Barilla torna a usare una miscela di grani italiani, Ue ed extra Ue, mentre quella Al Bronzo e Voiello restano 100% italiane. L’origine è importante ma non basta per definire la qualità.
Da qualche mese Barilla ha cambiato l’origine del grano duro utilizzato per la pasta. Non più solo grano italiano, ma una miscela composta in prevalenza da materia prima nazionale e da una quota di grani provenienti da Paesi Ue e non Ue. La notizia è stata data pochi giorni fa dalla rivista Il Salvagente. Nel 2020 la scelta era stata puntare sul grano 100% italiano aveva spinto diversi concorrenti a seguire la stessa strada. Ora il gruppo torna a una una miscela di grani duri selezionati, italiani e stranieri. Le linee Barilla Al Bronzo e Voiello, invece, restano 100% grano duro italiano. Detto ciò va ricordato che Barilla è il più grande utilizzatore di grano italiano (500 mila tonnellate l’anno provenienti da 4000 aziende).
Il grano italiano è migliore?
Ma questa scelta cambia davvero la qualità della pasta? La risposta, al netto delle bandiere e degli slogan, è no. La qualità di una pasta non dipende dal passaporto del grano, ma dalle caratteristiche della semola: contenuto proteico, qualità del glutine, colore, tenuta in cottura, capacità di assorbire il condimento, livello di impurità, modalità di molitura e processo di essiccazione. L’origine è un’informazione importante e il consumatore ha diritto di conoscerla, ma non può essere trasformata automaticamente in un giudizio di superiorità.

Questo è il punto che spesso si perde nel dibattito. Tutti preferiamo comprare prodotti italiani quando è possibile: perché sosteniamo gli agricoltori del territorio, perché una filiera più vicina può ridurre alcuni passaggi, perché il Made in Italy rappresenta un patrimonio economico, culturale e produttivo. Ma un conto è valorizzare l’origine, un altro è sostenere che ‘italiano’ significhi sempre migliore e che ‘importato’ significhi scadente, pericoloso.
È la vulgata che alcune associazioni agricole ripetono da anni: il prodotto italiano come sinonimo di qualità e il prodotto straniero come minaccia. Una semplificazione efficace sul piano della comunicazione, ma meno solida quando si guarda alla realtà delle filiere. Nel caso della pasta, per esempio, l’Italia importa grano duro da sempre perché la produzione nazionale non copre il fabbisogno dell’industria. E il grano importato non è materia prima di serie B. Al contrario, quello che arriva da Canada, Stati Uniti e altri Paesi è scelto per migliorare le caratteristiche tecnologiche della semola italiana e garantire una qualità costante.
La pasta con grano italiano 100%
Questo non significa, naturalmente, che chi punta sul grano italiano sbagli. Al contrario: ci sono aziende che hanno costruito una parte importante della propria identità proprio sulla valorizzazione del grano nazionale e delle filiere territoriali. Granoro, con la linea Dedicato, rivendica una filiera 100% pugliese, con grano duro coltivato e trasformato in Puglia. La Molisana dichiara di utilizzare grano duro 100% italiano, decorticato a pietra e trafilato al bronzo. Sono scelte legittime, positive, apprezzabili, perché danno valore alla filiera agricola italiana e offrono al consumatore un’informazione chiara.

Ma lo stesso panorama dei marchi dimostra che non esiste una sola strada per fare una buona pasta. Divella dichiara una semola ottenuta da grani coltivati in Paesi UE ed extra UE. Garofalo, marchio storico di Gragnano, non costruisce la propria identità sulla formula del 100% italiano, ma sulla scelta dei “migliori grani al mondo”. Anche De Cecco ha sempre usato miscele di grani italiani e stranieri.
