Un documento firmato dall’ideatore del Nutri-Score e Yuka ricostruisce le tattiche di lobbying contro le etichette nutrizionali. Come l’Italia ha fermato l’Europa con un’etichetta che nessuno usa.
C’è un paradosso che riassume dieci anni di politica alimentare italiana. Il NutrInform Battery, l’etichetta a batterie voluta dal governo per contrastare il Nutri-Score, esiste ufficialmente: decreto interministeriale di fine 2020 firmato da quattro ministeri, pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, logo registrato, manuale d’uso, applicazione per smartphone e pagina dedicata sul sito del Ministero della Salute. Sugli scaffali italiani, invece, non esiste. Non “è poco diffusa”: non si trova. Nemmeno Ferrero, l’azienda che più di ogni altra ne ha sostenuto la causa, la riporta sulla stragrande maggioranza dei propri prodotti.
Un consumatore italiano può fare la spesa per mesi senza vedere una sola batteria. Eppure quel logo, in cinque anni, ha ottenuto il risultato politico più consistente dell’intera vicenda europea: ha congelato l’etichetta nutrizionale armonizzata dell’Unione, attesa per la fine del 2022 e mai presentata.
Un documento pubblicato all’inizio di settembre da Yuka e firmato a tre mani da Julie Chapon, cofondatrice dell’app, da Serge Hercberg, che dirigeva l’EREN e presiedeva il Programma nazionale nutrizione salute francese negli anni in cui il Nutri-Score nasceva, e da Mathilde Touvier, che gli è succeduta in entrambi i ruoli, mette in fila sette tattiche di lobbying con oltre cento note a piè di pagina. Una di queste tattiche — “trasformare lo Stato in uno strumento di lobbying” — è quasi interamente italiana.
Chi parla di nutrizione in Italia
Il documento parte da un’osservazione sulla composizione del dibattito pubblico italiano. Quando i giornali italiani discutono di etichettatura nutrizionale, gli interlocutori più citati non sono medici, ricercatori o autorità sanitarie: sono due organizzazioni economiche. Coldiretti, la principale organizzazione sindacale degli agricoltori, e Federalimentare, la federazione dell’industria alimentare.

Il registro di quel dibattito, di conseguenza, non è sanitario. L’etichetta nutrizionale europea è presentata come un’operazione di Bruxelles contro la dieta mediterranea e il Made in Italy — un frame che sposta la discussione dalla salute pubblica all’identità nazionale, terreno su cui nessun dato epidemiologico può vincere. Il quotidiano francese Mediapart, citato tra le fonti, l’ha chiamato “gastro-nazionalismo”.
Ferrero, il motore della coalizione
Nella difesa del territorio c’è un’azienda che occupa una posizione particolare, e il documento non gira intorno al punto: la Ferrero, produttrice della Nutella, che il Nutri-Score classifica E. Un esperto intervistato in uno degli studi citati descrive Ferrero come il vero motore della coalizione anti-Nutri-Score, costruita insieme a Federalimentare e Coldiretti.
L’alleanza ha lasciato una traccia documentale precisa: un dossier diffuso a Bruxelles per contestare l’idea stessa di attribuire un punteggio sintetico agli alimenti, redatto dall’istituto di ricerca Nomisma e finanziato da Ferrero. È lo schema classico della “contro-scienza” su commissione descritto anche dalla serie del Lancet del 2025 sugli ultra processati: non serve dimostrare che l’etichetta è dannosa, serve produrre abbastanza materiale citabile da rendere la questione “controversa”.
Settembre 2020: l’Italia arriva a Bruxelles con un no
Nel 2020 la Commissione europea annuncia l’intenzione di introdurre un’etichetta nutrizionale unica e obbligatoria per tutta l’Unione. Il Nutri-Score, già adottato da diversi Paesi, è il candidato naturale. A settembre l’Italia, con altri sei Paesi, presenta ai ministri europei dell’Agricoltura un documento contrario alle etichette a semaforo. La Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova sostiene la necessità di un sistema che risparmi i prodotti a denominazione d’origine protetta e l’olio d’oliva. Ma un no, a Bruxelles, non basta: serve un’alternativa da mettere sul tavolo.

