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L’impatto della pesca sportiva sulla popolazione ittica del Mediterraneo. Il problema delle esche esotiche

pesca amatoriale
La pesca sportiva o amatoriale viene spesso sottovalutata come causa del depauperamento ittico e dell’inquinamento ambientale

La pesca sportiva praticata per divertimento ha un impatto significativo sulla popolazione ittica del Mar Mediterraneo. Si tratta di conseguenze importanti che coinvolgono sia le specie di  pesci catturati, sia l’ambiente. Per questo motivo andrebbe regolamentata meglio e sottoposta a vincoli più precisi.

 

Queste considerazioni sono il frutto di una meta analisi di 24 studi pubblicati negli ultimi anni relative a 15 aree marine  situate in: Spagna, Italia, Turchia e Francia, svolta dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Girona, in Spagna. Il documento pubblicato  su Reviews in Fisheries Science & Acquaculture stima che  il 10% della popolazione adulta dei paesi industrializzati pratica la pesca come passatempo, tanto dalle barche o sulle sponde, quanto sott’acqua. Ciò si traduce in un prelievo significativo per le specie più piccole, variabile dal  10 al 50% del totale.

 

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Spesso vengono utilizzate esche vive non autoctone che danneggiano l’ambiente

In assenza di controlli e di vincoli, gli effetti si notano soprattutto per le specie a rischio. Delle 46 specie più comuni oggetto della pesca sportiva, 45 sono più o meno minacciate di estinzione, o comunque considerate molto vulnerabili. Il maggior numero di specie (fino a 65) viene pescato dalle barche, mentre la pesca subacquea è più selettiva (31 specie). Entrambe le modalità contribuiscono a sottrarre, in peso, una quantità maggiore rispetto a quanto non avvenga dalla pesca sportiva fatta a riva. Ma il danno non è soltanto quello diretto. Secondo gli autori sempre più spesso vengono impiegate esche vive non autoctone composte da molluschi esotici come le polychete e i vermi sipunculidi  (ne sono state identificate almeno 11) . Queste esche potrebbero riprodursi apportando un ulteriore squilibro in un mare già messo a dura prova, e trasformarsi in  veicolo di infezioni (per esempio da virus) contro le quali i pesci residenti non hanno difese.

 

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La pesca come hobby dovrebbe avere delle regole più stringenti: gli inquinanti ambientali come nylon e materie plastiche non sono da sottovalutare

Le confezioni spesso contengono plastica, nylon, e piombo: tutti contaminanti marini che, in proporzioni più o meno rilevanti, possono essere dispersi e andare ad aggiungersi agli altri già presenti. Infine, c’è anche la questione  di ributtare a mare specie pescate, ma non ritenute commestibili o diverse da quelle cercate, fenomeno di entità minore rispetto alla pesca professionale. Per questi motivi, gli autori chiedono un monitoraggio più stringente sulla pesca sportiva e l’adozione di regole  sui materiali usati e le specie più a rischio. Occorre stabilire periodi nei quali si può praticare la pesca e fissare delle  dimensioni minime dei pesci catturati, e delle regole  rigide sul tipo di esche utilizzabili.

La pesca sportiva è comunque in aumento e la situazione del Mediterraneo risulta non è certo tranquillizzante. È giunto il momento,secondo gli autori, di inquadrarla in un contesto complessivo di tutela e difesa del mare

Agnese Codignola

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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8 Commenti

  1. Avatar

    Stime trilussesche, almeno per l’Italia, dove ci sarebbero oltre 5 milioni di “pescatori sportivi” ??
    Fate il calcolo di quanti pescatori conoscete. Personalmente due (mio zio e un cugino su mezzo migliaio di parenti …)
    Non è che vogliono far guardare il dito, mentre la Luna (i pescatori “d’altura” multinazionali) fa il comodo suo ?