L’importanza di valorizzare la materia prima
La pasta italiana è tra le migliori al mondo proprio perché l’industria nazionale non si è mai limitata a guardare il confine geografico, ma ha saputo selezionare semole eccellenti, italiane e importate, e trasformarle con competenza. Un buon grano duro italiano è una risorsa preziosa, ma un grano duro importato può essere altrettanto eccellente e, in certe annate, persino indispensabile per migliorare tenuta in cottura, colore e contenuto proteico della pasta. La differenza la fa la selezione della materia prima, non la bandiera.
Lo stesso ragionamento vale per l’olio extravergine di oliva. L’olio italiano gode giustamente di una reputazione elevata e costa più di quello spagnolo, greco o tunisino. Ma sugli scaffali del supermercato il più delle volte bottiglie ci sono bottiglie con miscele di oli comunitari e non comunitari. Anche in questo caso la qualità dipende dalla materia prima e dal lavoro del produttore: cultivar, grado di maturazione delle olive, tempi tra raccolta e frangitura, conservazione, acidità, polifenoli, difetti sensoriali, capacità di costruire un blend equilibrato. Un extravergine italiano può essere eccellente, ma non è detto che sia sempre migliore di uno spagnolo o greco. Esistono oli greci e spagnoli straordinari, così come esistono oli italiani mediocri.
Il Made in Italy va difeso quando significa qualità, competenza, rispetto delle regole, innovazione e valore per la filiera agricola. Ma va anche liberato da una narrazione semplicistica secondo cui tutto ciò che è italiano è buono e tutto ciò che arriva dall’estero è sospetto. È una tesi comoda, utile per le campagne di piazza, ma poco rispettosa dei consumatori.

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



I produttori sono totalmente incapaci di fare informazione sui loro prodotti. Questo ha creato consumatori totalmente incapaci di valutare qualità e performance della pasta.
Concordo al 100% con i contenuti di questo articolo.
Vorrei sapere dove si nascondono certi fomentatori delle piazze quando emergono problematiche su come certi prodotti DOP vengono prodotti (es. Prosciutto di Parma con allevamenti della filiera non degni di un paese civile oppure quando sorgono dubbi non risolti sulla attinenza al Disciplinare ad esempio per i mangimi dei suini che riforniscono la filiera).
Oppure perché va benissimo che per produrre un prodotto IGP come la Bresaola della Valtellina IGP si utilizzi carne sudamericana (…il mantra è che è importante la trasformazione che è fatta in Italia, in Valtellina…).
Invece si ventila l’ipotesi che la pasta fatta con grano che arriva dall’Arizona sia di qualità inferiore a quella con 100% grano italiano.
Oppure che la passata fatta con pomodoro che arriva da fuori Italia….il male di tutti mali…
Come dice giustamente il Direttore La Pira…analizziamo caso per caso…non parliamo per partito preso…e ricordiamoci che molti prodotti fatti all’estero in partenza, forse, sono migliori dei nostri…
concordo pienamente con l’articolo. L’unica cosa è evitare di avere grani trattati con prodotti non ammessi nell’UE e che magari non arrivino da lontano per motivi ecologici.
Tutto il grano che entra in Europa deve rispettare i severi limiti di legge comunitari sui residui chimici. I controlli effettuati ai porti e sui pacchi di pasta in commercio dimostrano che le tracce di pesticidi (incluso il glifosato) nel grano importato sono quasi sempre infinitesimali e ampiamente al di sotto della soglia di sicurezza. Se preferisce evitarli del tutto, la scelta migliore è orientarsi su pasta biologica o prodotta con grano 100% italiano.
Bio per legge vuol dire il 10% di pesticidi in meno, sai che salubrità. Auguri.
Per legge, l’agricoltura biologica vieta tassativamente l’uso di pesticidi e diserbanti chimici di sintesi (come il glifosato). Non si tratta quindi di un ‘10% in meno’, ma di un divieto totale. Nel bio sono ammessi solo prodotti di origine naturale e sostanze rigorosamente selezionate dall’UE.
