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Esselunga: in vendita limoni dal Sudafrica. “Ma conviene proprio?” Chiede una lettrice

Nel supermercato Esselunga di Milano di via Solari in questi giorni vendono limoni provenienti dal Sudafrica. In più la segnalazione della provenienza non è sull’etichetta generale: si rimanda all’etichetta della reticella, al contrario di quanto accade con quasi tutto il resto di frutta e verdura, come per evitare che le persone lo vedano. La domanda è: è indispensabile importare i limoni in Italia da un paese così lontano, con un’impronta ambientale incredibilmente alta? E in tempi di aumenti dei prezzi, quanto paga, il consumatore, questo trasporto dall’altra parte del mondo? Se ci fosse un’etichetta ambientale chiara il consumo sarebbe più consapevole
Agnese – Milano

La risposta di Esselunga. In assortimento non abbiamo solamente limoni esteri ma anche limoni italiani. In questo momento abbiamo il tipo verdello in rete da 1 kg, che si vede anche nella parte superiore della fotografia inviata dal lettore (vedi immagine sotto). In controstagione importiamo anche limoni esteri perché il prodotto nazionale non sarebbe sufficiente a soddisfare i volumi richiesti.  Quando il prodotto proviene da più paesi indichiamo nel cartello da vetrina origine: vedi etichetta.

esselunga
Nell’assortimento di Esselunga ci sono limoni esteri ma anche italiani.

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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18 Commenti

  1. Cliente Esselunga

    Il problema e proprio questo: soddisfare i volumi richiesti. Ancora con la strategia che bisogna avere sempre tutto. Solo per poter vendere e nient altro. I limoni dal Sudafrica perché i volumi interni non soddisfano la richiesta? Le persone vivono anche senza limone se proprio è neccessario.

    • Possiamo vivere senza acqua calda, senza riscaldamento, senza automobili, non si pone il problema x le prugne in inverno le pere dall’argentina, i fagiolini dal Marocco o Egitto, le arance dal Sudafrica. Suvvia le leggessimo le etichette vedremmo i fagioli e lenticchie dal Canada, il suo commento è troppo semplicistico

  2. Se i consumatori imparassero a leggere le etichette, il problema si risolverebbe da solo dopo il primo carico di limoni invenduti…

  3. Nei prodotti bio vi e’ la dicitura. UE/non UE non specificando il Paese di produzione. Penso che per il consumatore sia insufficiente tale scritta a maggior ragione per un prodotto bio Vogliamo sapere il Paese di origine

    • Se si tratta di prodotti ortofrutticoli, per tutti (convenzionali o biologici) l’indicazione del Paese di produzione (eventualmente, anche della Regione) è obbligatoria, assieme a numerose altre.

      Per esempio, per i limoni, servono anche ragione sociale di chi ha confezionato, la categoria (extra, prima o seconda), il calibro, l’eventuale uso di conservanti (solo per i limoni convenzionali, dato che non sono ammessi in quelli biologici), eccetera.

      Questo in base al Reg.(CE) n. 1799/2001 del 12/09/01 (Norme di qualità dei limoni), ma analoghe norme sono previste per tutte le principali produzioni ortofrutticole dalle mele agli scalogni, dalle banane ai pinoli.

      Troverà le diciture “Agricoltura UE”, “Agricoltura non UE”, “Agricoltura UE/non UE”, che fanno riferimento all’area di produzione agricola degli ingredienti, solo nei prodotti biologici trasformati.

      Per regolamento europeo (reg. UE n.848/2018) solo quando almeno il 95% degli ingredienti derivi da un Paese determinato, è possibile indicare il nome di quel Paese (“Agricoltura Italia”), se si desidera, anche dettagliando la Regione.

      Il che sta a dire che su delle lenticchie umbre troverà indicato per forza “Agricoltura Italia” o “Agricoltura Italia/Umbria”), su dei datteri troverà per forza “Agricoltura non UE” (o “Agricoltura Tunisia”), su un succo di mele biologiche del Trentino troverà necessariamente “Agricoltura Italia” (o “Agricoltura Italia/Trentino”), ma su un biscotto che sia realizzato con farina, uova e burro italianissimi e con cacao e zucchero di canna (necessariamente di produzione extra UE) l’etichetta sarà inevitabilmente “Agricoltura UE/non UE”.

      Se l’azienda lo ritiene utile, nulla le impedisce di usare un claim “da frumento italiano” e/o “con zucchero di canna di Cuba”, quel che conta è che ci sia “Agricoltura UE/non UE”.

      Segnalo tuttavia che le informazioni presenti su un qualsiasi prodotto biologico sono molte di più di quelle presentate su un prodotto convenzionale.