Fine 2020: il decreto prima delle prove
Arriva pochi mesi dopo. L’Italia presenta il NutrInform Battery, l’etichetta nutrizionale ufficiale italiana prima della pubblicazione degli studi che avrebbero dovuto dimostrarne l’efficacia. La sequenza — decreto, poi validazione scientifica — è l’inversione esatta di quella seguita dal Nutri-Score, nato dal Rapporto Hercberg del 2013 e da anni di letteratura peer-reviewed.
Vale la pena guardare come funziona quella batteria: indica la percentuale del fabbisogno giornaliero apportata da una porzione, e la dimensione della porzione la decide il produttore. È il presupposto che rende il sistema strutturalmente inoffensivo per chi lo applica. Quando poi la porzione di riferimento è quella di un prodotto molto energetico, la batteria restituisce numeri che nessun consumatore sa posizionare su una scala — mentre una lettera colorata la colloca da sola.
Ma il dato più eloquente è un altro, e riguarda l’adozione. Un’etichetta su base volontaria vive solo se chi l’ha voluta la usa. Qui non è accaduto: la batteria non c’è e anche Ferrero la utilizza solo per una manciata di prodotti. Il che significa che il sistema non ha mai avuto la possibilità di essere testato sul campo — e che il confronto con il Nutri-Score, in Italia, non si è mai svolto sugli scaffali. Si è svolto soltanto a Bruxelles, dove la sola esistenza formale del decreto bastava a sostenere la tesi dell’alternativa disponibile.
Il risultato va letto su due piani. In Europa: la proposta di etichetta nutrizionale europea, attesa per la fine del 2022, non è mai stata presentata; il dossier è in stallo, rinviato a data da destinarsi. In Italia: al consumatore non è arrivato né il semaforo, che il governo ha combattuto, né la batteria, che il governo ha istituito. Zero informazione sintetica, su entrambi i fronti.

L’intervento dell’Agcm contro il Nutri-Score
Il 5 novembre 2021 l’Autorità garante della concorrenza e del mercato apre sei procedimenti nello stesso giorno: cinque contro distributori — tra cui Carrefour — che riportavano il Nutri-Score sui prodotti importati dalla Francia e venduti in Italia, e uno contro Yuka, arrivata in Italia l’anno prima. L’esito, nell’estate 2022, è un pareggio con impegni. Yuka si è impegnata a rendere più chiaro il criterio con cui ordina e propone le alternative al consumatore (provvedimento n. 30237 del 12 luglio 2022). Niente multa. Carrefour, GS e Interdis si sono impegnate a non utilizzare l’etichetta Nutri-Score sui prodotti confezionati in Italia e su DOP, IGP e PAT italiane (provvedimento n. 30240): l’insegna, però, ha potuto continuare a metterlo sulle referenze prodotte in Francia.
Nella decisione l’Antitrust ha anche osservato che un divieto imposto all’etichetta sarebbe stato in contrasto con i principi comunitari. L’Antitrust non ha vietato il Nutri-Score in quanto tale — non ne aveva il potere, e lo ha detto — ma ha ottenuto per via negoziata l’effetto che il divieto non avrebbe potuto produrre. Carrefour e gli altri hanno firmato un impegno volontario. Non potendo proibire, l’Autorità ha ottenuto per impegno volontario ciò che il divieto non avrebbe potuto produrre.
Visto che l’impegno vale solo per chi lo sottoscrive e solo per i prodotti che quel distributore immette sul mercato italiano adesso sugli scaffali si trovano regolarmente articoli importati da altri Paesi con il Nutri-Score in etichetta: gelato proteico Yulti da Esselunga, dolci Nestlé, patatine Lay’s e Cheetos da Action. L’etichetta che il governo italiano ha combattuto per anni a Bruxelles è regolarmente visibile sugli scaffali italiani, perché entra con le confezioni prodotte altrove.
Né il Nutri-Score, né il NutrInform
E la strategia ha funzionato al rovescio rispetto alle dichiarazioni. La situazione attuale è che il Nutri-Score non è stato smontato scientificamente ed è adottato volontariamente in mezza Europa e Yuka continua ad avere milioni di utenti. Ciò che è stato ottenuto è che il consumatore italiano sui prodotti alimentari non trova né il semaforo né la batteria. La difesa del Made in Italy, alla prova dei fatti, si è tradotta nell’assenza di etichette chiare.

Le petizione raggiunge 97.000 firme
Intanto in Francia la mobilitazione dei cittadini continua a crescere: la petizione lanciata dagli scienziati Serge Hercberg, Mathilde Touvier, Emmanuelle Kesse e Chantal Julia sul sito dell’Assemblée Nationale “Pour rendre obligatoire l’affichage du Nutri-Score sur les emballages des aliments en France” ha raggiunto, al momento in cui scriviamo, 97.000 firme. La petizione è sostenuta dall’Accademia nazionale di medicina francese, da 45 società scientifiche, organizzazioni professionali e comitati di esperti — che rappresentano decine di migliaia di professionisti sanitari nei campi della nutrizione, dietetica, sanità pubblica, oncologia, cardiologia, endocrinologia, gastroenterologia e medicina generale — oltre che da 33 associazioni di consumatori, pazienti e ONG.
Anche i consumatori e i cittadini italiani possono fare la loro parte per contrastare l’azione delle potenti lobby che si oppongono al Nutri-Score: più la petizione raccoglierà firme, più peserà sul futuro iter legislativo francese ed europeo. Firma e diffondi la petizione questo è il link.
© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, NutrInform Battery, Il Fatto Alimentare

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


