Barilla torna a usare una miscela di grani italiani, Ue ed extra Ue, mentre quella Al Bronzo e Voiello restano 100% italiane. L’origine è importante ma non basta per definire la qualità.
Da qualche mese Barilla ha cambiato l’origine del grano duro utilizzato per la pasta. Non più solo grano italiano, ma una miscela composta in prevalenza da materia prima nazionale e da una quota di grani provenienti da Paesi Ue e non Ue. La notizia è stata data pochi giorni fa dalla rivista Il Salvagente. Nel 2020 la scelta era stata puntare sul grano 100% italiano aveva spinto diversi concorrenti a seguire la stessa strada. Ora il gruppo torna a una una miscela di grani duri selezionati, italiani e stranieri. Le linee Barilla Al Bronzo e Voiello, invece, restano 100% grano duro italiano. Detto ciò va ricordato che Barilla è il più grande utilizzatore di grano italiano (500 mila tonnellate l’anno provenienti da 4000 aziende).
Il grano italiano è migliore?
Ma questa scelta cambia davvero la qualità della pasta? La risposta, al netto delle bandiere e degli slogan, è no. La qualità di una pasta non dipende dal passaporto del grano, ma dalle caratteristiche della semola: contenuto proteico, qualità del glutine, colore, tenuta in cottura, capacità di assorbire il condimento, livello di impurità, modalità di molitura e processo di essiccazione. L’origine è un’informazione importante e il consumatore ha diritto di conoscerla, ma non può essere trasformata automaticamente in un giudizio di superiorità.

Questo è il punto che spesso si perde nel dibattito. Tutti preferiamo comprare prodotti italiani quando è possibile: perché sosteniamo gli agricoltori del territorio, perché una filiera più vicina può ridurre alcuni passaggi, perché il Made in Italy rappresenta un patrimonio economico, culturale e produttivo. Ma un conto è valorizzare l’origine, un altro è sostenere che ‘italiano’ significhi sempre migliore e che ‘importato’ significhi scadente, pericoloso.
È la vulgata che alcune associazioni agricole ripetono da anni: il prodotto italiano come sinonimo di qualità e il prodotto straniero come minaccia. Una semplificazione efficace sul piano della comunicazione, ma meno solida quando si guarda alla realtà delle filiere. Nel caso della pasta, per esempio, l’Italia importa grano duro da sempre perché la produzione nazionale non copre il fabbisogno dell’industria. E il grano importato non è materia prima di serie B. Al contrario, quello che arriva da Canada, Stati Uniti e altri Paesi è scelto per migliorare le caratteristiche tecnologiche della semola italiana e garantire una qualità costante.
La pasta con grano italiano 100%
Questo non significa, naturalmente, che chi punta sul grano italiano sbagli. Al contrario: ci sono aziende che hanno costruito una parte importante della propria identità proprio sulla valorizzazione del grano nazionale e delle filiere territoriali. Granoro, con la linea Dedicato, rivendica una filiera 100% pugliese, con grano duro coltivato e trasformato in Puglia. La Molisana dichiara di utilizzare grano duro 100% italiano, decorticato a pietra e trafilato al bronzo. Sono scelte legittime, positive, apprezzabili, perché danno valore alla filiera agricola italiana e offrono al consumatore un’informazione chiara.

Ma lo stesso panorama dei marchi dimostra che non esiste una sola strada per fare una buona pasta. Divella dichiara una semola ottenuta da grani coltivati in Paesi UE ed extra UE. Garofalo, marchio storico di Gragnano, non costruisce la propria identità sulla formula del 100% italiano, ma sulla scelta dei “migliori grani al mondo”. Anche De Cecco ha sempre usato miscele di grani italiani e stranieri.
L’importanza di valorizzare la materia prima
La pasta italiana è tra le migliori al mondo proprio perché l’industria nazionale non si è mai limitata a guardare il confine geografico, ma ha saputo selezionare semole eccellenti, italiane e importate, e trasformarle con competenza. Un buon grano duro italiano è una risorsa preziosa, ma un grano duro importato può essere altrettanto eccellente e, in certe annate, persino indispensabile per migliorare tenuta in cottura, colore e contenuto proteico della pasta. La differenza la fa la selezione della materia prima, non la bandiera.
