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Pesce e sostenibilità, ridurre l’impatto dell’industria ittica è possibile. Anche grazie ai consumatori

Un documentario uscito recentemente sulla piattaforma Netflix (Seaspiracy, di cui abbiamo parlato qui) ha puntato lo sguardo sullo sfruttamento dei mari e la pesca, gestiti in modo non sostenibile, a livello globale. Il film, criticato per un utilizzo non sempre preciso e piuttosto sensazionalistico dei dati e delle interviste, ha suscitato un certo scalpore anche perché ha usato modalità comunicative di forte impatto, raggiungendo le coscienze di un grande pubblico. In realtà racconta fatti purtroppo già noti: i rapporti pubblicati periodicamente dalla Fao segnalano da anni lo sfruttamento degli oceani a livelli superiori alle possibilità biologiche di rinnovamento, fenomeno che oggi interessa il 34% dei mari a livello globale, e che nella regione del Mediterraneo e Mar Nero arriva al 75%.

Diverse organizzazioni ambientaliste si occupano da tempo di questi temi e fra queste sicuramente Greenpeace. Abbiamo intervistato Giorgia Monti, responsabile delle campagne mare per l’associazione. “Da anni ormai denunciamo la situazione in cui versano gran parte dei mari e degli oceani, con popolazioni ittiche gravemente impoverite. – Dice Monti – Bisogna tenere presente, però, che se da un lato è necessario regolamentare lo sfruttamento dei mari da parte delle devastanti flotte messe in acqua dai Paesi ricchi, dall’altro bisogna salvaguardare il diritto alla pesca delle popolazioni costiere. Miliardi di persone che, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dipendono dalle risorse ittiche per il proprio sostentamento.”

pesce ghiaccio casse polistirolo
Da anni la Fao e le associazioni ambientaliste denunciano lo sfruttamento eccessivo di mari e oceani da parte delle grandi flotte commerciali

Mentre i pescatori del Senegal vedono le loro reti svuotarsi, le grandi flotte straniere depredano i mari per rifornire direttamente o indirettamente le nostre tavole: oltre a quello pescato per il consumo umano, c’è anche il pesce destinato a diventare mangime per le specie allevate.

“In questo momento Greenpeace è presente in particolare nell’Oceano Indiano dove la situazione è preoccupante: – segnala Monti – è urgente un accordo internazionale, che regoli le attività in alto mare, prevedendo anche zone protette in cui la pesca sia bandita. È necessario affrontare il problema irrisolto delle catture illegali, e proibire alcune tecniche devastanti, che sono tuttora autorizzate.” Fra queste, si segnala l’impiego di reti derivanti d’altura (o spadare): enormi reti, lunghe anche più di 20 km, il cui uso è stato bandito dalle Nazioni Unite oltre 30 anni fa. Inoltre, nonostante alcune aziende si fossero impegnate per ridurne l’uso, continuano a essere utilizzati i cosiddetti Fad, sistemi (autorizzati) per aggregare i grandi pesci e rendere più efficace la loro cattura. 

“I Fad sono devastanti – sottolinea Monti  – e possono contribuire a ridurre drasticamente le popolazioni delle specie ittiche più ricercate dal punto di vista commerciale, come quella del tonno pinna gialla, che giunge su tutte le nostre tavole come tonno in scatola. Un altro problema di cui parliamo da tempo, ancora irrisolto, è quello delle catture accessorie: tecniche di pesca come le reti derivanti d’altura, o i palangari, catturano una grande quantità di animali privi di valore commerciale ma fondamentali per gli ecosistemi marini, come squali, delfini e tartarughe, che sono pescati per errore e ributtati in acqua, ormai morti o quasi. Per questo motivo, la popolazione di squali nell’Oceano Indiano in questi anni è crollata dell’85%. Per arginare una tale devastazione sarebbe necessario mettere a punto tecniche più specifiche, e potenziare i controlli nei porti. Non dimentichiamo poi – continua Monti – il grave problema legato ai diritti dei lavoratori, che in alcuni contesti sono letteralmente trattati come schiavi.”

Per ridurre l’impatto ambientale del consumo di pesce è opportuno ridurre le quantità e variare le specie acquistate

Dobbiamo quindi smettere di mangiare pesce? “Questa non ci pare una soluzione proponibile. – Dice Monti – È opportuno piuttosto ridurne il consumo, mangiando pesce solo una volta a settimana, e abbandonare le solite 4-5 specie (orata, branzino, tonno e salmone) per preferire quelle locali, da scegliere in base alla provenienza e alla stagione. Chi si rivolge a piccoli pescatori artigianali, vede che il pesce disponibile cambia nel corso dell’anno: per ridurre il nostro impatto dovremmo rifarci a questa esperienza. Chi non vive vicino al mare può individuare pescherie sensibili a questi aspetti o utilizzare le piattaforme online di vendita diretta.”

