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Metà degli italiani predilige le produzioni locali e premia piccole aziende e marchi sconosciuti

Secondo il recente studio di NielsenIQ (The brand balancing act of small and medium-sized businesses) gli italiani prediligono i cibi prodotti dalle aziende del territorio, nonostante siano più difficili da reperire e abbiano un costo mediamente più elevato (ma anche un migliore rapporto qualità-prezzo) rispetto a quelli presenti abitualmente sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Stando ai risultati dei sondaggi, il Covid-19 avrebbe dato un notevole impulso a queste tendenze, dettate sia dalla crescente attenzione per la salubrità della propria alimentazione (il 46% ritiene che i piccoli marchi siano più affidabili dei big brand per quanto riguarda la provenienza degli ingredienti e i processi produttivi), sia dal desiderio di sostenere le produzioni locali messe in difficoltà dalla pandemia.

In realtà la predilezione degli italiani per le tipicità della loro terra è un trend consolidato da anni. Già nel Rapporto Italia 2017 presentato da Eurispes si documentava un deciso orientamento degli acquisti (74%) verso il made in Italy, soprattutto con marchi e certificazioni Dop, Igp e Doc, con in più un’attenzione particolare per la stagionalità, il chilometro zero e il biologico. Ciò che sembra essere cambiata è la predisposizione di una buona percentuale di consumatori (il 36%) ad acquistare una maggiore varietà di marche rispetto al passato, per soddisfare al meglio le proprie esigenze uscendo dal solco degli acquisti abitudinari stimolati dall’oligopolio dei grandi marchi commerciali (in epoca pre-Covid, il 62% degli italiani si dichiarava diffidente nei confronti delle marche sconosciute).

Donna che legge l'etichetta di una conserva accanto agli scaffali di un supermercato. Concept: prodotti locali
Prima del Covid il 62% degli italiani si dichiarava diffidente verso i marchi sconosciuti. Oggi il 48% è interessato ad acquistare i prodotti delle Pmi

Anche le pressioni inflazionistiche e i rincari causati dalle attuali vicende geopolitiche internazionali sembrano avere un ruolo decisivo nel modificare la percezione dei consumatori e nell’orientare le loro scelte verso marchi medio-piccoli, legittimati ai loro occhi dal fatto di rappresentare un buon compromesso tra ricerca di qualità (89%) e accessibilità economica (92%). Inoltre, se secondo i dati del 2021 la pandemia ha spinto più di otto persone su 10 a mangiare solo quello che conosce, cercando informazioni sulle caratteristiche degli alimenti e verificando attentamente gli ingredienti e la tracciabilità dei cibi. Oggi il 48% degli intervistati si dimostra più aperto alle novità e dichiara di voler acquistare in futuro di aziende piccole, configurando un potenziale mercato per le piccole e medie imprese che sapranno intercettare le nuove preferenze e, soprattutto, assecondare il desiderio dei consumatori di entrare in contatto diretto con i produttori.

Il contesto privilegiato in cui gli italiani si dimostrano inclini a mettere in discussione le proprie abitudini alimentari e ad andare alla ricerca delle tipicità nazionali sono le vacanze. Secondo le stime di Demoskopika, nel 2022 il cosiddetto turismo esperienziale in Italia è cresciuto del 81% rispetto all’epoca pre-pandemia, con una particolare predilezione per le esperienze gastronomiche alla scoperta dei sapori delle produzioni locali, dei prodotti tipici e dei piatti tradizionali del territorio visitato.

pizza rustica con ingredienti sparsi sul tavolo; Concept: produzioni locali
Il cosiddetto turismo esperienziale è cresciuto del 81% rispetto all’epoca pre-pandemia, con una particolare predilezione per le esperienze gastronomiche

