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Prodotti biologici: è possibile risalire all’azienda produttrice e al paese di origine? La risposta di Roberto Pinton di AssoBio

Gli italiani sono sempre stati attenti all’origine dei prodotti alimentari e con la vicenda della quarantena lo sono diventati ancora di più. Un po’ per i timori legati a una filiera troppo lunga ma, soprattutto, per poter selezionare cibo “Made in Italy ” per contribuire a sostenere l’economia del paese. Pubblichiamo la domanda di una lettrice sulle aziende agricole biologiche e a seguire la risposta di Roberto Pinton, segretario di AssoBio.

Vorrei chiedervi se noi consumatori possiamo risalire facilmente, magari con una ricerca in internet, alla provenienza/luogo della coltivazione dei prodotti biologici con la relativa etichetta in cui viene indicato il numero dell’operatore controllato nel marchio della coltivazione biologica (l’etichetta verde per intenderci). Ho notato una grande differenza di prezzo nelle confezioni di ceci biologici italiani già cotti. Le marche prese in esame sono Alce Nero (in vetro) e Coop Vivi verde (in lattina) e mi piacerebbe conoscere dove vengono coltivati questi prodotti.
Shana

La risposta di Roberto Pinton, segretario di AssoBio.

Il consumatore può risalire agevolmente:
a) all’azienda che ha curato la trasformazione del prodotto. Al di là del marchio commerciale (mettiamo Vivi verde) in etichetta si trova il codice dell’azienda che ha effettuato l’ultima operazione sul prodotto. Basta visitare il sito del Sistema informativo agricolo nazionale, che riporta l’elenco degli operatori biologici italiani e con una veloce ricerca si ottiene ragione sociale e indirizzo (l’indirizzo dello stabilimento, peraltro, è generalmente riportato in etichetta);

b) all’origine della produzione agricola, che è obbligatoriamente indicata in etichetta in prossimità del logo europeo. L’indicazione è espressa come “Agricoltura UE” quando la materia prima agricola è stata coltivata o allevata nell’UE, “Agricoltura non UE” quando è stata coltivata o allevata in paesi terzi, “Agricoltura UE/non UE” quando parte della materia prima agricola è stata coltivata o allevata nella Comunità e parte in un paese terzo.
L’indicazione “UE” o “non UE” può essere sostituita dall’indicazione di un paese nel caso in cui tutte le materie prime agricole di cui il prodotto è composto siano state coltivate o allevate in quel paese.

Prodotti biologici
È possibile risalire all’azienda e al paese di origine dei prodotti biologici?

Si potrà quindi trovare “Agricoltura Italia” nel caso che almeno il 98% degli ingredienti agricoli sia stato ottenuto in Italia (va da sé che lo stesso criterio vale anche per gli altri Paesi: l’etichetta di un Camembert biologico indicherà “agricoltura Francia”) o “Agricoltura Svizzera”
Perché il 98% e non il 100%?
Perché molte ricette prevedono l’uso di un pizzico di spezie o erbe aromatiche: la presenza dello 0,2% di pepe non modifica la romanità di una cacio e pepe, così come quella di un pizzico di vaniglia del Madagascar non modifica l’italianità di un biscotto.
Purtroppo le indicazioni vanno riportate nel formato tassativo previsto dal regolamento europeo (articolo 24 del reg.834/2007). In una confettura realizzata con fragole biologiche italiane e zucchero di canna biologico cubano non è possibile indicare «Agricoltura Italia/Cuba», ci si deve proprio limitare a indicare «Agricoltura UE/non UE».
Vero è che l’azienda potrebbe specificarlo altrove in etichetta, ma in genere evita di farlo: un’etichetta con la frase   obbligatoria «Agricoltura UE/non UE» e a fianco anatra dicitura facoltativa del tipo “Fragole italiane, zucchero di canna da Cuba” creerebbe un po’ di confusione.

Ovviamente l’organismo di controllo e le autorità di vigilanza sono in grado di conoscere in qualsiasi momento l’origine di ogni ingrediente di un prodotto, stanti gli obblighi di tracciabilità che impongono di documentare il dettaglio del lotto di provenienza di ciascuno di essi.
Roberto Pinton

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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7 Commenti

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    Tonino Riccardi

    Gli ingredienti specificati creerebbero confusione ??? Già. Fragole italiane zucchero Cuba in effetti è difficilissimo da capire!

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    Manuela Sdrulla

    L’esempio riportato è molto interessante. Se invece le Fragole sono dal Marocco, e lo zucchero dalla Spagna la dicitura è sempre «Agricoltura UE/non UE» oppure «Agricoltura non UE/UE»?
    grazie

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    rpberto pinton

    Quando siano presenti (in qualsiasi proporzione) ingredienti UE e non UE la dicitura obbligatoria rimane “agricoltura UE/non UE”.
    Gli operatori sin dal 2007avevano espresso la loro contrarietà a questa definizione (indicare “UE/non UE” equivale a indicare “pianeta Terra”, dicitura del tutto inutile, dato che non sono note coltivazioni al di fuori del pianeta), ma non c’è stato verso.
    Anche se con questa sintesi (a seconda dei casi Italia, UE, non UE, UE/non UE), i prodotti biologici forniscono comunque questa informazione già da 13 anni (reg.834/2007), i prodotti non biologici lo fanno, e solo in piccola parte, da meno di due mesi (reg.775/2018, che si applica dal 1 aprile 2020), con lo stesso meccanismo.