Lo stesso ragionamento vale per l’olio extravergine di oliva. L’olio italiano gode giustamente di una reputazione elevata e costa più di quello spagnolo, greco o tunisino. Ma sugli scaffali del supermercato il più delle volte bottiglie ci sono bottiglie con miscele di oli comunitari e non comunitari. Anche in questo caso la qualità dipende dalla materia prima e dal lavoro del produttore: cultivar, grado di maturazione delle olive, tempi tra raccolta e frangitura, conservazione, acidità, polifenoli, difetti sensoriali, capacità di costruire un blend equilibrato. Un extravergine italiano può essere eccellente, ma non è detto che sia sempre migliore di uno spagnolo o greco. Esistono oli greci e spagnoli straordinari, così come esistono oli italiani mediocri.
Il Made in Italy va difeso quando significa qualità, competenza, rispetto delle regole, innovazione e valore per la filiera agricola. Ma va anche liberato da una narrazione semplicistica secondo cui tutto ciò che è italiano è buono e tutto ciò che arriva dall’estero è sospetto. È una tesi comoda, utile per le campagne di piazza, ma poco rispettosa dei consumatori.

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Certo che sembrerebbe , leggendo questo articolo, che si stia buttando via tutto quantoo visto e detto fin’ora comprese le colorate e chiassose manifestazioni che Coldiretti e altri organizzano per salvare il made in Italy. Concordo con chi scrive che ridurre tutto a semplice buono perchè fatto con materia prima italiana è restrittivo e spesso fuorviante. I piccoli marchi bene hanno fatto a legare i loro sforzi e successi a questo filone
Non mi convince molto l’idea della bontà di tutti i tipi di grano. Come comitato stopttip anni addietro abbiamo monitorato il grano canadese, il primo da escludere perché irrorato dall’alto da aerei con glifosato.
Il monitoraggio dei comitati è stato prezioso per far luce sulle pratiche nordamericane come il glifosato in pre-raccolta.
Tuttavia, proprio per questo, i mulini e i pastifici italiani applicano oggi una politica di tolleranza zero: il grano importato in Italia non deve avere tracce rilevabili di glifosato per poter essere utilizzato. Le analisi periodiche sulla pasta nei supermercati confermano che questa sostanza è quasi sempre del tutto assente o microscopica, ben al di sotto dei limiti di legge, anche nei marchi che usano grani esteri.
Scegliere il 100% italiano esclude il problema alla radice nei campi, ma i controlli blindano la sicurezza della pasta in commercio.
i residui di pesticidi, erbicidi o fungicidi, si possono trovare anche sul grano italiano. si parla di questi argomenti come se il grano italiano fosse esente da trattamenti. potrei comprendere se parlassimo di coltivazioni biologiche…
Il problema non è grano 100% italiano o meno, ma come viene coltivato il grano utilizzato? Fertilizzanti naturali o fertilizzanti chimici, sementi ogm o sementi naturali, pesticidi, tipo roundup e simili o no pesticidi? Non è la lavorazione che stabilisce se una pasta è buona oppure no, ma la coltivazione della materia prima, il grano in questo caso.
Ha perfettamente ragione: la qualità e la salubrità della pasta partono prima di tutto dal campo e da come viene coltivata la materia prima.
Per fare chiarezza sui suoi dubbi: le sementi OGM sono vietate per la coltivazione in tutta Europa e il grano GM non può essere importato per la nostra alimentazione, quindi la pasta nei supermercati è sempre da sementi non GM. Per quanto riguarda pesticidi come il Roundup (glifosato), l’Italia ne vieta l’uso in pre-raccolta. Inoltre, il grano che arriva dall’estero viene severamente controllato e non deve avere tracce rilevabili di glifosato per essere accettato dai pastifici italiani.
Sulla scelta tra chimica e naturale, la differenza principale la fa il biologico, che vieta i fitofarmaci di sintesi.
