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La presenza della Peste suina africana (Psa) è stata rilevata il 7 gennaio 2022 in provincia di Alessandria, con il ritrovamento di una carcassa di cinghiale infetto. Adesso le carcasse rinvenute sono 537, con un forte incremento nelle ultime settimane che preoccupa seriamente perché il flusso sembra inarrestabile. Per la precisione va detto che il primo contatto dell’Italia con la Peste suina africana risale al 1978 in provincia di Cagliari. Il virus è stato introdotto sull’isola verosimilmente in seguito all’introduzione di rifiuti alimentari provenienti dall’aereoporto militare di Decimomannu. Successivamente la malattia si è diffusa all’interno della Sardegna dove, a distanza di quarantacinque anni, non è ancora stata debellata. I nuovi focolai di questi mesi in Liguria Piemonte e Lazio non traggono origine dalla Sardegna ma, probabilmente da cibo e rifiuti proveniente dall’est-Europa arrivati in Italia in modo irregolare.

Stiamo parlando di una malattia virale, non trasmissibile alle persone, che colpisce suini e cinghiali e per la quale non esiste una cura o un vaccino. Il problema è che la peste suina, per la sua alta contagiosità, mette a serio rischio l’economia agroalimentare del settore suinicolo. L’infezione al momento sembra essere circoscritta ai cinghiali selvatici presenti in alcune zone di Piemonte, Liguria e Lazio. Il piano di sorveglianza ed eradicazione adottato dall’Italia pubblicato lo scorso gennaio 2023, ha l’obiettivo di evitare che l’infezione si trasmetta ai suini domestici. Per questo si cerca di ridurre progressivamente le aree interessate per limitare il numero di cinghiali infetti che diffondono il virus con i loro spostamenti.

cinghiali in un prato
La peste suina africana continua a mietere vittime tra i cinghiali selvatici in alcune regioni italiane

Secondo Assosuini, senza interventi immediati e mirati il rischio sarà l’espandersi dell’infezione agli allevamenti presenti in Lombardia ed Emilia-Romagna, dove si concentrano i due terzi dei suini allevati in Italia destinati alla produzione del prosciutto San Daniele e di Parma, porterebbe a effetti disastrosi per l’obbligo di abbattimento di tutti i capi. Il blocco delle esportazioni dall’Italia di carni suine e salumi andrebbe così a incidere a livello economico con la perdita di grosse quote di mercato.

Poche settimane fa è stato nominato un secondo commissario nazionale per la Psa che però, come il suo predecessore, non dispone delle necessarie risorse e finora le iniziative per arginare la peste suina non si sono rivelate soddisfacenti: basti dire che nel giro di un anno l’area interessata è più che raddoppiata. Alla base delle cause dell’incremento dell’infezione, le tempistiche e le risorse economiche non sufficienti alla costruzione di recinti strutturati sono state alla base delle cause dell’incremento dell’infezione. Occorre avviare un nuovo protocollo al più presto, vista la mancanza di campagne di sensibilizzazione dei sindaci e dei cittadini che non sanno come comportarsi nel caso di ritrovamento di una carcassa di cinghiale. Da non sottovalutare il problema dell’autogestione delle regioni o il caso della provincia di Roma dove il commissario non ha messo in atto un protocollo per bloccare l’infezione a causa delle problematiche legate alla gestione dei rifiuti e alla presenza di cinghiali in città che complica la situazione.

Big organic free range pig close up
Si teme che i focolai di peste suina africana possano estendersi fino alle aree della Lombardia e dell’Emilia-Romagna dove sono concentrati gli allevamenti suini

Secondo Assosuini, il Belgio e la Repubblica Ceca hanno messo a punto protocolli di intervento riconosciuti come valido esempio nel controllo della Psa. I protocolli  prevedono limitazioni ferree delle zone infette e delle zone cuscinetto, all’interno delle quali non deve più essere praticata nessuna attività umana. All’interno di queste zone, che devono assolutamente essere recintate, vanno costituiti dei corridoi chiusi che permettano di abbattere tutti i cinghiali presenti della zona infettata, evitando che essi scappino ed infettino altre zone. Il Belgio, a proposito, ha finanziato 300 km di recinti in collaborazione con Francia e Lussemburgo, investimento che ha portato i suoi frutti. Si rende poi necessaria l’eliminazione di tutte le carcasse infettate attraverso protocolli rigidi di biosicurezza.