I controlli sulla filiera biologica sono tra i più stringenti in assoluto e i dati ufficiali confermano che i prodotti bio sono quasi totalmente privi di residui chimici. Se l’obiettivo è la massima salubrità e l’assenza di chimica di sintesi nel piatto, il biologico certificato resta la scelta più tutelata dalla legge.
In realtà a me, da ignorante casalinga, interesserebbe sapere quali fertilizzanti, pesticidi ed altre “sostanze” sono usate nei Paesi di provenienza dei grani non Ue.
Tutto il grano che entra in Europa deve rispettare i severi limiti di legge comunitari sui residui chimici. I controlli effettuati ai porti e sui pacchi di pasta in commercio dimostrano che le tracce di pesticidi (incluso il glifosato) nel grano importato sono quasi sempre infinitesimali e ampiamente al di sotto della soglia di sicurezza. Se preferisce evitarli del tutto, la scelta migliore è orientarsi su pasta biologica o prodotta con grano 100% italiano.
io avrei meglio detto: “pasta biologica e (allo stesso tempo) 100% prodotta in Italia”…
Si iscrive ad una associazione ecologica e compra solo pasta con grano italiano.
Nell’articolo vengono descritte le: “caratteristiche della semola: contenuto proteico, qualità del glutine, colore, tenuta in cottura, capacità di assorbire il condimento, livello di impurità, modalità di molitura e processo di essiccazione. ”
D’accordo ma quella che viene definita una ‘semplificazione efficace’ riguardo a: “Ma un conto è valorizzare l’origine, un altro è sostenere che ‘italiano’ significhi sempre migliore e che ‘importato’ significhi scadente, pericoloso. È la vulgata che alcune associazioni agricole ripetono da anni: il prodotto italiano come sinonimo di qualità e il prodotto straniero come minaccia.” , non entra tuttavia nel merito della argomentazioni addotte per considerare una ‘minaccia’ il grano estero.
Perchè non includere una sesta caratteristica come la salubrità?
Quelle associazioni tanto vituperate ci hanno ricordato i temi del glifosato utilizzato giusto nei paesi nordici come il Canada, il DON (Deossinivalenolo) ed il suo effetto accumulo, o il fatto che navi contenenti grano estero vengono ribattezzate importatrici di grano…’nazionale’ italiano vs ‘nazionalizzato’ non appena giungono in Puglia, grazie alle possibilità del germo doganale e non solo….qui che scatta la trappola: nei passaggi di mano successivi (da un intermediario all’altro, o sui registri di qualche magazzino), il termine “grano duro nazionalizzato” (cioè straniero ma sdoganato in Italia) “perde” spesso la sua parte finale e diventa magicamente “grano nazionale”. In caso di controlli, chi viene sorpreso può tentare di difendersi sostenendo che si trattava di un semplice errore di trascrizione o di un’abbreviazione gergale, rendendo molto difficile per le autorità dimostrare il dolo (la volontà di truffare).
La salubrità non è un parametro qualitativo (come il colore), ma un prerequisito di legge. Un grano che non rispetta i limiti sanitari è illegale e non entra in commercio, sia esso italiano o estero.
I dati scientifici smentiscono l’allarme su Glifosato e DON. Il grano canadese può contenere tracce di glifosato ma è molto protetto dalle micotossine (DON) grazie al clima secco. Al contrario, nelle annate italiane piovose il rischio DON aumenta. I controlli sulla pasta in commercio confermano che i limiti di sicurezza non sono mai superati.
Il passaggio fraudolento da “nazionalizzato” (straniero sdoganato) a “nazionale” è un illecito commerciale grave, perseguito dalle autorità. Questo, però, riguarda la trasparenza e le truffe, non la sicurezza alimentare del grano in sé.
Difendere il reddito degli agricoltori italiani è sacrosanto, ma confondere le battaglie commerciali con un pericolo per la salute genera solo un ingiustificato allarmismo.