Certo si può sempre preferire l’acquisto di un prodotto italiano a parità di qualità, in modo che il denaro utilizzato rimanga in Italia e non vada all’estero per migliorare il bilancio commerciale italiano
è vero la qualità intesa come prodotto finale , se è buono, se tiene la cottura, è frutto di una serie di “componenti/variabili” , forse il focus dovrebbe essere sulla parola, bisognerebbe parlare di “salubrità” … ci sono paesi lontani dove i controlli sui pesticidi, diserbanti etc etc sono meno stringenti e i contadini stessi meno attenti ,,, questo è il punto e i “severi” controlli alla frontiera possono tracciare solo fino ad un certo punto e sono in ogni caso statistiche a campione. Faccio inoltre presente che benchè siamo in europa ci sono altri paesi come l’Olanda e la Grecia dove possono tranquillamente arrivare gli stessi prodotti ma con controlli molto ma molto differenti. Può anche succedere in Italia che ci siano prodotti di “cattiva qualità” è vero però a casa nostra siamo famosi per gli eccessivi controlli sanitari (anche gli eccessivi non fatti) rispetto ad altri paesi. 1%? vorrei sapere se sono gli stessi che si fanno in Canada dove sono consentite attività diverse dalle nostre e con quali percentuali ….dove il “problema glifosato” non se lo pongono proprio .. menomale che c’è l’obbligo di indicare l’origine cosi poi noi consumatori possiamo scegliere , statistiche e controlli permettendo
La distinzione tra qualità tecnologica (la tenuta in cottura) e salubrità è fondamentale. È anche vero che i controlli alle frontiere sono a campione e che il Canada ha maglie molto più larghe sul glifosato.
Tuttavia, l’Italia applica un sistema di controlli sanitari (tramite ASL e NAS) tra i più severi al mondo, ben superiore alla media UE. Inoltre, i mulini e i pastifici italiani, per difendere il proprio marchio, impongono ai fornitori canadesi standard interni rigidissimi: se il grano presenta tracce rilevabili di glifosato, viene rifiutato a monte dalle aziende private, prima ancora dei controlli statali.
Mi prema capire perché nell’articolo inerente l’uso di grani italiani e non dalla Barilla e da altre marche si sia data maggiore (se non esclusiva) importanza ad aspetti merceologici e nutrizionali della pasta prodotta con grani (cd. di qualità) provenienti da fuori UE e non già a (possibili/probabili) problemi salutistici, per via di diserbanti o pesticidi in genere utilizzati in paesi non UE. Né mi basta sapere che i controlli esistono e sono stringenti, poiché anche le le dosi dei singoli principi chimici rientrano nella norma è l’effetto cocktel a dare preoccupazioni.
Grazie.
Il focus sugli aspetti merceologici e nutrizionali è dovuto a un dato di fatto: per i pastifici italiani, l’importazione di grani duri esteri (come quelli nordamericani) non è una scelta di risparmio economico, ma una necessità tecnologica per raggiungere gli alti livelli di proteine e glutine necessari a garantire la tenuta in cottura della pasta.
La sua preoccupazione sull’effetto cocktail (la presenza contemporanea di più pesticidi diversi, anche se sotto i limiti di legge) è assolutamente legittima ed è al centro del dibattito scientifico attuale.
Il motivo per cui non si è dato spazio a ‘probabili problemi salutistici’ è che i monitoraggi indipendenti condotti regolarmente sulla pasta in commercio in Italia (sia dalle autorità che dalle associazioni dei consumatori) mostrano un quadro rassicurante: nella stragrande maggioranza dei campioni analizzati, i residui di pesticidi, incluso il glifosato, non sono solo sotto i limiti, ma risultano del tutto assenti o non rilevabili. Di fatto, se i singoli principi attivi sono a zero, il rischio dell’effetto cocktail si annulla.
Un articolo assolutamente interessante. Restando sul grano adoperato per confezionare la pasta io nutro dubbi perchè in tanti paesi vigono regole di coltivazione, raccolta e lotta ai parassiti molto diverse. Sofisticazioni e truffe a parte nelle quali siamo maestri credo che un grano canadese maturato con il loro clima (ho visto immagini di frumento sotto la neve) non abbia le medesime caratteristiche del nostro e che l’uso di antiparassitari qui proibiti aggiunga timori. Sbaglierò ma quando si tratta di produzioni industriali la cautela non è mai troppa. Un passo avanti sarebbe obbligare i produttori a dichiarare in etichetta i paesi di importazione PER ESTESO e non magari con oscure sigle.
Ciò che l’ Italia deve garantirci è il rispetto delle regole nella coltivazione degli alimenti. E questo vale per tutti gli alimenti: grano ,olio, ortaggi,carne , formaggi e tutto ciò che non mi viene in mente. Noi consumatori non desideriamo altro,tantomeno le chiacchiere del ministro Lollobrigida!!!
Sono completamente d’accordo, il claim prodotto italiano = superiore è ormai stucchevole e ridicolo
Concordo pienamente con il contenuto dell’articolo. E’ necessario educare il consumatore, che non essendo un addetto ai lavori, rimane influenzato dai luoghi comuni.
Cordiali saluti