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Il peso dei pregiudizi sull’obesità: lettera di un nutrizionista per affrontare meglio problemi legati al cibo

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Il confronto tra magri e obesi determina spesso discriminazione e senso di colpa in chi ha problemi con il proprio peso

Sovrappeso e obesità sono temi ricorrenti a causa del proliferare di stili di vita disordinati, di disturbi alimentari sempre più diffusi e di un’alimentazione scorretta.  L’argomento può essere trattato in diversi modi: Francesco Iarrera, responsabile regionale della Associazione Italiana disturbi dell’alimentazione e del Peso (AIDAP) e del Centro di Riabilitazione Nutrizionale per la provincia di Messina, ci ha inviato questa lettera  che focalizza l’attenzione sui diversi modi in cui si può trattare l’argomento obesità, evidenziando alcune distorsioni dannose per le persone che vivono questo problema.

 

Siamo consapevoli che alcune considerazioni esposte nel testo sono innegabili: la colpevolizzazione della persona obesa, la presunta facilità con cui si pensa di poter risolvere il problema – a volte complesso e poco conosciuto da chi non lo vive – l’idea diffusa che ci sia una mancata forza di volontà. Tuttavia bisogna sottolineare che si tratta di un problema di salute, e come tale va trattato. La discriminazione – reale e da combattere – ci sembra in contrasto con alcuni paragoni suggeriti dall’autore che esulano dalla sfera del problema medico.

 

Un gruppo di ricerca della Yale University recentemente ha pubblicato uno studio in cui mostra che chi soffre di sovrappeso è costretto a subire una sorta di discriminazione, frutto di pregiudizi, paragonabile a quella razziale e sessuale. Il problema è talmente concreto che gli anglosassoni hanno persino sentito l’esigenza di inventare un neologismo adatto alla nuova situazione: “pesismo”, una forma di razzismo orientata direttamente al peso della persona.

Insomma, chi di noi, per vituperare qualcuno che allo STOP non ci ha dato la precedenza o che ci ha fregato il posto auto condominiale, doveva limitarsi ad utilizzare espressioni colorite, come “negro”, “finocchio” o “ebreo”, adesso può gioire perchè è autorizzato a inserire anche il termine “obeso”. Se siamo intimi, potremo dirgli “ciccione”. Ormai è ufficiale e riconosciuto ad ogni latitudine, certo, non nel Biafra, lì non capiranno che si tratta di un insulto. Possiamo stare tranquilli che chi verrà riverito con tale attributo si sentirà adeguatamente offeso.

Ma da cosa nasce questa discriminazione nei confronti di chi ha un problema di sovrappeso? La società in cui viviamo enfatizza con ogni mezzo la relazione fra basso peso e successo. Siamo ormai orientati a credere che essere magri sia una condizione necessaria – e spesso sufficiente – per raggiungere i propri obiettivi. Il valore delle persone sembra essere diventato inversamente proporzionale al peso. Più pesi meno vali. Le persone in sovrappeso vengono percepite come persone senza forza di volontà, incapaci di gestire i propri impulsi e di avere il controllo. Chi è sovrappeso viene accusato di essere sciatto e inaffidabile. Addirittura i bambini vedono i pari età con problemi di peso come sporchi e meno intelligenti, di conseguenza giocano meno volentieri con loro, dando inizio a una spirale di comportamenti che, con molta probabilità durerà per tutta la vita, o meglio, per tutta la durata del sovrappeso. Che spesso è per tutta la vita.

Chi discrimina, evidentemente, attribuisce una responsabilità, una colpa, alla persona discriminata. Qualcosa del tipo “se sei sovrappeso è solo perché lo vuoi essere, dunque smetti di piangerti addosso e fai una dieta”. Semplice no? Come avranno fatto a non pensarci prima? Forse è il caso di farci venire il dubbio che non sia così semplice e soprattutto che non si tratti di una scelta, ma di un problema. E sapete qual è l’aspetto più interessante? Se notate bene, osserverete come chi ha una soluzione semplice e immediata al problema sovrappeso è molto spesso una persona che quel problema non lo ha.