L’occasione fa l’uomo ladro. Vecchio proverbio. I regolamenti non mettono al riparo dalle sofisticazioni e dalle frodi. Una cosa che non ho mai capito sono le soglie considerate accettabili. L’arsenico se lo prendi a piccole dosi non ti uccide, subito, ma di sicuro non ti fa bene e ti uccide sul lungo periodo. Un ex magistrato sostiene che per osservare una legge deve essere sconveniente abbastanza da invogliare a rispettarla quella legge. Io sarei un po’ drastico: se ti becco che fai una frode, in qualunque campo, tu non puoi più lavorare in quel campo, non puoi più neanche avvicinarti a quel mondo, nemmeno con prestanomi o vaiazioni di ragione sociale. Se lo rifai, infischiandotene, ti confisco tutti i tuoi beni, ti arresto e butto la chiave.
Vorrrei aggiungere un altro passaggio al mio precedente commento:
Come avviene il “Battesimo” (Il trucco) del grano.
Il meccanismo della frode, sventato più volte dalla Guardia di Finanza e dall’ICQRF (l’Ispettorato repressione frodi del Ministero dell’Agricoltura), di solito segue questo schema:
– L’arrivo: Grandi navi cariche di grano duro arrivano da Paesi esteri (storicamente Canada e Stati Uniti, ma negli ultimi anni anche tantissimo da Turchia, Russia e Kazakistan) e scaricano nei porti pugliesi.
– Il trasporto e lo stoccaggio: Il grano viene caricato sui camion e portato nei grandi silos della provincia di Foggia o delle zone limitrofe.
– La magia burocratica: A questo punto, sfruttando società di comodo, falsificando i Documenti di Trasporto (DDT) o le fatture, il grano cambia “carta d’identità”.
Il Blending (la miscelazione): Spesso il grano estero viene fisicamente mescolato nei silos con una percentuale di grano locale. Da quel momento, per i registri, l’intero lotto esce dai silos etichettato come “Grano duro nazionale” o “Pugliese”.
Il motivo di questa frode è puramente economico e si basa su due fattori:
Il premio del “100% Italiano”: I consumatori italiani oggi vogliono pasta fatta con grano italiano. Le industrie sono disposte a pagare di più (un prezzo “premio”) per avere certificazioni di origine nazionale. Rivendere grano estero spacciandolo per italiano garantisce margini di profitto illecito altissimi.
Il crollo dei prezzi locali: Quando enormi quantità di grano estero (magari comprato a prezzi stracciati dalla Turchia) vengono immesse sul mercato di Foggia e spacciate per italiane, c’è un eccesso di offerta. Questo fa crollare il prezzo alla Borsa Merci, strangolando gli agricoltori pugliesi e siciliani veri, che non riescono più a coprire nemmeno i costi di produzione (trattori, gasolio, semi).
E’ vero che oggi (solo dal 1° luglio 2025 e dopo un travaglio iniziato nel 2020) esiste il registro ‘Granaio Italia’ il cui scopo è creare una tracciabilità di ferro per impedire esattamente il fenomeno del grano importato che “sparisce” nei silos e ricompare come nazionale. Non è un “sigillo magico”, ma ha fornito alle autorità di controllo uno strumento digitale potentissimo per incrociare i dati e scovare le triangolazioni fraudolente sui porti e sui grandi hub di stoccaggio come Foggia.
Per gli agricoltori e associazioni (come Coldiretti e Cia) è una vittoria storica. Costringere gli stoccatori (i proprietari dei silos) a dichiarare trimestralmente quanto grano estero entra e quanto ne esce rende molto più difficile la frode documentale (il famoso “battesimo” del grano).
Per alcune parti dell’industria e dello stoccaggio è considerato un appesantimento burocratico enorme. Inoltre, i critici fanno notare che la registrazione avviene in forma “cumulativa e aggregata” per trimestre, lasciando comunque un margine di “opacità” rispetto a un tracciamento in tempo reale del singolo lotto in entrata e uscita.
