischi microbiologici associati a questi prodotti, gli autori hanno analizzato le notifiche del sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi (RASFF) relative a erbe aromatiche e spezie: il batterio segnalato più frequentemente era Salmonella, seguito da Bacillus cereus, Escherichia coli, Listeria monocytogenes e Clostridium perfringens.
Il documento sottolinea infine che le piante spontanee rappresentano una risorsa alimentare interessante dal punto di vista nutrizionale e ambientale, ma evidenzia anche la necessità di accompagnarne la crescente diffusione con una corretta valutazione dei rischi. La riscoperta del foraging, insomma, può essere un’opportunità per recuperare conoscenze tradizionali e ampliare la biodiversità della dieta, a patto che chi lo pratica abbia le conoscenze necessarie per riconoscere le specie e raccoglierle in sicurezza.
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Giornalista professionista, redattrice de Il Fatto Alimentare. Biologa, con un master in Alimentazione e dietetica applicata. Scrive principalmente di alimentazione, etichette, sostenibilità e sicurezza alimentare. Gestisce i richiami alimentari e il ‘servizio alert’.