Essendo incapace di avere sentimenti di intolleranza – qualunque sia l’aspetto intollerato – mi sono sempre chiesto quali responsabilità o colpe individuassero gli intolleranti e i discriminanti in chi nasce in Nigeria con la pelle scura? Quali sono le colpe degli ebrei? Che colpe hanno gli omosessuali? Mi sono sforzato ma non sono riuscito a trovare alcuna colpa. Prego chiunque sia in grado di trovarne di aiutarmi a capire meglio. Io mi sono persuaso – finchè qualcuno non mi folgorerà sulla via di Damasco – che si tratti, semplicemente, di una normalità diversa dalla nostra normalità. E, sapete com’è, normalmente, le menti poco aperte fanno fatica ad accettare che esista un pezzo di mondo, normale, diverso da quello dove normalmente poggia il proprio sedere.

Se vi sono sembrato intollerante verso gli intolleranti, vi chiedo scusa, non volevo. Importanti e numerose evidenze scientifiche concordano con il non attribuire alla persona in sovrappeso la colpa del proprio sovrappeso. Oggi sappiamo che queste persone sono vittime di un problema causato da due aspetti: la genetica e soprattutto l’ambiente in cui viviamo. Già, proprio l’ambiente. Avete notato come nel terzo mondo ci sia una certa scarsità di persone con sovrappeso? E avete notato come negli Stati Uniti, dove tutto sembra essere costruito per far mangiare di più le persone e farle muovere di meno, ci sia la massima concentrazione di persone con eccesso di peso? So che lo avete notato, come tutti. Certo, potremmo credere che il nostro creatore si sia divertito a selezionare tutti i virtuosi del peso e metterli nel terzo mondo e tutti gli incapaci negli Stati Uniti, un po’ come si faceva da bambini, quando si doveva formare due squadre per giocare nelle strade: “tu di qua, tu di là” (il più scarso andava in porta). Potremmo crederlo, ma forse conviene pensare che chi è sovrappeso, semplicemente non ha scelto di esserlo. Mai.

Ma sapete qual è la cosa peggiore? Che purtroppo, la discriminazione nei confronti di chi è sovrappeso, spesso, troppo spesso, proviene dagli addetti ai lavori, da noi terapeuti. E questo è paradossale, viste alcune ricerche scientifiche, pubblicate recentemente, che dimostrano che l’atteggiamento severo e discriminante nei confronti di chi è sovrappeso non solo non li aiuta a cambiare, ma addirittura causa un peggioramento della condizione di salute del paziente stesso. Alla luce di tutto questo appare difficile giustificare i rimproveri – fino a sfiorare veri e propri insulti, le filippiche paternali, i gesti di insofferenza quando la persona non riesce a seguire i suggerimenti indicati. Sono frequenti conversazioni del tipo: “Ma perchè non ti impegni?” “Ci sto provando”, “Ma ti rendi conto che pesi 130 kg?” “Certo che me ne rendo conto, il peso è addosso a me, non a te”, “Tu proprio non vuoi cambiare!” “Lo vorrei tantissimo ma non ci riesco”, fino ad arrivare allo scontro finale, la madre di tutte le battaglie: “Se non segui la terapia è inutile che prosegua con gli appuntamenti” a cui segue una frase del paziente, del tipo “Ok dottore, lei ha proprio ragione, mi impegnerò di più!” e un pensiero, del tipo “non mi vedrai mai più”.

Mi auguro solo che prima o poi non si arrivi al “calvismo”, a quel punto quelli dotati di pochi peli sulla testa come me sarebbero fritti.

