Il Ministero dell’Agricoltura impone di classificare come vergine l’olio ottenuto miscelando extravergine e vergine. I dubbi di Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale
La nuova circolare in materia di disposizioni sulla miscelazione dell’olio extravergine di oliva con l’olio di oliva vergine del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF) è stata scritta in modo impreciso e affrettato. A lanciare l’allarme è Alberto Grimelli, direttore della testata Teatro Naturale, secondo cui il provvedimento è stato redatto “con molta fretta. Troppa fretta”.
La circolare numero 0347821 del 16 luglio 2026 stabilisce che l’olio ottenuto mescolando extravergine e vergine non potrà essere venduto come extravergine, anche se rispetta i parametri chimici e organolettici previsti. Il prodotto dovrà essere commercializzato come olio vergine. In realtà la circolare non vieta la miscelazione: un’azienda potrà continuare a unire le due tipologie d’olio, ma sarà obbligata a etichettare il risultato come ‘olio vergine’, una categoria che adesso è quasi assente dagli scaffali dei supermercati e con un valore commerciale inferiore.
Una circolare che forse non è ancora applicabile
Il primo problema è che le nuove disposizioni si applicano “a partire dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana”. Tuttavia, le circolari amministrative normalmente non sono pubblicate in Gazzetta Ufficiale e questo documento è comparso soltanto nella raccolta normativa del sito del MASAF.
Seguendo alla lettera quanto scritto dal Ministero di Francesco Lollobrigida, la nuova regola non sarebbe ancora operativa e potrebbe non diventarlo mai. Non si tratta di un semplice errore tipografico: dalla data di entrata in vigore dipendono la riclassificazione delle giacenze, i controlli dell’ICQRF e l’applicazione delle sanzioni. Per questo motivo, Grimelli ritiene che la circolare, o almeno i provvedimenti correlati, possa essere impugnata.

Il precedente orientamento consentiva la miscela
La circolare ribalta un’interpretazione dell’ICQRF risalente al 2002, successivamente condivisa anche dalla Direzione generale agricoltura della Commissione europea. Secondo quell’orientamento, una miscela di olio vergine ed extravergine poteva essere classificata come extravergine quando il prodotto finale rispettava i parametri analitici e superava l’esame organolettico previsto dalla normativa.
La questione non è stata ancora chiarita definitivamente a livello europeo. La stessa Corte dei conti dell’Unione ha segnalato che gli Stati membri interpretano le regole in modo diverso e ha chiesto alla Commissione di intervenire. Lollobrigida ha però deciso di anticipare Bruxelles attraverso una semplice circolare, la quale può indirizzare l’attività degli uffici e degli ispettori, ma non può modificare un regolamento europeo né creare autonomamente un nuovo illecito.
L’olio vergine rischia di perdere valore
Le conseguenze potrebbero essere pesanti soprattutto per frantoi, organizzazioni di produttori e commercianti. L’olio vergine, fino a oggi utilizzato in piccole quantità nelle miscele, potrebbe diventare più difficile da collocare e scendere di prezzo. Secondo il direttore di Teatro Naturale, il nuovo provvedimento rischia di trasformarsi in un “boomerang per l’olivicoltura nazionale’, svalutando proprio l’olio prodotto in molti frantoi dagli agricoltori italiani.
La grande falla
La criticità più evidente è che le nuove regole non valgono per gli altri Paesi dell’Unione Europea. Un’azienda italiana potrà quindi acquistare olio vergine ed extravergine, trasferirli in Andalusia, in Portogallo o in Grecia e realizzare lì la miscela. L’olio potrà poi essere importato in Italia, imbottigliato e venduto come extravergine.

Anche L’Informatore Agrario evidenzia questa criticità: l’operazione impedita all’imbottigliatore italiano può essere svolta dal concorrente spagnolo o portoghese, oppure dalla stessa azienda italiana trasferendo temporaneamente l’olio all’estero. Il vantaggio economico di questa triangolazione aumenterebbe qualora il divario di prezzo tra olio vergine ed extravergine raggiungesse alcuni euro al litro.
Sugli scaffali non è garantito un extravergine migliore
Coldiretti e Unaprol hanno presentato la circolare come una “vittoria storica” e il ministro Francesco Lollobrigida ha sostenuto che le nuove regole garantiranno la qualità dell’extravergine e il lavoro degli agricoltori. Ma basta leggere il testo con attenzione per rendersi conto che la realtà è meno rassicurante.
Il provvedimento contiene un errore sulla data di applicazione, interviene sulle giacenze già prodotte, poggia su una base giuridica discutibile, penalizza le imprese italiane rispetto a quelle straniere e non impedisce che le stesse miscele arrivino sugli scaffali dopo la produzione in Spagna.
Per incidere davvero servirebbe una norma europea valida in tutti i Paesi membri e un impegno della grande distribuzione a non utilizzare l’extravergine come prodotto civetta, proponendolo a prezzi difficilmente compatibili con una qualità accettabile.
Ancora una volta Lollobrigida privilegia l’annuncio e l’effetto mediatico per proclamare una vittoria basata su un provvedimento impreciso e facilmente aggirabile. La circolare ha prodotto titoli efficaci da parte di diversi giornali ‘distratti’, ma in realtà non garantisce che nelle bottiglie acquistate dai consumatori ci sia un extravergine migliore. Come conclude Grimelli, volendo essere gentili la circolare è un’“arma spuntata”, che rischia di danneggiare i produttori italiani lasciando invariato ciò che arriva sugli scaffali.
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Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24