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    Basterebbe leggere seriamente lo studio originario, che è comunque attaccabile da molti punti di vista, per capire che la sostanza è molto diversa da quella pubblicata in questo articolo maldestro. Tra i punti critici dello studio c’è che la massa delle osservazioni si basa su dati non pubblicati e non scientifici, forniti genericamente da gestori di AMP. Si tratta di ambienti particolari per mille motivi, ed in più l’estensione geografica è irrisoria e non rappresentativa del Mediterraneo. Dai dati (quali?) che generano lo share del 10-50% (forbice non irrisoria), sono escluse le forme di pesca professionale più impattanti. Altrimenti lo share sarebbe molto più probabilmente intorno al 3-5% per la pesca sportiva, il resto alla professionale, come indicato da molti altri studi. Le specie considerate “vulnerabili” nello studio non sono affatto a rischio estinzione (basta leggere la definizione), e sono le medesime bersaglio della pesca professionale negli stessi ambienti, con impatto proporzionale (50-90%, la pesca con strascico e cianciolo ha altri target). La “questione di ributtare a mare le specie pescate” ha esattamente il senso opposto a quello presentato nell’articolo. Nello studio si lamenta che la rimessa in mare di pesci oggetto di pesca sportiva, ovviamente vivi (catch and release = no kill) sia percentualmente scarso, niente a che vedere con il by catch della pesca professionale che vede rimettere in acqua, ma morti, un grandissimo numero di pesci non interessanti commercialmente. Tanto per dirne un’altra, esistono già sia misure minime che limiti e regolamenti per la pesca sportiva in mare, che vedono ulteriori restrizioni a livello locale. In ogni caso lo studio pone solo punti interrogativi , e non potrebbe essere altrimenti dato che quasi tutti i “danni” sono “potenziali”, cioè non c’è al momento alcuna evidenza di invasioni di vermi o cose simili, e l’inquinamento da piombo lasciato dalle lenze è quasi una suggestione onirica, volendo comunque dimenticare il piombo lasciato in acqua dagli spezzoni di rete abbandonati per incaglio che costellano i nostri fondali e spesso continuano ad uccidere inutilmente per molto tempo. Tutto questo si traduce in quello che leggo qui in punti esclamativi e certezze, ovviamente infondate. Forse prima di scrivere un articolo bisognerebbe avere almeno un’infarinatura sull’argomento, o spendere del tempo per informarsi e studiare, altrimenti si rischia di fare brutte figure.

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    Vorreste farci credere che in Italia se non ci sono più pesci nel mare la colpa è dei pescatori? Lo sapevo che saremo arrivati a questo. Ma smettiamola di dire scempiaggini.
    Andate a farvi un giro sui pontili, sugli scogli, sulle spiagge e domandate ai pescatori cosa e quanto hanno preso; la risposta vi meraviglierà. Non è colpa delle navi da pesca che con le loro reti distruggono i fondali e chiudono letteralmente le insenature (cosa illegale vedi Castellammare di Stabia e Sapri) e quando chiami la Capitaneria di Porto per segnalare la cosa non ti ascoltano mai. NO, la colpa è del pescatore che con la sua monolenza insidia talmente tanti pesci da metterli in pericolo di estinzione. Ma se è così perché al mio attivo non ho qualche tonnellata di pesce pescato ma solo qualche chilo (spalmato in 1 anno si intende)?

    • Roberto La Pira

      La nota vuole solo focalizzare la situazione . Abbiamo pubblicato diversi articoli che puntano il dito contro l’eccesso di pesca delle modernissime e grandissime navi da pesca.

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    Gaetano D'Aloia

    I numeri della pesca sportiva sono dell’ordine infinitesimo di quella commerciale. La quale comunque non ha spopolato le specie ittiche del Mediterraneo. La solita manfrina di arroganza e falso ambientalismo. Per dirne una in Italia ci sono circa 1000 pescatori subacquei. Quante orate e cernie possono mai portare via in una stagione da Marzo a Ottobre, pescando in apnea a 25 metri di profondità?

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    Come al solito siamo alla formula “è più facile dare due cazzottoni ad un bambino che uno schiaffo ad un energumeno!”.Veniamo al GROSSO PROBLEMA dei pescatori sportivi. Per il mare : personalmente abito a bologna e il mare più vicino è a 100 km quindi,nafta(10€)autostrada(10€),panini (5€),esche(8€),perdita e deperimento materiali(10€).Risoluzione del problema: SMETTERE! Cosi benzinai,autostrade,bottegai e fabbricanti di attrezzature varie s’attaccano e diamo un’altra bottarella al calo dei consumi. Per l’acqua dolce vale lo stesso discorso,in più faccio anche gare cosi eliminiamo anche i soldi che devo dare alle varie associazioni e federazioni.Prima di pensare solamente a scrivere certi articoli informatevi sul mondo della PESCA SPORTIVA, senza sapere di cosa si parla, se volete Vi porto una giornata a pesca con me (pago io le spese)cosi vi rendete conto di che razza di “delinquente” sono.Però qualcuno sta già lavorando alla soluzione del problema presentando una legge per farci pagare una licenza anche in mare cosi le coscienze saranno pulite! PS. per l’anno 2014 in una decina di pescate in mare(in acqua dolce pratico il no-kill e nelle gare è obbligatorio il mantenimento in vivo e il rilascio) il mio prelievo è stato di ben 20 oratine di misura.

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    come già evidenziato da Fabrizio le percentuali relative non sono da considerare, in quanto il prelievo assoluto minimizza il peso della pesca sportiva. Pertanto il concetto che si evince dal titolo non ha ragione di essere preso per valido.