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    Chiedo scusa se esco dal seminato, però nel titolo si parla di “…è possibile risalire all’azienda produttrice e al paese di origine…” e allora pongo una domanda. I prodotti surgelati Bonduelle (tipicamente verdure) non recano la dicitura relativa alla zona di coltivazione e allo stabilimento di lavorazione, ma solo l’indirizzo della ragione sociale dell’azienda, quindi non si può sapere da dove vengono i piselli? Spiace anche perché sembra che siano buoni, e la ditta è blasonata. Chiedo lumi, grazie.

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    guido barbieri

    il biologico puro e’ solo quello che si coltiva nel proprio orto o balcone il resto purtroppo non e’ chiaro anche se vi sono sicuramente produttori giovani che fanno veramente biologico, troppi enti di controllo del biologico che non sempre sono attenti al prodotto denominato biologico ( SOLO INTERESSE ECONOMICO )

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    Roberto Pinton

    @gabriele:
    Se parliamo di prodotti biologici, Bonduelle è tenuta, come tutti gli altri operatori, a indicare la zona di produzione dei prodotti agricoli (in prossimità del logo europeo e con le opzioni indicate nei post precedenti: Italia, UE, non UE, UE/non UE).
    L’indicazione non è richiesta per i prodotti non biologici (è peraltro possibile a titolo volontario).

    In generale (non limitatamente ai prodotti biologici), per quanto riguarda la sede dello stabilimento, come saprà, la situazione è ingarbugliata: Il fatto alimentare ne ha scritto diffusamente, per esempio veda prima https://ilfattoalimentare.it/sede-dello-stabilimento-2018.html e poi https://ilfattoalimentare.it/dario-dongo-legge-stabilimento-origine.html.
    In sostanza: la norma europea non impone l’indicazione (che è comunque assolutamente possibile a titolo volontario), la norma italiana la impone per i prodotti realizzati in Italia (non per quelli realizzati in altri Paesi), ma non avendo avuto un iter conforme alla normativa europea è priva di effetto e va disapplicata.
    La responsabilità non va affatto attribuita al legislatore europeo, ma a quello nazionale, che non ha rispettato le procedure (se lo avesse fatto, la norma sarebbe giuridicamente vincolante)

    La mancata indicazione dello stabilimento (ma controlli bene la confezione: anche se l’indicazione non è obbligatoria, la maggior parte delle aziende la fornisce) può significare che il prodotto è stato realizzato, poniamo, in Francia (e nemmeno la legge nazionale disapplicabile ne avrebbe richiesto l’indicazione), o nel bergamasco, ma l’azienda ha deciso di non adeguarsi alla norma nazionale (che è disapplicabile, giusta sentenza della diciottesima sezione civile del tribunale di Roma)…

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    Roberto Pinton

    @guido barbieri

    Il report dell’audit svolto dalla Direzione generale Salute e sicurezza alimentare della Commissione europea in Italia nel giugno 2018 al fine di valutare il sistema di controlli ufficiali per la produzione biologica indica “I controlli degli operatori sono pianificati ed effettuati in maniera adeguata dagli organismi di controllo e comprendono un numero sufficiente di ispezioni e campionamenti supplementari basati sul rischio”, che “È messo in atto un sistema appropriato per garantire la tracciabilità dei prodotti in tutte le
    fasi” e dà atto che il riesame annuale effettuato dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali tramite la Direzione generale della prevenzione e del contrasto alle frodi agroalimentari dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari è in generale in grado di rilevare eventuali carenze nelle prestazioni degli organismi di controllo.

    La relazione conclude che l’Italia ha seguito in maniera soddisfacente le raccomandazioni che erano
    state formulate in seguito all’audit precedente (2013) e conferma che l’Italia ha applicato efficacemente la maggior parte delle azioni correttive richieste.
    La relazione formula comunque raccomandazioni a cui le autorità italiane hanno risposto dettagliando le azioni che mirano a migliorare l’attuazione delle misure di controllo.

    Il documento, completo degli impegni delle autorità competenti italiane, è accessibile a pagina https://ec.europa.eu/food/audits-analysis/audit_reports/details.cfm?rep_id=4079.

    Come qualsiasi altra attività umana (pubblica e privata) la situazione è certamente migliorabile, ma la frequenza di considerazioni quali “appropriato”, “adeguato” o “soddisfacente” sembrano suggerire che le sue considerazioni siano ingenerose e non del tutto documentate.

    Qualora abbia evidenze di comportamenti omissivi da parte di organismi di controllo, la invito comunque a segnalarle a pref.direttore@mpaaf.gov.it o, se preferisce la PEC, a pref.direzione@pec.politicheagricole.gov.it.