  4. Ho notato anch’io questo particolare dell’origine dei limoni, mi hanno proposto il limone verdello di origine italiana. Mi chiedo se nel paese degli agrumi come sia possibile che siamo costretti, se vogliamo consumare italiano, ad acquistare il limone verdello, ma avete provato a consumarlo? Io ho acquistato limoni italiani biologici in un ‘altra catena commerciale, dunque……

  5. In verità i Limoni provenienti dal Sudafrica li vendono in tutte le catene di supermercati dell’Italia intera.
    La bugia starebbe nel fatto che il sottoscritto vivendo al Sud, a due passi dalla Calabria e della Sicilia non capisce perché non attingere dalle suddette regioni un prodotto più controllato, più genuino, “locale” in modo che aiuti il consumo nazionale e, infine evitando la percorrenza di migliaia di chilometri, che contribuisce all’inquinamento, il buco nell’ ozono ecc.ecc.argomenti
    che permettono il lungo ” filosofeggiare” dei falsi ed ipocriti ambientalisti.

  6. Buongiorno.Innanzitutto e parlo professionalmente,se c’è tanta domanda e’ commercialmente accettabile la risposta di chi vende,anche perche’ caro lettore,siamo anche noi ,che contribuiamo alla famosa richiesta,magari non Lei caro cliente Esselunga,ma persone come lei. Detto questo,il vero problema puo’ mostrarsi in questo…1 raccolta dei limoni,1000 volte peggio paragonato allo gia’ esistente sfruttamento che c’e’ in Italia e non solo, sia del tipo monetario e sia del tipo di abuso su minori.2 le sostanze nocive che impregnato i prodotti, benché si dicano che i prodotti esteri siano controllati nei loro parametri di utilizzo di diserbanti e quant’altro, ma e’ anche vero, che si effettuano sporadici controlli all’arrivo in Italia.Spero tanto in una cosa…che il comprare limoni africani, possa dare un piccolo contributo migliorativo per tutta l’Africa…….ma ho i miei dubbi.Grazie…un cittadino qualunque…ma con l’orgoglio di essere Italiano…Stefano.

  7. La storia dei limoni dal Sudafrica ritorna ogni estate.

    Riporto quanto ho scritto sull’argomento altrove.

    Nel nostro emisfero i limoni che maturano da luglio a dicembre (il limone rifiorisce tutto l’anno) sono tutti VERDI, e questo tutti gli anni; diventerebbero gialli (semplifico) solo se la temperatura minima scendesse sotto i dieci gradi, il che in genere in estate non succede.

    Il limone VERDE è “meno buono” di quello GIALLO?
    No, assolutamente, ma nella percezione del consumatore deve essere GIALLO (non si dice “GIALLO limone”?), quello verde, al più, va bene per sgrassare i piatti (“con vero succo di limone VERDE”).
    Il consumatore non compra i limoni VERDI, li vuole GIALLI.

    Il limone estivo (VERDE) si può deverdizzare stufandolo in celle sature di etilene (deriva dal cracking del metano) a elevata umidità, facendo così degradare la clorofilla (che è VERDE).

    Il processo riduce turgore, aromi, serbevolezza e aumenta la suscettibilità ai funghi, quindi in genere è combinato con trattamenti fungicidi (Imazalil o altro) che rendono quantomeno a buccia non edibile e il cui utilizzo è obbligatorio indicare.

    Chi da luglio a natale voglia limoni italiani si metta l’animo in pace e li compri VERDI, se li vuole GIALLI, saranno italiani deverdizzati con etilene (e in genere con fungicidi) o importati dall’altro emisfero (a volte con fungicidi, a volte no), non incolpi GDO e importatori, gli danno quel che lui vuole, se comprasse limoni VERDI (di stagione!) non servirebbe importare limoni GIALLI dal Sudafrica.

    In ogni caso, meglio comprare limoni biologici, non conoscono Imazalil, nè d’estate nè d’inverno.

    P.S.: siccome qualcuno dirà che suo suocero nel Cilento ha in giardino un albero di limoni giallissimi, anticipo la risposta: sono sinceramente lieto per suo suocero, ma per fare un autotreno con rimorchio da avviare a grossisti presso un mercato generale del nord dovrebbe avere 240 quintali di limoni, che non ha.

    Se la produzione arrivasse a 2 quintali, la potrebbe caricare su un Apecar 50 e, facendo attenzione in curva, li potrebbe portare a un paio di fruttivendoli dei dintorni.

    Se ne ha 30 chili, bastano al consumo del suo nucleo familiare (sempre che la famiglia non sia numerosa) e non si risolve il problema.

    • La ringrazio per le interessanti osservazioni.
      Tutti i consumatori andrebbero sensibilizzati e informati:
      per poter “scegliere” bisogna prima di tutto “sapere”.

  8. Una VERGOGNA, importare limoni da un paese così lontano mentre la produzione italiana rimane sugli alberi perché non conviene neanche raccogliere i frutti, oggi più che mai bisogna sostenere l’economia locale, garanzia di freschezza e qualità, alla grande distribuzione la VERGOGNA di essere spregiudicati a scapito della garanzia e sicurezza dei consumatori.