D’altra parte permangono alcune criticità che sembrano rendere in parte inconciliabili l’ambizione al localismo e alla stagionalità del consumo agroalimentare con le esigenze di varietà e sostenibilità  così come con la crescente ricerca di garanzie sulla salubrità degli alimenti. In Italia, infatti, la legge 61 del maggio 2022, in vigore dallo scorso giugno (Norme per la valorizzazione e la promozione dei prodotti agricoli e alimentari a chilometro zero e di quelli provenienti da filiera corta) precisa che sono considerati “a chilometro zero” gli alimenti prodotti o pescati nel raggio massimo di settanta chilometri o provenienti dalla stessa provincia. La norma considera “a filiera corta” quelli che arrivano al consumatore al massimo attraverso un intermediario, ma non fa alcun riferimento alla sicurezza e alla qualità del cibo (fatta eccezione per la freschezza).

Se dunque c’è chi considera un po’ anacronistico il localismo alimentare, definendolo un fenomeno d’élite basato sulla falsa convinzione che un cibo sia più sano e nutriente solo perché non proviene dall’industria conserviera o da aree geografiche lontane, questa tendenza non andrebbe scoraggiata. Piuttosto sarebbe opportuno orientarla in maniera più consapevole e coerente con le dinamiche di un mondo globalizzato, in cui il prodotto tipico può conservare il suo appeal senza la pretesa di sostituirsi a un mercato più ampio. In un futuro prossimo, le scelte dei consumatori dovrebbero essere orientate non solo dalla possibilità di acquistare direttamente dal produttore, ma anche dalla conoscenza delle realtà in cui gli alimenti sono prodotti o lavorati, dando la preferenza agli aspetti etici, come l’agricoltura sociale e il commercio equo-solidale, rispettose dell’ambiente e della sicurezza.

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Roberto La Pira

  Chiara Di Paola

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2 Commenti

  1. Il principale problema è proprio la falsa convinzione che un cibo sia più sano e nutriente solo perché “locale”, così come troppo spesso i produttori “artigianali” eludono le regole di igiene e sicurezza alimentare perchè convinti siano adempimenti eccessivi o addirittura inutili per le loro realtà.

  2. Se ne è parlato in tante circostanze che non varrebbe nemmeno la pena di scriverlo di nuovo………parlo per i prodotti vegetali.
    Le grandi aziende, nessuno si offenda ma i giornali riferiscono tante cose, non hanno l’esclusiva della piena aderenza alle regole stabilite e d’altra parte c’è un mondo intero di piccole medie aziende che vuole produrre buono e sano perchè da questo dipende il loro presente e futuro.
    Quindi a parità di intenzionale onestà anche un bambino capisce che il frutto, e tante verdure possono essere assimilate alla frutta, è tanto più buono e nutriente quando raccolto al massimo della maturazione, merito delle trasformazioni chimico fisiche che intervengono nelle ultime fasi della maturazione con sviluppo di sostanze volatili e non che si completano nell’armonia generale.

    È vero che ci sono frutti climaterici e in tante verdure questo fenomeno non è rilevante per il mix di nutrienti contenuti ma raccogliere prodotti anche solo in leggero anticipo preferendo lo stadio migliore per il trasporto, i frigoriferi e i trasporti prolungati non sono elementi positivi nel bilancio qualitativo.
    Inoltre spesso inducono a utilizzare sostanze varie per ravvivare la freschezza, anche ammesso che siano tutte sostanze legali non saranno mai un fatto positivo, al contrario.
    Quando ho letto qui l’articolo sui pomodori dal nord europa mi è sembrato di ritornare alle mie prime esperienze di mercato ortofrutticolo, una vita fa, vedevo allora tanti bei pomodori in confezioni accattivanti tutti perfetti, uguali nella forma e nel colore, però dal delizioso sapore di saponetta.
    La grande distribuzione poi rifiuta i prodotti dalla forma meno che perfetta e questo è motivo di grandi sprechi e distorsioni di mercato.
    Pazienza, noi operiamo così perchè lo vuole il mercato ma è una cosa scandalosa.

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