La criticità della situazione è denuncia anche da Confagricoltura, secondo cui il 95% delle carcasse ritrovate deriva da segnalazioni e non da una sorveglianza attiva. Questo significa che nessuno va alla ricerca dei cinghiali infetti e che le azioni di depopolamento annunciate non si sono mai tradotte in interventi concreti. Anche la realizzazione di barriere per delimitare le zone infette si è rivelata di difficile realizzazione per cui le operazioni di abbattimento dei cinghiali sono risultate poco efficaci e la peste suina si sta diffondendo a macchia d’olio e le prospettive sono tutt’altro che rosee.

Forse servirebbe un approccio diverso che però nessuno sembra voler percorrere e domandarsi se la strategia messa in atto sia corretta o se bisognerebbe gestire il dilagare della PSA cercando di interagire con l’ambiente con una diversa gestione della fauna selvatica. Cha la caccia non sia la soluzione ma il problema? Ma su questo argomento torneremo presto.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, AdobeStock

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Fabrizio de Stefani
Fabrizio de Stefani
22 Marzo 2023 14:35

La Peste suina africana (Psa) è comparsa per la prima volta in Italia in Sardegna, nel 1978 nella provincia di Cagliari, verosimilmente in seguito all’introduzione di rifiuti alimentari provenienti dall’aereoporto militare di Decimomannu. Successivamente la malattia si è diffusa all’interno dell’Isola dove, a distanza di quarantacinque anni, non è ancora stata debellata.

Claudio
Claudio
22 Marzo 2023 17:12

“Che la caccia non sia la soluzione ma il problema?”

Guai a dirlo, si viene subito additati come “nazi-ambientalisti-animalari” dai fucilatori per hobby e passione.

Claudia
Claudia
25 Marzo 2023 09:16

Che gli allevamenti intensivi e quindi l’elevata concentrazioni di animali in poco spazio sia anche una parte del problema? Forse questa peste suina ci farà rivedere illustro modo aberrante di trattare gli animali….spero…ma non sono ottimista.

Domenico Bazzani
Domenico Bazzani
25 Marzo 2023 14:22

Sono curioso di sapere poi come la caccia sia eventualmente un problema.

Roberto La Pira
Reply to  Domenico Bazzani
26 Marzo 2023 17:54

Nei prossimi ci sarà un articolo che spiegherà i problemi collegati alla caccia

Paolo Debernardi
Paolo Debernardi
25 Marzo 2023 17:15

Articolo oggettivo.
Siamo purtroppo alla Fiera dell’impotenza, condita con deliranti invocazioni all’intervento salvifico dell’Esercito.
Il cinghiale ha una strategia riproduttiva come quella dei roditori. I suoi incrementi sono esponenziali;
E’ una specie onnivora.
E’ una specie che trova cibo al suolo e questo neppure gela più in inverno per effetto del riscaldamento climatico.
E’ una specie sociale e intelligente.
Ha un territorio disponibile che si incrementa ogni anno con l’abbandono di molte aree.
Ma sta colonizzando anche le aree urbane dal Giappone a Hong Kong da Berlino, Varsavia a Roma. La città è prima di tutto un rifugio più ospitale e tranquillo di molte campagne ad agricoltura intensiva. Poi ,dopo, viene il cibo messo a disposizione anche dalla popolazione.
E’ biologicamente una macchina da guerra.
Quindi il depopolamento è una farsa. Non ci sono ad oggi metodi per controllare direttamente ed efficacemente la specie (caccia compresa). Anche tentando l’impossibile, probabilmente i costi, gli impatti ambientali e i rischi supererebbero i benefici.
Quindi la Peste suina è al momento l’unica speranza di controllare, a livello globale, la specie dopo 40 anni di colpevole incapacità di comprenderne l’ecologia. Incapacità collettiva di Cacciatori, Agricoltori e Ambientalisti. E’ un’amara verità che costerà economicamente punti di PIL nazionale ma è anche un’occasione unica per ripensare gli allevamenti intensivi, la nostra alimentazione e la nostra convivenza con il mondo animale.

sandro passerini
sandro passerini
25 Marzo 2023 20:00

Articolo interessante, e sicuramente l’azione illustrata portata avanti dal Belgio, è una soluzione da intraprendere anche in Italia, ma visto il tipo di territorio ci vorrà molto impegno per azzerare il pericolo.

marco ruffini
marco ruffini
26 Marzo 2023 10:48

“che la caccia non sia la soluzione ma il problema ” me la spiegate per favore ? Premetto che non sono cacciatore . Come contenere la PSA se non con la caccia ben fatta?

