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Arriva NutrInform Battery, la ministra delle Politiche agricole firma il decreto che rende ufficiale l’etichetta a batteria

etichetta batteria nutrinform battery esempioArriva l’etichetta a batteria. O meglio la NutrInform Battery, il logo italiano ideato con l’intenzione dichiarata di aiutare il consumatore a interpretare le informazioni nutrizionali degli alimenti. Il 27 ottobre la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova ha firmato il decreto che introduce l’etichetta e, una volta firmato anche dai ministri dello Sviluppo economico e della Salute, sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Il NutrInform prende in considerazione il fabbisogno quotidiano di sostanze nutritive, in modo da favorire una scelta consapevole da parte dei consumatori per un’alimentazione sana, variata e bilanciata – ha dichiarato la Ministra Teresa Bellanova. – Ora ci aspettiamo che il nostro sistema venga opportunamente valutato dall’Europa dal punto di vista scientifico, in quanto esperienza nazionale”.

Nutriform Battery etichetta batteria
Il ministero delle Politiche agricole ha firmato il decreto che ufficializza l’etichetta NutrInform Battery

Il logo, di colore azzurro (vedi sopra), indica il contenuto di energia (in kJ e kcal), grassi, grassi saturi, zuccheri e sale (in grammi) presente in una porzione di alimento, che viene stabilità dal produttore. Inoltre, nelle singole batterie è indicata la percentuale di energia e nutrienti apportati, rispetto alle quantità giornaliere di assunzione raccomandata per una dieta da 2 mila kcal. Una percentuale che è rappresentata anche in maniera grafica, con il riempimento della batteria.

Il NutrInform è la nostra alternativa al Nutri-Score, ma è di gran lunga migliore. Non è penalizzante, non dà patenti di buono o cattivo: informa” afferma in un comunicato la ministra Bellanova. Eppure il logo italiano presenta delle criticità evidenti. Questa etichetta non è poi così facile da interpretare per un consumatore: è monocromatica e riporta molte informazioni in uno spazio molto piccolo. Informazioni che sono già presenti sul retro della confezione. Inoltre, funziona in maniera controintuitiva, perché nella vita quotidiana siamo abituati a considerare positiva la batteria piena di uno smartphone, mentre con il logo NutrInform è esattamente il contrario: la batteria piena indica un apporto troppo alto di energia o di nutrienti, e quindi è da evitare.

Un altro punto critico riguarda le assunzioni di riferimento di sale e zucchero, che non sono in linea con quanto raccomandato dalle istituzioni sanitarie. Per il sale è indicato un limite di 6 grammi al giorno, superiore ai 5 grammi raccomandati da Oms e dallo stesso ministero della Salute italiano. Per lo zucchero la questione è più complicata. Il logo NutrInform Battery indica un’assunzione di ben 90 grammi al giorno di zuccheri totali, cioè quelli aggiunti e quelli naturalmente presenti negli alimenti. Un riferimento che difficilmente può aiutare un consumatore a rispettare il limite indicato dall’Oms di 25 grammi di zuccheri liberi (gli zuccheri aggiunti agli alimenti, quelli contenuti nel miele, negli sciroppi naturali e nei succhi di frutta).

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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10 Commenti

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    Oltretutto non ci sono indicazioni relative al contenuto di fibra, elemento secondo me fondamentale per valutare la qualità di un alimento.

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    E brava la ministra, ennesima norma che complica la vita alle aziende italiane, non aggiunge nulla di utile per il consumatore che dispone già delle informazioni nutrizionali obbligatorie, e non si applica agli alimenti provenienti dall’estero perché non conforme al diritto comunitario! Continuiamo pure così e andiamone fieri!

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      Valerio
      “non aggiunge nulla di utile per il consumatore”.

      Non direi proprio, rappresenta un’utile sintesi abbastanza immediata, non fosse per quanto rilevato anche da Marco Guainella circa la “porzione”, che come dicevo è il punto debole della chiarezza dell’etichetta a batteria.

      Osservando due prodotti (merendine, per dire) sull’etichetta a batteria leggiamo:

      – merendina A – “porzione” da 52 grammi – grasso grammi: 10,4
      – merendina B – “porzione” da 38 grammi – grasso grammi: 9,5

      sembra che la B contenga un po’ meno grasso, no?

      ma le percentuali dicono il contrario: A ne contiene il 20%, B il 25%

      Se l’etichetta riportasse i dati per 100 grammi leggeremmo invece:

      – merendina A (per 100 grammi di peso) – grasso: 20 grammi – 20%
      – merendina B (per 100 grammi di peso) – grasso: 25 grammi – 25%

      Sarebbe molto più immediatamente comprensibile, di fatto basterebbe il solo dato percentuale, dimezzando l’etichetta!

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    Mi stavo chiedendo che fine aveva fatto il mancato accordo tra Eu e USA sul commercio estero tra prodotti italianie e prodotti USA, ero rimasto che non si era addivenuti a nulla di fatto, spero che con il nuovo Presidente si possa riprendere la trattativa alla luce di salvaguardare la salute dei cittadini UE e USA. Valorizzando la uona produzione sia italiana che americana. grazie

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    Finalmente una buona notizia per i consumatori, che troveranno DAVANTI (e non nascosto dietro o sotto o da leggere con su gli occhiali “daperdavicino”) un riferimento chiaro alla composizione di quello che stanno comprando, per una volta i nostri legislatori non si sono lasciati imporre passivamente le etichetta “europee” tanto amate dalle multinazionali per i motivi ben noti.