Francesco Iarrera

 

  Redazione Il Fatto Alimentare

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26 Commenti

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    Salve
    trovo molto interessante la lettera del dott. Iarrera, evidentemente estremamente aggiornato attorno alla discriminazione.
    Mi sorprendo un po’ invece nel leggere la premessa alla sua lettera, chi l’ha scritta non sembra conoscere le comprovate implicazioni cliniche della discriminazione. O ritiene che l’obesità sia esclusivamente un problema medico.
    Gli interventi come questo sono preziosi perché in Italia soffriamo purtroppo di un ritardo culturale pesantissimo nell’affrontare la problematica obesità, dove tanti diversi interessi si coniugano ad uno scarso aggiornamento dei media e dei medici stessi e ci fanno così rimanere indietro.

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      Eleonora Viganò

      Gentile De Andreis,
      nessuno nega la discriminazione dannosa nei confronti dell’obeso e siamo tutti d’accordo nel condannarla.
      Ma è anche strano poter paragonare due tipologie di discriminazione differenti: l’ebreo, l’omosessuale non hanno problemi di salute, non si rivolgeranno a un centro per curarsi – per fortuna – mentre la persona in sovrappeso e soprattutto l’obeso rischiano complicazioni non indifferenti per la qualità della loro vita e per la loro salute. Per questo l’obeso spesso si rivolge a un centro, come quello gestito da colui che ha scritto la lettera, per dimagrire. L’importante è che si affronti il problema dal punto di vista della propria salute. Spero che ora il concetto espresso nella premessa sia più chiaro.

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      Grazie Eleonora per la risposta.
      Temo di non essere riuscito a spiegarmi. Lei vede una distinzione tra diverse tipologie di discriminazione, una distinzione che non esiste.

      La discriminazione, ossia creare l'”altro da sé”, ha sempre implicazioni cliniche, poco importa se rilevate o meno. Ce l’ha per il gay emarginato come le ha per l’obeso.

      Allo stesso tempo la discriminazione è uno dei fattori più rilevanti nel determinare l’obesità di lungo periodo.

      Infine, che l’obesità si affronti “dal punto di vista della salute”, mi scusi, ma proprio non ho capito cosa significa. L’obeso che si rivolge ad un “centro”, oltre ad essere una sparuta minoranza per una infinità di motivi – come la discriminazione antiobesi in ambito medico – , nella stragrande maggioranza dei casi NON trova una soluzione al proprio problema. L’obesità salvo RARISSIMI casi tende a ripresentarsi col passare degli anni. E un ruolo in questo lo gioca – e se vogliamo è un ruolo “medico” – proprio la discriminazione.

      Un saluto, grazie ancora per la risposta, che però non mi ha convinto affatto

      Paolo

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    Concordo perfettamente con il commento precedente, tra l’altro chi ha scritto la premessa dovrebbe leggere gli study di Katherine Flegal sull’obesità, a volte il tono dei post è assulutamente incondivisibile.

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    Personalmente non vedo il contrasto. La fame compulsiva è spesso espressione di un disagio che si tenta di seppellire, parlando in maniera generale, sotto tonnellate di altro cibo. Solo prendendo seria consapevolezza di questo disagio, che nasce dal confronto spesso dell’interno con l’esterno, dal giudizio, è possibile affrontare in maniera serena il proprio sovrappeso. Come problema medico si tratta di una serie di circoli viziosi di pensiero che sfociano in una manifestazione fisica. Come l’anoressia, anche la lotta all’obesità è impensabile se l’approccio medico risulta sterile e non considera la psicologia dell’individuo.

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      L’alimentazione compulsiva o binge eating è una condizione che riguarda solo una ridotta parte degli obesi. Fa parte di un più ampio gruppo di disturbi alimentari che integrano anche l’anoressia.

      Credere che si diventi obesi per una ragione e non per una vasta quantità di concause, alcune ancora sconosciute, è una delle semplificazioni che presiedono alla diffusione del dietismo, della discriminazione e dell’odio sociale, tre elementi che sono a loro volta concause dell’obesità.

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    La discriminazione nei confronti degli obesi e’ anche e sopratutto, un sottoprodotto della cultura americana.