Roberto La Pira
Reply to  marco ruffini
26 Marzo 2023 18:17

Presto altri articoli chiariranno la questione

Piero
Piero
26 Marzo 2023 12:33

Purtroppo si tratta di un “film già visto”, quello della Xylella fastidiosa. La nostra totale incapacità di concretizzare in tempi rapidi ed efficaci piani attivi di controllo e eradicazione.
La PSA è come una bomba ad orologeria quando “scoppierà” nell’Appennino parmense, con il totale blocco dell’export di prosciutto sarà “troppo tardi” e la colpa? di nessuno !!!!

Valerio
Valerio
27 Marzo 2023 00:00

In primo luogo, i cinghiali selvatici non frequentano gli allevamenti intensivi, che sono chiusi e recintati, senza possibilità di contatto con i selvatici. I contatti tra cinghiali e suini allevati potrebbero esserci nel caso di piccoli allevamenti familiari, biologici e semibradi, in cui i maiali dispongono di aree all’aperto, ma anche in questo caso i maiali eventualmente contagiati non escono dall’allevamento per fare vita sociale e contagiare altri capi, ma per andare al macello. Inoltre a questi allevamenti le autorità sanitarie stanno imponendo misure precauzionali in molti casi sproporzionate e costose, come recinzioni rinforzate e interventi sulle strutture in muratura, con il risultato che molti di questi stanno semplicemente chiudendo o almeno sospendendo le attività in attesa di tempi migliori. Quindi la fonte principale di potenziale contagio, come lo è stato per l’introduzione della malattia, è l’uomo. Veterinari, tecnici, cacciatori, allevatori che passando da un allevamento all’altro e non rispettando le norme igieniche potrebbero trasportare il contagio da un allevamento all’altro. Toglietevi dalla testa che si possa controllare facilmente la popolazione dei cinghiali con la caccia, e che sia colpa degli ambientalisti che non vogliono l’uccisione dei poveri animaletti. Nonostante vengano abbattute decine di migliaia di capi ogni anno in Italia tra caccia regolare e bracconaggio, la popolazione sembra in costante aumento per motivi ecologici, climatici e anche per la disponibilità di cibo che l’uomo mette continuamente a disposizione. I cacciatori sono stati probabilmente parte del problema cinghiale fin dalle origini, perché probabilmente l’ibridazione del cinghiale selvatico italiano, di taglia molto più ridotta e che si riproduce una volta all’anno, con razze suine molto più pesanti e prolifiche, è dovuta a cacciatori che volevano avere più prede e di dimensioni maggiori. I risultati non si sono fatti attendere. Adesso l’attività venatoria può diventare facilmente veicolo di contagio, perché le battute nei boschi portano al contatto con animali malati e loro escrementi, e possono essere veicolo di infezione quando il cacciatore magari torna a casa e va a nutrire i suini del suo allevamento, o va ad acquistare mangime per pasturare e attirare i cinghiali, presso un negozio che vende mangime agli allevamenti. Quindi ancora una volta l’uomo è la principale fonte del problema, ma come al solito pensa di risolvere con soluzioni semplicistiche che comportano ulteriori danni.

lorenzo
lorenzo
24 Aprile 2023 09:50

La cura è peggiore della malattia, Blocchiamo tutte le attività nei boschi che portano capitali e che servono anche per monitorare la situazione. Un Commissario da Napoli che decide per la Liguria ed il Piemonte senza essere sensibile alle realtà locali. Comunque a che serve bloccare le attività ludico, sportive, turistiche nelle zone infette quando i cinghiali circolano nei centri abitati? Sicuramente l’emergenza non cesserà