  9. Analizzando pacatamente la questione da avvocato del diavolo devo ammettere che i limoni verdelli qualche volta risultano duri da spremere e sembra abbiano meno succo del normale.
    I limoni nostrani producono naturalmente tre fioriture a cui segue il frutto : il primo fiore autunnale, poi quello invernale e il bianchetto primaverile.
    I frutti relativi diventano gialli a maturazione perchè le temperature basse interrompono la fotosintesi e subentrano le xantofille della specie di colore giallo sulla buccia.
    La quarta fioritura che produce i verdelli è una forzatura, ormai usuale, che avviene giocando con l’irrigazione e la concimazione ma il processo accade a temperature ambientali decisamente alte, molto alte; il frutto per difendere la sua integrità produce una buccia un pò più spessa e le vescicole che contengono il succo risultano più resistenti alla pressione, il succo ci sarebbe ma bisogna usare attrezzi adatti alla spremitura energica.
    Poi se le temperature esterne sono troppo alte e il terreno disperde l’irrigazione troppo in fretta si può verificare di avere frutti meno succosi della norma. Anche le piante vecchie o non ben potate possono dare lo stesso antipatico risultato.
    Conoscendone le caratteristiche dal verdello si ottiene ottimo succo con tutte le proprietà desiderate.
    Detto questo quindi non può essere giustificata l’abitudine a prendere prodotti che attraversano mezzo mondo, il più delle volte trattati con conservanti nocivi per mantenerli integri, dato che devono durare a lungo……..questo tra l’altro vuol dire che il consumatore usa un alimento vecchio di svariate settimane o anche di più.
    Sul prezzo del prodotto al consumatore ……beh il mercato globale sfrutta alla perfezione le condizioni socio-economiche del sud del mondo creando concorrenze che stanno in piedi solo perchè i costi ambientali delle colture intensive e del commercio intercontinentale non sono mai conteggiate a carico di chi li produce. Non ancora e forse mai.

  10. Non capisco, ci sono le nostre mele saluzzesi nei negozi di Dubai, ed i nostri meloni mantovani a Sidney. Perché non dovremmo comprare limoni sudafricani? Mi pare la polemica dei kiwi cileni. Quelli italiani costano di più e non sanno di nulla ma la gente si indigna se si comprano quelli cileni che costano meno e che sono più buoni.

    • Per come la vedo io, bisognerebbe comprare solo frutta e verdura di stagione, e se un prodotto è disponibile sul mercato locale non ha senso acquistarne uno che deve viaggiare per migliaia di chilometri. Non pretendo certo di consumare banane italiane, ma kiwi buoni si trovano anche da noi.
      Attorno a Dubai c’è il deserto, per forza di cose devono importare frutta e verdura, noi non abbiamo questa esigenza.
      Quindi per quanto mi riguarda i buonissimi kiwi cileni o della Nuova Zelanda possono rimanere sugli scaffali, così come le fragole a febbraio, l’uva a marzo, etc.
      Sono i consumatori che con le loro scelte indirizzano l’offerta…
      PS: per quanto riguarda i meloni mantovani a Sidney, ovviamente vale lo stesso discorso: anche gli australiani dovrebbero prediligere meloni locali (se esistono) e lasciare sugli scaffali i nostri che hanno percorso mezzo emisfero per arrivare nei loro negozi

  11. Io non capisco perchè i limoni siano venduti in retina, io a volte voglio comprare 1 limone, sono obbligata a comprare la retina, ne uso uno e gli altri ammuffiscono in frigo, oppure mi devo inventare qualcosa per usarli. insomma se ne voglio uno perchè ne devo prendere 4-5? e poi il prodotto nazionale non è sufficiente? oppure i volumi di richiesta sono alti solo perchè non si vogliono vendere sfusi?

    • Forse le spese di confezionamento di commercializzazione e di packaging inciderebbero troppo sui costi e quindi sul prezzo di vendita. Per acquistare pezzi singoli può sempre rivolgersi a un fruttivendolo o a un mercato rionale.

    • IO trovo i limoni sfusi anche nella grande distribuzione…

  12. Buongiorno,

    mi fa piacere che ogni tanto la questione dei limoni italiani in competizione con quelli stranieri assurga all’onore della cronaca, perché evidentemente continua a essere un problema sentito da alcuni consumatori. Io stesso, nell’ormai lontano 2019, avevo sottoposto la questione al Fatto Alimentare. Evidentemente – ahimè! – dal 2019 ad oggi non è cambiato niente. Poco tempo fa leggevo, sempre su questo sito (https://ilfattoalimentare.it/frutta-tropicale-made-in-italy-boom.html), che nel sud d’Italia alcuni coltivatori stanno riconvertendo le colture poco redditizie per dedicarsi alla coltivazione dei frutti tropicali, i quali, grazie al cambiamento climatico, incominciano a trovare anche da noi un clima favorevole per la crescita (es. gli avocado). Se magari i limoni italiani fossero più promossi nei banchi dei supermercati, vendendoli anche sfusi, forse si incoraggerebbe la nostra produzione, evitando il passaggio a colture nuove e non tradizionali.

    Grazie e cordiali saluti.

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