    Poiche’ l’industria alimentare ha una grave responsabilita’ nell’esplosione dell’obesita’, per sviare l’attenzione ha spostato l’attenzione dall’ambiente all’individuo, diffondendo questi concetti: obesity is a matter of personal responsability (not marketing) – obesity is a result of physical inactivity (not overeating) – marketing does not make people overeat (personal choice does)…..in altre parole e’ colpa tua se sei obeso.

    Ma la verita’ e’ un’altra!

    La cosa terribile e’ che ci sono anche professori universitari che si interessano di obesita’ infantile, che sono cascati in questa trappola e pensano che la volonta’ della famiglia sia in grado di contrastare il marketing rivolto verso i bambini.

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      Francesco Iarrera

      Lei dice una cosa sacrosanta; oggi vi è molta evidenza scientifica che mostra una forte correlazione fra ambiente e sovrappeso. Si è arrivati a quantificare che l’ambiente in cui viviamo abbia responsabilità nello sviluppo di questa condizione pari a circa il 75%, tanto da indurre i ricercatori a coniare il termine di “ambiente tossico”.
      Il marketing verso i bambini è la nuova frontiere delle industrie alimentari. Negli stati uniti, una ricerca condotta ai tempi della presidenza di Bush, ha dimostrato che i bambini di 5 anni hanno maggiore conoscenza del clown che rappresenta il mc donald’s, piuttosto che il presidente della nazione e Gesù. Ormai le aziende concentrano la loro attenzione ai bambini, considerati consumatori di oggi e soprattutto di domani. Praticamente fidelizzano il cliente, imponendo una sorta di imprinting sin dalla giovane età.

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      Complimenti, you’ve got the point!

      Quanto al commento di Alessandro, e’ chiaro che i genitori se sono informati possono tenere sotto controllo i bambini.
      Ma in pratica o non sono informati, o non sono motivati, o non ci fanno caso…quindi l’industria alimentare vince sempre!
      I bambini sono il target della pubblicita’, la chiave di volta per far spendere soldi alla famiglia!

      C’e’ ampia letteratura in proposito! Una letteratura che in genere i medici obesiologi non conoscono.

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      Porti pazienza, Antonio, ma se un genitore non si informa, non è motivato o non ci fa caso significa che da quel punto di vista è un pessimo genitore. E un pessimo genitore, prima di dare colpe a soggetti “altri” dovrebbe rendersi conto dei danni che causa. Se compro regolarmente nutella, poi non posso dare la colpa a Ferrero se mio figlio ne abusa…poi se Ferrero fa pubblicità con Peppa Pig per attirare i bambini, cosa cambia? Sono io che faccio la spesa, non mio figlio. E per quanti capricci possa fare, se non ritengo idonea Nutella per la sua alimentazione non la compro. Mi sembra una cosa naturale per un educatore quale un genitore deve essere. Essere l’unico a pensarla così, qui, mi lascia molto perplesso…

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      Per quanto riguarda i bambini: sono i genitori i responsabili dell’alimentazione dei figli, non è il bambino che sceglie per sè e nemmeno l’industria alimentare. Se è il bambino a scegliere la propria alimentazione significa che il genitore sta sbagliando o perchè a sua volta non conosce le modalità di una corretta alimentazione o perchè non è in grado di imporre questa corretta alimentazione ai figli. Dire che bambini di 5 anni conoscono di più il clown di McDonald’s invece di Gesù di fatto non significa niente. Riconoscere un clown non li rende obesi. Il problema è se lo riconoscono per averlo visto sui cartelloni o se lo riconoscono perchè i genitori portano questi bambini da McDonald’s a mangiare 5 giorni su 7.
      Un bambino abituato dai genitori ad una corretta alimentazione (frutto dell’esempio e non dell’imposizione o della proibizione integralista) avrà molte meno probabilità di diventare in futuro un consumatore di junk food, semplicemente perchè già abituato ad alimentarsi in un certo modo.
      La famiglia ha (deve avere) un ruolo centrale nell’educazione (non solo alimentare) dei figli e questo comporta delle responsabilità che la famiglia deve assumersi. Scaricare questa responsabilità, anche solo parzialmente, su altri (industria alimentare) è un alibi per giustificare la scarsa autorità di molti genitori sui propri figli. Cosa che accade, purtroppo, non solo per quanto riguarda l’alimentazione.
      Tutto questo non toglie naturalmente dal discorso tutte le concause ambientali e genetiche giustamente riportate dal dr. Iarrera.

