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Extravergine italiano o straniero? Una riflessione di Roberto Pinton, esperto di produzioni biologiche

Virgin olive oil in a crystal bottle on wooden background.CopyspaceLo scorso mese la pubblicazione dell’articolo “Olio extravergine, materia prima italiana o straniera? La lista dei principali marchi e supermercati” ha suscitato un vivace dibattito e l’interesse di molti lettori (leggi qui l’articolo). Di seguito pubblichiamo le riflessioni di Roberto Pinton, esperto di produzioni biologiche.

L’agricoltura è una brutta bestia, e l’olivo è una bestia ancora più brutta. Condizioni climatiche e fitopatie (anch’esse influenzate dalle condizioni climatiche) impattano su qualità e quantità del raccolto praticamente di qualsiasi produzione agraria. Per l’olivo, poi, si aggiunge l’alternanza della produzione tra anni di “carica” e di “scarica”, che le pratiche agronomiche non riescono a superare del tutto, dato che il fenomeno dipende anche dalle cultivar (varietà), dalla loro genetica e da fattori fisiologici.
L’andamento della produzione nazionale non è quindi costante: nel 2020 l’oliveto italiano ha prodotto 255mila tonnellate di olio, nel 2019 366mila, nel 2018 (l’anno nero) 175mila, nel 2017 429mila e così via, seguendo un andamento che, come si vede, ha un alto e un basso.

extravergine
Condizioni climatiche e fitopatie impattano su qualità e quantità del raccolto per l’extravergine

Il consumo domestico è abbastanza costante intorno alle 500mila tonnellate (siamo i primi consumatori al mondo, seguiti da Spagna e Stati Uniti) e non cambia in parallelo alla produzione: non è che negli anni di scarsa produzione nazionale gli italiani condiscano meno l’insalata.
Nemmeno negli anni “di carica” la produzione nazionale di olio basta a soddisfare la domanda interna: per mettere olio d’oliva sulle tavole degli italiani è necessario importarne, è un dato del tutto pacifico, piaccia o meno. Ai consumi interni, poi, si aggiunge l’export, anch’esso, da solo, superiore alla produzione nazionale. Oltre che mettere a disposizione degli italiani l’olio di cui hanno bisogno, ha senso importare per poi esportare?
Sì, generalmente un’azienda che intenda esportare deve inserire nel suo assortimento più tipologie di olio, di diverse qualità e prezzo; in sostanza, se intende proporre sui mercati esteri dell’ottimo olio extravergine italiano di fascia alta, un operatore deve avere un catalogo ampio che comprenda anche opzioni diverse per aspetti organolettici e prezzo.

Lo stesso accade per il riso (se vuoi essere visto come lo specialista del riso, insieme al Carnaroli e all’Arborio devi essere in grado di proporre anche il Basmati e il Jasmine, anche se non sono di produzione nazionale) e per numerose altre categorie merceologiche.
Una poderosa mole di dati economici sull’olio è accessibile sul sito dell’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare); per brevità segnalo l’analisi delle tendenze pubblicata nel dicembre scorso, ma navigando il sito si trova molto di più.

Roberto Pinton

© Riproduzione riservata

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

Redazione Il Fatto Alimentare

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Un commento

  1. Avatar
    Roberto Stanzani

    Se promuovi per anni la superiorità del made in Italy tout court, poi non lamentarti se la gente vuole solo il made in italy, e tu non ne hai abbastanza.
    Sarebbe bastato promuovere la qualità, dicendo che non l’abbiamo solo noi, ma che esiste anche all’estero.
    Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.

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