Fare una spesa più consapevole, e dunque ragionata, è il consiglio che dà anche Valentina Tepedino, veterinaria esperta del settore ittico e direttrice di Eurofishmarket. “Sarebbe opportuno acquistare il pesce variando le specie nell’arco del tempo (settimana, mese, anno), nell’interesse delle risorse ittiche, del gusto, dell’ambiente, del portafoglio e anche della nostra salute. – Dice Tepedino – E sicuramente sarebbe utile conoscere e sperimentare le specie tipiche nostrane spesso dimenticate. Per questo si dovrebbero organizzare progetti di formazione, a partire dalle mense scolastiche (come il progetto Pappa Fish, di cui abbiamo parlato qui). Chi fa la spesa tende a “mangiare con gli occhi” anziché considerare l’origine del prodotto, e per noi italiani è molto importante la taglia. Questo, per pesci come la sogliola, la gallinella e la triglia, spesso ci porta a preferire specie differenti da quelle tipiche nostrane, come la triglia atlantica al posto della triglia di scoglio o la gallinella atlantica al posto della gallinella, solo perché di taglia maggiore.”

donna compra pesce
La maggior parte degli acquisti di pesce avvengono al supermercato, quindi le catene dovrebbero investire di più sulle specie nostrane

“L’idea di comprare il pesce dal pescatore è apprezzabile ma poco praticabile, perché la maggior parte degli acquisti ormai vengono fatti al supermercato. – Continua Tepedino – Le catene dovrebbero investire di più e più concretamente sul pesce nostrano, mettendo in atto progetti per sostenere il consumo del prodotto locale e acquistando, quando possibile, direttamente dalle cooperative di pesca. Sarebbe importante anche migliorare la formazione degli addetti alla vendita, che potrebbero consigliare i consumatori orientandoli verso scelte più sostenibili.”

“In Europa i controlli, per quanto riguarda la pesca legale, sono in generale efficaci, quindi il pesce che troviamo sul banco, almeno nei punti vendita “ufficiali” è catturato legalmente. – Fa notare l’esperta. – Per i prodotti provenienti in particolare da alcune aree extra-UE non ci sono sempre queste garanzie e la pesca illegale potrebbe rappresentare un problema per gli aspetti legati all’ambiente, alla risorsa ma anche alla tutela della salute pubblica. In questo senso potrebbero essere utili le certificazioni di sostenibilità, che però non sempre si dimostrano del tutto affidabili. A mio avviso sono gli stessi governi che dovrebbero prendersi la responsabilità attraverso norme che definiscano chiaramente la sostenibilità e organi di controllo che verifichino le certificazioni anche in collaborazione con gli enti ad oggi già accreditati. Sia per la pesca che per l’acquacoltura sarebbero necessarie quindi norme più chiare in merito e informazioni più concrete e comprensibili per i consumatori che decidono di acquistare prodotti certificati come più sostenibili.”

finti gamberi new wave food panino
C’è chi propone di sostituire il pesce con prodotti alernativi, come i “gamberetti vegetali”

Il film Seaspiracy termina proponendo come alternativa sostenibile il consumo di “gamberetti vegetali”, prodotti a partire da fagioli mung e alghe. È questa la soluzione? “Non credo – dice Tepedino – non solo perché i prodotti ittici sono pescati e soprattutto allevati in modo sempre più sostenibile, proprio per preservare risorsa e ambiente, ma anche perché il consumatore sta diventando sempre più esigente a questi aspetti “obbligando” anche i distributori meno sensibili a diventare sempre più attenti. Inoltre il sistema ittico rappresenta un settore che dà occupazione a milioni di persone e soprattutto il pesce è una fonte di nutrienti molto importanti e non così semplici da sostituire con un prodotto “alternativo” come i gamberetti vegetali o simili.”

“Non sono nemmeno sicura che la produzione di questi ultimi sia veramente sostenibile come o più dei veri gamberetti. – Prosegue Tepedino –In questo senso, sarebbe allora preferibile secondo me mangiare direttamente i fagioli mung e le alghe preparati secondo ricette più semplici. C’è anche, a mio parere, una sorta di contraddizione tra la richiesta di prodotti “naturali” e magari senza additivi e la scelta di prodotti totalmente costruiti in laboratorio. Infine credo che sia importante ricordare che tutti gli abitanti di questa Terra devono avere la stessa opportunità ad accedere a fonti alimentari efficienti… Questi nuovi prodotti “vegetali” sono e saranno anche sostenibili economicamente e accessibili a tutti?”

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com, New Wave

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Roberto La Pira

  Valeria Balboni

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Un commento

  1. Avatar

    “Infine credo che sia importante ricordare che tutti gli abitanti di questa Terra devono avere la stessa opportunità ad accedere a fonti alimentari efficienti…”

    come il pesce 😀

    disse disinteressatamente la direttrice di Eurofishmarket*
    (*promozione delle aziende del settore ittico, italiane ed estere, e dei loro prodotti più esclusivi)

    Non esiste pesca sostenibile, acquacoltura sostenibile, allevamenti iittici sostenibili, quando gran parte dei 7,8 miliardi di abitanti del pianeta vive nel consumismo più becero.

    Rimane il profitto ad ogni costo, il mero tornaconto personale, e i posti di lavoro da preservare.

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