    • Valeria Nardi

      Gentile Alessandro,
      concordo con lei riguardo l’importante ruolo svolto dalle famiglie, ma non si può trascurare tutto ciò che avviene al di fuori dell’ambiente domestico. La centralità dei genitori è indubbia, ma i bambini passano molto tempo a scuola, guardano la televisione, leggono i fumetti, e hanno un gruppo di pari. Tutti questi fattori altri, condizionano i più piccoli, e le loro scelte che, se non adesso, compieranno appena saranno abbastanza grandi. Inoltre le informazioni diffuse dai media non sono certo ripartite in maniera equilibrata tra la promozione di una sana alimentazione (varietà dei cibi, legumi, alimenti integrali, frutta, verdura, semi oleosi) e cibo spazzatura (o che comunque non andrebbe mangiato con continuità)

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    I bambini non hanno il portafoglio, di conseguenza tutti gli acquisti, alimentari e non, devono passare dai genitori. A loro sta la responsabilità di scegliere, in base a come intendono educare il proprio figlio. Educare da piccoli ha proprio lo scopo di formare le persone che saranno da grandi. Per questo dico che, se un genitore educa il proprio figlio ad una corretta alimentazione, quel figlio difficilmente andrà sulla “cattiva strada” una volta che deciderà autonomamente della propria alimentazione. Questo a prescindere dalle “cattive compagnie” o da altre influenze esterne.
    Il fatto che i bambini guardino la tv e abbiano un gruppo di pari non deve diventare una giustificazione al fatto che molti genitori non siano in grado di essere fermi e determinati sull’educazione che intendono dare ai propri figli e che trovino più comodo essere accondiscendenti perchè dei figli e delle loro reazioni hanno paura. Essere genitori vuol dire anche sapere dire no.
    Se ad esempio il gruppo di pari di mio figlio cena quotidianamente da McDonald’s con la propria famiglia, questo non significa che io debba sottostare al pur legittimo volere di mio figlio di condividere i momenti con il suo gruppo di pari qualora l’educazione che intendo dare a mio figlio vada in una direzione diversa da quella che sta ricevendo il gruppo di pari di cui sopra. Poi magari un giorno scoprirò che malgrado il mio impegno, mio figlio non seguirà il percorso che io gli ho indicato. Se accadrà, di certo non sarà responsabilità del McDonald’s di turno, ma mia, per non aver saputo trasmettere in modo efficace a mio figlio ciò che ritenevo corretto.

    • Valeria Nardi

      Non vedo in che modo la mia risposta lasci intendere argomenti ai quali lei ribatte. Comunque nessuno è un’isola ed essere bombardati da spot, film e inviti dei compagni a mangiare cibi scadenti è pesante anche per i figli di genitori “fermi e determinati”, oltre che per gli adulti stessi.
      Inoltre questa totale assoluzione delle aziende ha dei lati oscuri in particolari situazioni, e cioè quando si sostituiscono allo Stato nell’educazione alimentare. Negli Stati Uniti è già così e anche in Italia si sta andando verso questo sistema. I tagli del pubblico rendono necessari i finanziamenti dei privati che li fanno applicando il loro marchio. E il clown mi può anche dire che devo mangiare frutta e verdura, ma il bambino ( e non solo lui) quando vedrà e rivedrà il clown, si avvicinerà anche alle patatine fritte e agli hamburger, perché l’associazione funziona, lo sanno bene gli esperti di marketing.