Come giustamente sottolinea, l’introduzione del registro “Granaio Italia” è uno strumento fondamentale per la tracciabilità e per contrastare questi “battesimi” fraudolenti del grano.
Tuttavia, questo eccellente quadro conferma il punto centrale: siamo di fronte a un gravissimo problema di legalità, trasparenza e tutela del reddito agricolo, non a un’emergenza sanitaria. Il grano che subisce queste triangolazioni burocratiche è commercialmente “falso”, ma non per questo tossico o pericoloso per la salute, poiché i controlli di sicurezza a monte (sui residui chimici nei porti) restano attivi. La battaglia per la legalità della filiera è sacrosanta, ma non va confusa con la salubrità del piatto di pasta.
Questo è un punto cruciale del discorso. Merita di essere ribadito e approfondito come spesso questa testata fa.
Aggiungo all’eccellente risposta della dottoressa Nardi: praticamente sta dicendo che le aziende italiane fanno le furbe. A questo punto allora tanto vale comprare pasta dichiarata con grano estero?… Che magari costa pure meno…
Ma va???? Lo dico da 20 anni.
Degli illeciti alle provenienze , da consumatore, a me importa fino a lí; io voglio pasta performante e SICURA.
Le performance le danno i grani esteri, la sicurezza la legge e i controlli italiani
Sarebbe così semplice che TuTTE le aziende comunicassero questo ..
Più è chiara la pasta, migliore è la qualità.
La “moda” del 100%italiano è figlia del revanscismo reazionario di questi tempi di chi evidentemente ha un complesso d’inferiorità, così questa dicitura è spesso utilizzata a sproposito.
I primi a essere presi in giro sono proprio quelli che ci credono !
Buongiorno, sono d’accordo in parte ma bisogna tenere presente che in certi paesi non UE, sono permessi pesticidi o presidi dedicati anche all’associazione del grano stesso da noi vietati (vedi glifosate).
In Italia non arrivano partite con tracce di pesticidi vietate lo si vede dalle analisi delle autorità di frontiera
Buongiorno, la sua è un’osservazione legittima: in alcuni Paesi extra-UE, come il Canada, l’uso del glifosato in pre-raccolta è consentito, a differenza dell’Italia. È importante però precisare che tutto il grano che entra in Europa deve tassativamente rispettare i rigidi Limiti Massimi di Residuo (LMR) imposti dalle nostre normative. I controlli ufficiali e le analisi indipendenti dimostrano che la pasta italiana, anche quando prodotta con grani miscelati, presenta livelli di contaminanti ampiamente sotto i limiti di legge, e spesso del tutto assenti. L’importazione risponde principalmente a necessità tecnologiche (come il livello proteico) per garantire la tenuta della pasta, ma dal punto di vista della sicurezza alimentare i controlli offrono ampie garanzie.
I livelli di contaminanti potrebbe (forse) variare in caso di pasta integrale?
Ne avevamo parlato qui: https://ilfattoalimentare.it/farina-bianca-integrale.html è di dieci anni fa, ma credo che sia sempre attuale.
Concordo pienamente con i contenuti di questo articolo. La cosa importante è garantire la qualità del prodotto e la sicurezza del consumatore. Avendo diretto, anni fa, l’Ufficio del Ministero della Salute che coordinava i controlli sanitari nei porti e negli aeroporti, posso confermare che la normativa italiana ed europea è molto stringente: ogni anno i nostri ispettori/ispettrici eseguono migliaia di verifiche e analisi sulle materie prime importate.