    Peccato che riferita a una “porzione” scelta arbitrariamente dal produttore (e poi, porzione… per un bambino di 6 anni? di 12, che è grande il doppio? di un adulto di 80 chili?) non sia il massimo dell’utilità perché ovviamente si presta all’errata interpretazione, a differenza di un “peso tondo” uguale per tutti, ad esempio “per 100 grammi di prodotto”

    Leggendo che in 100 grammi della merendina A ce ne sono 10 di grasso e in quella B ce ne sono 15 so immediatamente quale delle due contiene più grasso, e se poi voglio farmi una porzione da trenta grammi o cinquanta, o mangiare una sola merendina o tre, sarà una scelta mia che ora so cosa sto mangiando.

    Invece con la porzione di fantasia bisogna fare dei calcoli.

    Se ci aggiungiamo che le confezioni possono essere diverse per numero di merendine, magari B 9+1 “omaggio” (cioè che paghiamo lo stesso, ma col prezzo “spalmato” sulle altre) e A ne contiene solo 6 e ma in confezione grande uguale ma semivuota (altro problema mai risolto) il concetto di “porzione” è ancora più irrazionale.

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    Etichetta che da una parte vuole aiutare a leggere con immediatezza cosa contengono gli alimenti in relazione ai nostri fabbisogni. Dall’altra è un passo indietro perché si riferisce alla porzione, mentre ora posso fare i confronti perché verifico sempre il contenuto in relazione a 100gr.inoltre mancano le indicazione delle fibre per chi ha problemi intestinali sono fondamentali. mi chiedo: la Ministra prima di scrivere si sarà confrontata con un semplice nutrizionista o alla buona ha come consulente il suo ristoratore. Siamo veramente alla frutta. Lasciate tutto così come è. Speriamo che il ministro della salute prima di firmare non vada anche lui al ristorante a chiedere se va bene

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    Un’utile sintesi non direi, forse per chi “guarda e passa” ma che non permette di fare confronti e quindi si rischia di comprare ciò che non si vuole. Prima di comprare al supermercato devi fare uno studio preliminare, il che è assurdo. Speriamo che il meccanismo venga rivisto. E poi non sono indicate le fibre. Dove le rilevo. Una vera pagliacciata all italiana, si va indietro come i gamberi, ma a questo ormai siamo preparati, purtroppo.

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    Mauro continui a vivere in un mondo che non esiste. Più informazioni richiedi e più ottieni etichette con informazioni imprecise o sbagliate, che vengono verificate raramente dalle autorità di controllo. Una grande impresa con tante referenze, fa analizzare un lotto per referenza, mette le informazioni nutrizionali di quel lotto sull’etichetta, fa stampare milioni di imballi con quei dati, credi che dopo una settimana li cambi e butti via tutto perché gli sono arrivate materie prime con valori differenti? Un piccolo produttore artigiano con poche referenze, che non può permettersi migliaia di euro di analisi, paga qualche centinaio di euro un consulente perché gli faccia un calcolo da valori medi bibliografici, che poco hanno a che vedere con le materie prime realmente impiegate. In entrambi i casi ottieni dei dati poco realistici. Senza contare che come al solito tutti i costi aggiuntivi colpiscono solo chi etichetta in Italia perché le norme nazionali più restrittive dei regolamenti europei non sono applicabili ai prodotti etichettati all’estero. I nostri legislatori, oltre a non avere idea dei problemi e dei costi che impongono a chi deve lavorare in base alle loro norme, per ignoranza o malafede ancora fanno finta di non capire che le eventuali modifiche alla normativa sull’etichettatura vanno decise in sede europea, dove l’Italia dispone di decine di europarlamentari lautamente pagati che brillano spesso per le loro assenze più che per le loro proposte. Quindi se entra in vigore anche questo ennesimo balzello per le imprese, non si aggiunge nulla per il consumatore, dato che sono informazioni già presenti nei valori nutrizionali obbligatori, ed aumentano ulteriormente le probabilità di trovare in etichetta dati poco coerenti con la realtà. Poi se questo ti rende felice, mi fa piacere per te.

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      Valerio, a dare retta a te le etichette non servono a niente perché ci scrivono su quello che vogliono e comunque se cambiano prodotto usano quelle vecchie sino a esaurimento, beh per me dici cose a caso perché le etichette le leggono tutti compresi Finanza e NAS e mica saranno tutti ciechi!
      E poi le aziende quando lanciano un nuovo prodotto mica lo fanno da un giorno all’altro, tu parli tanto dicendo che sei esperto ma allora la spesa la fa tua moglie non tu, io al super vedo sempre i prodotti andare in esaurimento magari in offerta 3×2 prima che ci mettano su il prodotto nuovo!
      Se hanno in programma un prodotto nuovo prima esauriscono le scorte e le etichette di quello vecchio, che sono comunque costi, e intanto preparano la pubblicità del nuovo e poi lo fabbricano al momento giusto e se ci sono disposizioni nuove di legge danno sempre il tempo mesi di smaltire le scorte e poi danno proroghe e rinvii non come dici tu che devono usare le vecchie etichette!

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      Per me ha ragione Maria, non me lo vedo il signor Galbani o il signor mcDonald che un bel mattino chiama i suoi operai e gli dice “ragazzi da oggi nel nostro burgher mettiamo meno di questo e più di questaltro” “ma le scorte? le etichette?” “ah usiamo le etichette vecchie tanto non le legge nessuno” non mi sembra mica tanto sensato. E tutti gli avvocati che dici che mantengono pagati cari per fare le etichette false allora cosa li pagano a fare, false le può scrivere pure il magazziniere!! e poi se è un prodotto nuovo gli faranno publicità e gli daranno un nome diverso e allora le vecchie etichette non le possono mica usare!!

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