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      La sua risposta lascia intendere gli argomenti ai quali ribatto nel momento in cui lei dice: “tutti questi fattori altri, condizionano i più piccoli, e le loro scelte che, se non adesso, compieranno appena saranno abbastanza grandi.”
      Io non nego certo i condizionamenti continui che tutti subiamo. Sostengo però che chi ha saputo educare bene i propri figli ha anche fornito loro la forza di resistere a tali condizionamenti. Altrimenti, se i condizionamenti da soli fossero sufficienti a “sviare” i piccoli, avremmo una società fatta di delinquenti, visto che ci sono tentazioni ben più gravi e aggressive di quelle legate all’alimentazione.
      Per lo stesso motivo, un bambino non si avvicinerà alle patatine semplicemente vedendo il clown che gli offre la frutta, a meno che un genitore non avalli l’associazione “clown” + “patatine” portando il figlio regolarmente da McDonald’s. Ma di questo sarà il genitore ad essere responsabile, non il clown.
      Proteggere i figli non significa impedire che vengano a contatto coi problemi. Significa fornire loro tutti i valori e tutte le basi necessarie per saperli affrontare, perchè un mondo senza “cattive tentazioni” non esiste. E questo lo si fa attraverso l’educazione, che deve passare prima di tutto dalla famiglia. Noto sempre più spesso in tanti ambiti questo spostamento delle responsabilità a soggetti “altri”. Ed è una cosa pericolosa, perchè si rischia di perdere di vista che i primi responsabili di ciò che accade ai nostri figli siamo noi genitori. Non significa assolvere le aziende dalle loro responsabilità. Significa non sottrarsi alle proprie.
      Comunque non voglio trascinarmi come il mio solito in continui interventi, anche perchè la discussione non è incentrata solo sui bambini e si rischia di uscire dall’argomento.

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      Brava, e’ proprio cosi’ che funziona!

      Questo spiega il perche’ la Ferrero spenda una valanga di soldi per promuovere la Nutella.

      E guarda caso, la Nutella va fortissimo!

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      Per Alessandro: i genitori non danno la colpa a nessuno poichè sono inconsapevoli di essere manipolati.

      Consiglio di leggere:

      – Il marketing all’assalto dell’infanzia. Come media, pubblicità e consumi stanno trasformando per sempre il mondo dei bambini di Susan Linn

      – Food Politics: How the Food Industry Influences Nutrition, and Health, Revised and Expanded Edition (California Studies in Food and Culture)

      e qualche libro di Noam Chomsky.

      Dopodichè il mondo apparirà diverso.

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      Non so, mi capita solo qui su questo sito di avere questi enormi problemi di comunicazione.
      Può farmi capire in che modo questa situazione: figlio fa capricci quindi genitore compra nutella poi genitore da nutella a figlio e figlio abusa di nutella si traduce in “è colpa della pubblicità di Ferrero”? E non di un genitore che sta svolgendo male il suo ruolo di educatore? Con questa stessa logica i figli “delinquenti” lo sono per colpa della “società”, le baby prostitute esistono per colpa di internet e i figli che si drogano lo fanno a causa delle cattive compagnie…e i genitori in tutto questo che ruolo hanno? Spettatori passivi?

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    Francesco Iarrera

    Gentile Alessandro, la sua posizione è, per certi versi, condivisibile. Immagino che se ogni genitore la pensasse come lei forse il mondo farebbe un po meno paura a tutti. Tuttavia, lei rifiuta, in sostanza, di accettare l’influenza che l’ambiente circostante esercita sulle persone – incluse le scelte alimentari -scrivendolo, utilizzando uno degli strumenti – internet – che più di ogni altro dimostra come l’evoluzione ambientale possa modificare le nostre abitudini, i nostri usi e i nostri consumi. L’ambiente, da sempre, ha influenzato i comportamenti umani: si è passati dallo spingere un carretto, a farlo trainare dai buoi fino a sfrecciare a 200 all’ora in autostrada, su auto riscaldate, mentre si comunica alla propria moglie che si ritarda di qualche minuto per il pranzo, che la moglie avrà preparato usando cibi precotti e\o surgelati, in un microonde, programmato in precedenza, dopo aver riposto nell’armadio la propria giacca in piume d’oca, al posto della pelle di tigre. Lei è certamente un ottimo padre, attento alle esigenze dei propri figli. Ma tutto ciò che può fare è prendere le decisioni che le sono consentite da un ambiente che tutti noi, in misura diversa, abbiamo costruito così come ce lo ritroviamo adesso.