Credo che il discorso sia più ampio, non mi fido della frutta e verdura che arriva dalla Spagna dove ho visto personalmente le serre di Almeria piene di chimica, non mi fido del miele estero che viene “allungato” rappresentando solo un reato per frode, non mi fido del pomodoro cinese, non mi fido quindi del grano non UE. Poi comprendo le frodi italianissime del Parma o del Grana/Parmigiano ma da qualcosa bisogna partire a fare delle scelte, scelte che poi costringono i produttori a stringere le maglie
Non si fida… ma quello che conta sono i dati delle analisi del ministero che indicano una presenza di fitofarmaci e pesticidi nei prodotti in vendita davvero minima . uso
CI avevano convinti di comprare pasta con solo grano italiano per il semplice fatto che la filiera è più controllata e la qualità migliore, soprattutto rispetto a grani non UE dove possono esserci coltivazioni con uso di pesticidi qui vietati, OGM ecc. Non è più così? Capisco chi fa acquisti senza controllare nulla, ogni giorno viene detto qualcosa e il suo contrario creando solo confusione.
Scegliere pasta 100% grano italiano resta un’ottima opzione per sostenere l’economia locale e per la certezza che nei nostri campi non si usino pratiche come il glifosato in pre-raccolta.
La verità che spesso non viene detta è che anche la pasta con grano estero è sicura. Questo perché i controlli ai confini europei sono severissimi: qualsiasi grano importato, da ovunque arrivi, deve rispettare i rigidi limiti di legge europei sui pesticidi, altrimenti viene respinto. Le analisi di laboratorio sulla pasta nei supermercati confermano che i residui di pesticidi sono quasi sempre inesistenti o ampiamente sotto i limiti di sicurezza, sia che il grano sia italiano sia che sia straniero.
Spesso è l’ignoranza del consumatore a fare tutto; basta che ci sia scritto BIO o 100% italiano, Senza zuccheri aggiunti, senza glutine, senza lattosio per farne un prodotto migliore ( che spesso non è)
I produttori hanno specialisti per comporre l’etichetta e i claim pubblicitari, dire che sono incapaci mi sembra errato.
Basta vedere quanti sono claim su tutti i prodotti.
Poi il web fa condinua disinformazione alimentare.
se il bio è certificato, non si può confondere con tutti gli altri claim che lei ha citato e chi lo compra non può essere definito un ignorante.
Forse bisognerebbe approfondire che cos’è il GLIFOSATO e che conseguenze può avere sull’ambiente e sulla salute.
In Canada e negli Stati Uniti l’uso del glifosato nella coltivazione del grano è permesso, ma con differenze sostanziali rispetto all’Unione Europea e all’Italia, dove le normative sono molto più restrittive, specialmente per quanto riguarda l’uso in pre-raccolta.
Canada
· Uso in pre-raccolta: Legale e molto diffuso. Viene utilizzato come essiccante (dessiccante) per uniformare la maturazione e anticipare la raccolta.
· Limiti di residui (MRL): Sono generalmente più alti, ad esempio 5 ppm per la farina di frumento e 15 ppm per la crusca. Recenti proposte hanno suggerito di aumentare ulteriormente questi limiti.
Stati Uniti
· Uso in pre-raccolta: Legale e regolamentato. L’EPA (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) lo approva per il controllo delle infestanti prima del raccolto (pre-harvest weed control), a patto che venga applicato non più di 7 giorni prima della mietitura. Tuttavia, la pratica di “essiccare” il grano (desiccation) non è l’uso principale.
· Limiti di residui (MRL): La tolleranza per i residui sul grano è fissata a 30 ppm, un valore significativamente più alto rispetto al Canada.
Unione Europea
· Uso in pre-raccolta: Vietato. Il Regolamento (UE) 2023/2660 vieta esplicitamente l’uso del glifosato per la essiccazione (desiccazione) finalizzata al controllo del momento della raccolta.
· Uso generale: L’autorizzazione all’uso del glifosato è stata rinnovata fino al 2033, ma con limiti di impiego annui (es. max 1,44 kg/ha per uso agricolo).
Italia
· Uso in pre-raccolta: Vietato dal 2016. Un decreto del Ministero della Salute vieta l’uso in pre-raccolta “al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura”.
· Uso generale: Ulteriormente limitato. È vietato in aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili (parchi, giardini, scuole, ecc.).