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      L’ho scritto in precedenza: non nego assolutamente l’influenza e i condizionamenti esterni.
      Contesto semplicemente che questi condizionamenti esterni vengano utilizzati come comodo alibi a quella che è una mancata assunzione di responsabilità da parte nostra.
      Contesto i genitori siano considerati impotenti rispetto alle pubblicità che vengono indirizzate ai loro figli. Non sono impotenti, tutt’altro. E se lo sono è perchè, per ignoranza, perchè per loro è più comodo, per paura, per chissà quale altro motivo, stanno venendo meno al loro ruolo. Ed è grave, perchè essere genitori è una cosa che non si può prendere alla leggera.
      Tutto il discorso che fa sull’evoluzione dell’ambiente è condivisibile, ma va fuori argomento. E potrei chiederle: se sfrecciando a 200 km/h faccio un frontale contro un albero e mi ammazzo, è colpa dell’auto o di chi l’ha guidata imprudentemente?
      Io non mi reputo un ottimo padre e non sostengo che il mio sia l’unico pensiero corretto.
      Ritengo però che imputare sempre a qualcun altro le responsabilità non sia un comportamento sano, per quanto ormai molto diffuso.
      E’ un po’ la stessa logica per cui, mentre una volta, se la maestra ti metteva una nota sul diario, tornando a casa sapevi che tuo padre te ne avrebbe dette quattro…oggi, se la maestra si permette di mettere una nota, si ritrova la mattina dopo il padre in classe a prendere indiscriminatamente le difese del figlio.

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    Buonasera, scusate se mi intrometto . Naturalmente , è abbastanza evidente che se seguissimo il ragionamento di Alessandro non di un’epidemia di obesità staremo discutendo ma , invece, di un’epidemia di cattivi educatori (i genitori dei bambini dell’era Mc Donald per intenderci). Dovremmo chiederci come mai i genitori non siano in gradi di “imporre” (che brutto verbo !) una corretta alimentazione ai figli, ovvero quali siano i meccanismi che, agendo su vari livelli, ci hanno condotto all’obesità. Se la risposta fosse la prima propongo di contattare esperti in educazione, poichè , a questo punto il tema dell’obesità infantile sarebbe riconducibile solo a questo. Non credo però che questa sia la soluzione al momento prospettabile e realizzata nei paesi dove si assumono ben altre misure e si propongono ben altro tipo di interventi. Scusatemi se mi sono dilungato troppo

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      Nino, non so se ha mai avuto occasione di parlare con degli insegnanti: a me capita spesso, ed è opinione largamente diffusa che fare l’insegnante oggigiorno sia molto più difficile, proprio per il tipo di ragazzini con cui si deve interagire. Ragazzini che non rispettano l’autorità, ragazzini che rispondono agli adulti…tutte cose che la mia generazione o le precedenti non si sarebbero mai permesse di fare, proprio per il tipo di educazione ricevuta. E giustificare questi comportamenti, o addirittura difenderli non fa altro che peggiorare la situazione. Sarà anche qualunquista dire che ai giovani di oggi tutto pare dovuto. Ma assecondare i loro capricci per l’incapacità e la paura di dire no è il primo passo che porta a questo. E anche su questo concetto ci sono tanti libri, autorevoli tanto quanto quelli citati da Antonio…Questa “debolezza” viene poi usata dal marketing come “cavallo di Troia”. Come ho già detto, non si tratta di assolvere le aziende dalle loro colpe. Si tratta di, prima di pretendere legittimamente dalle aziende un’assunzione di responsabilità, di farsi un’esame di coscienza ed assumersi le proprie.
      Non c’è un’epidemia di cattivi educatori, semplicemente, come giustamente dice il Dr. Iarrera, questo ambiente ce lo siamo costruiti noi e probabilmente è quello che ci siamo meritati, ANCHE a causa dei nostri errori.
      Come per tutte le cose: è una questione di punti di vista…

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    Giovanni Parisi

    Mah! dopo aver letto penso che quello che ha scritto Iarrera , Pratesi e Alessandro sono argomenti talmente reali e attuali oltre che verità sacrosante che li ringrazio per aver pubblicamente messo sotto i riflettori una piaga come quella dell’ obesità , soprattutto infantile esplosa come voi ben sapete negli ultimi 50 anni!! E sappiamo benissimo i nomi e cognomi dei colpevoli , senza dimenticarci chiaramente della colpa che hanno in primis i genitori , ma vorrei solo ricordare che molti genitori purtroppo sono nati già in era di Mc Donald !! E quindi dubito della loro capacità nell’ educare i figli a una certa alimentazione!!! (senza polemica con Alessandro che capisco benissimo !!

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    l’obesità è oggi così diffusa perché l’obiettivo della politica è quello di massimizzare il PIL: nessuno prenderà mai un provvedimento che dimezzi le vendite della barilla o simili. In un paese dove il più importante politico è proprietario di una decina di reti si potrebbe vietare la pubblicità delle merendine durante i programmi per bambini? non credo.
    E da non sottovalutare la presenza di nutrizionisti, o presunti tali, che dicono: basta mangiare il 20% in meno e dimagrisci. Questo atteggiamento non fa altro che predisporre le persone ad ingrassare più di prima

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      Silvia Pedone

      Dibattito molto interessante, il problema è che di questi temi si parla poco e male, nei mezzi di comunicazione di massa, dove proliferano invece trasmissioni sul cibo, spesso estremamente diseducative. Concordo sulle enormi responsabilità dell’industria alimentare, adeguatamente protetta dalla politica. Se ho tempo per prepararmi torte pane e biscotti, posso decidere che tipo di farina, quanto zucchero, quanto grasso e che tipo di grasso metterci dentro, ma con questa organizzazione sociale e lavorativa, la maggior parte delle madri deve acquistare quasi tutto. Sfido qualcuno a trovare in un supermercato medio un biscotto fatto come si deve (intendo senza olio di palma o sciroppo di fruttosio/glucosio).E che dire della pasta sfoglia??? A questo punto anche un genitore responsabile dovrebbe fare i salti mortali per assicurare un’alimentazione sana ai propri figli, in quella fascia d’età nella quale mangerebbero anche le gambe del tavolo (10-18, auspicabilmente facendo un’attività sportiva). Anche la scuola ha spesso le mani legate, visto che i programmi di educazione alimentare, quand’anche siano attivati, si scontrano con le “abitudini” alimentari e la gestione dei bar scolastici (impossibile sostituire i prodotti da forno fatti con farine raffinate, le patatine o le bevande gasate … non si farebbe abbastanza incasso !!!).
      Beh … direi che abbiamo ancora molta strada da fare.
      Credo che la pubblicità dovrebbe essere molto più regolamentata e le associazioni di personaggi dei cartoni a merendine e dolciumi semplicemente VIETATE!
      Io ho fatto la mia parte con i miei figli e qualche risultato l’ho raggiunto, ma a prezzo di tanta fatica e costanza ….. ciò che ho visto intorno a me in altre famiglie è molto diverso.

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      facebook_andrea.deledda.9

      faccio mi e le tue parole, ma finché la malattia è un business non possiamo auspicare cambiamenti.. la “lobby” di coldiretti non può fare nulla contro quella (vera) delle merendine