In sostanza, la differenza principale risiede nell’approccio all’uso in pre-raccolta: ampiamente consentito in Nord America (sebbene con modalità diverse), vietato in Europa, con l’Italia che ha adottato misure restrittive aggiuntive a livello nazionale. Questo crea disparità nelle regole e preoccupazioni per la concorrenza sleale e la sicurezza alimentare, come evidenziato dalle proteste degli agricoltori italiani.
Grazie.
Il tema del glifosato merita attenzione, ma va distinto il piano delle pratiche agronomiche da quello della sicurezza alimentare. È vero che in Canada e in altri Paesi l’uso pre-raccolta del glifosato sui cereali è consentito con regole diverse da quelle europee e italiane. È anche vero, però, che il grano importato nell’Unione europea deve rispettare gli stessi limiti massimi di residuo previsti per i prodotti commercializzati in Europa.
Nei controlli ufficiali svolti negli ultimi anni sul grano duro importato non sono emerse non conformità sanitarie significative né superamenti dei limiti di legge. Questo non significa negare il dibattito sull’uso del glifosato, né le preoccupazioni ambientali o agronomiche legate all’impiego degli erbicidi. Significa però evitare di trasformare una differenza normativa e produttiva in un allarme sanitario sulla pasta, quando i dati dei controlli non lo confermano.
La questione della reciprocità delle regole e della concorrenza con il grano italiano è un tema politico e commerciale legittimo. Diverso è sostenere che il grano canadese o extra UE sia automaticamente contaminato o pericoloso: questa affermazione, alla luce dei controlli disponibili, non è dimostrata.
Le considerazioni esposte in modo esaustivo e sequenziale nell’articolo contengono, che piaccia o no , un metamessaggio culturale prezioso che andrebbe estrapolato e che rinvia direttamente al “Pensiero Meticcio”, libro di F. Laplantine, antropologo, e A. Nouss, linguista (Eléuthera): la globalizzazione rischia di creare un magma indistinto delle culture e, contemporaneamente, la difesa ancestrale dei particolarismi localistici identitari (vi ricorda qualcosa e qualcuno?). Il pensiero meticcio supera antropologicamente questa diaspora culturale conflittuale e permette di trasformare lo scambio commerciale da freddo import-export, bilancia commerciale e dei pagamenti, cinismo dei dazi in una transazione umanistica (Berne) che implica il riconoscimento di bisogni reciproci. L’ibridazione commerciale è anche ibridazione culturale con l’arricchimento reciproco di prodotti nuovi e migliori. Ottimo articolo: il Fatto Alimentare si porta dietro anche questa missione (non credo suo malgrado), Saluti.
Condivisibile: l’altra faccia della medaglia è quella che, giustamente, lei riporta.
Ciò non toglie che quando parliamo di transazioni commerciali, e quelle che avvengono all’interno della nostra cultura non sono esenti, vi sono presupposti etici, culturali, umanistici ed economici che danno forma alla transazione. E la conflittualità emerge, anche se stemperata da norme condivise. Non a caso si parla, in antropologia, di gruppi culturali (sottoculture con un loro codice condiviso). E, nel tempo, la conflittualità non è certo diminuita. E neppure la diffidenza: pensi solo a quante persone evitano accuratamente cibi ultraprocessati nonostante le pubblicità e le fake news create da esperti prezzolati o improvvisati esperti.
Per orientarsi e capire la realtà la conflittualità è il “sale” utile e necessario che affrontiamo per navigare nella complessità. Quasi tutti i commenti lo evidenziano. Ma il fatto stesso che siamo qui a leggere, scrivere, discutere e chiedere informazioni – mostrando una conflittualità più o meno palese – è la prova che la transazione umanistica è avviata.
Per ultimo le chiedo: quando scrive ” … la difesa ancestrale dei particolarismi localistici identitari …” si riferisce anche alle tutele messe in campo da Slow Food per riconoscere un metodo di produzione definito, spesso collegato ad una cultura localistica?
Buon giorno. Sono d’accordo, ma io come consumatore voglio avere delle certezze! Compro, cucino per me ma non solo. Mangiamo, ci nutriamo. Voglio essere sicura per quanto riguarda sostanze varie nocive come ad esempio il glifosato, aflatossine, OGM… Sono presenti oppure no! E il paese di provenienza del grano che politiche adotta. Perché ci sono delle differenze: grano italiano e dichiarazioni relative, Paesi UE. Non UE. Non è una questione di bandiera, ma stiamo vedendo bene che succede a livello mondiale nel commercio. La sicurezza del cittadino dove la mettiamo? E gli agricoltori di buone pratiche… li vogliamo finalmente premiare per la forte resilienza? Non è il tricolore-etichetta che da in automatico la certezza di genuinità, ma il tricolore vorrà dire e varrà qualcosa. Grazie e buon lavoro Annarita
Secondo lei quanti controlli da parte di autorità pubbliche subiscono realmente le aziende agricole italiane sul corretto utilizzo dei fitofarmaci? Meno dell’1% delle aziende viene controllato annualmente. Questo le dà tutte le garanzie che richiede? Immagino richieda i rapporti di analisi per ricerche OGM, aflatossine, glifosato, su tutta la pasta cha acquista, e degli altri fitofarmaci ne vogliamo parlare? e i metalli pesanti ce li dimentichiamo? Saluti
concordo pienamente, le Associazioni di categoria spesso difendono altri interessi indipendentemente dagli aspetti organolettici e di sicurezza di prodotti non nazionali.
Purtroppo in Canada per essiccare il grano viene fatto ulteriore trattamento in campo con glifosato
Vero, ma i dati del Ministero raccontano un’altra storia. Presto un articolo per chiarire la questione.
Credo che la vera differenza sia nell’uso del glifosato, vietato dalle norme italiane ma largamente utilizzato nei Paesi, Canada e Russia in primis, per via del clima fresco ed umido nel periodo della mietitura.
è vero la qualità intesa come prodotto finale , se è buono, se tiene la cottura, è frutto di una serie di “componenti/variabili” , forse il focus dovrebbe essere sulla parola, bisognerebbe parlare di “salubrità” … ci sono paesi lontani dove i controlli sui pesticidi, diserbanti etc etc sono meno stringenti e i contadini stessi meno attenti ,,, questo è il punto. Può anche succedere in Italia è vero però a casa nostra siamo famosi per gli eccessivi controlli sanitari (anche gli eccessivi non fatti) rispetto ad altri paesi ..che il problema non se lo pongono proprio .. menomale che c’è l’obbligo di indicare l’origine cosi poi noi consumatori possiamo scegliere
se vogliamo parlare poi dei “severi limiti” imposti dalla UE purtroppo stiamo assistendo per motivi diversi all’abbandono del tanto caro principio di precauzione … oramai il glifosato è concesso ovunque…
Forse non vi è chiaro che in Italia per molti prodotti alimentari, a partire dal grano duro per la pasta, si produce molto meno di quanto si consuma, e spesso la qualità non è eccelsa per la trasformazione industriale. In Italia il grano duro è sostenuto da anni con incentivi dedicati nell’ambito dei contributi PAC, peccato che da quando è stato richiesto di documentare l’acquisto di un quantitativo minimo di semente ad ettaro, la superficie dichiarata si sia dimezzata, ma non la quantità prodotta. In pratica si dichiarava la coltivazione di grano duro per ottenere i contributi, ma spesso non veniva seminato in quantità sufficiente per ottenere una resa valida, o non veniva nemmeno raccolto. Se un consumatore vuole mangiare solo prodotti italiani, statisticamente o mangia un giorno sì e un giorno no, oppure ci sarà un altro consumatore che deve mangiare solo prodotto estero. Saluti
I grani esteri possono essere stati trattati con il glifosato, preferisco farne senza !
Presto un articolo chiarirà la questione. I dati del Ministero raccontano un’altra storia