Dal 14 giugno cambiano le regole europee per confetture e marmellate: nei vasetti dovrà esserci più frutta. L’obiettivo è rendere i prodotti più coerenti con le aspettative dei consumatori, anche se l’effetto sugli scaffali potrebbe essere meno evidente del previsto.
La Direttiva (UE) 2024/1438, recepita in Italia con il Decreto Legislativo n. 207 del 30 dicembre 2025, modifica le regole relative a miele, succhi di frutta, confetture e latte conservato. Sebbene il decreto sia formalmente in vigore da gennaio, le nuove disposizioni si applicano dal 14 giugno 2026. Per le confetture aumenta la quantità minima di frutta: si passa da 350 a 450 grammi per chilo di prodotto finito. Per le confetture extra il limite sale invece da 450 a 500 grammi. Sulla carta è un passo avanti: le ricette dovranno contenere più frutta rispetto al passato.
Cosa cambia per le aziende
Il cambiamento, però, non partirà da zero. Molti produttori italiani, soprattutto nella fascia medio-alta, indicano già in etichetta quantità di frutta superiori ai nuovi minimi. Diverso il discorso per i vasetti che si attestavano vicino alle soglie minime. Per queste aziende l’adeguamento potrebbe comportare un diverso bilanciamento degli ingredienti e costi produttivi più elevati. Resta da capire se questi eventuali rincari saranno assorbiti dalle aziende o trasferiti, almeno in parte, sul prezzo finale.

Per le aziende non è solo una questione di etichetta e costi. Aumentare la frutta può cambiare consistenza, stabilità e durata del prodotto. Per questo i produttori dovranno rivedere ricette, schede tecniche e, in alcuni casi, dichiarazioni nutrizionali. La normativa prevede anche un regime transitorio: i prodotti immessi sul mercato o etichettati prima del 14 giugno 2026 potranno continuare a essere commercializzati fino a esaurimento delle scorte.
L’origine della frutta
Tra gli aspetti più interessanti della riforma c’è l’origine delle materie prime. La Commissione europea dovrà presentare entro giugno 2027 una valutazione sulla fattibilità dell’indicazione obbligatoria del Paese di provenienza della frutta usata in confetture e marmellate. Per il momento non c’è alcun obbligo. Ma la questione è destinata a pesare sempre di più, perché molti consumatori non vogliono sapere solo quanta frutta c’è nel vasetto, ma anche da dove arriva.
Attenzione però a non confondere ‘più frutta’ con ‘meno zuccheri’. Una confettura con più frutta può restare comunque un prodotto molto zuccherino. Nelle confetture una parte degli zuccheri deriva naturalmente dalla frutta, sotto forma di fruttosio e glucosio. Un’altra parte è invece rappresentata dallo zucchero aggiunto, che serve non solo per il gusto, ma anche per la conservazione, la consistenza e le caratteristiche organolettiche del prodotto. Per questo motivo, anche se aumenta la percentuale di frutta, il contenuto complessivo di zuccheri potrebbe non diminuire in modo sostanziale.

Il test di Altroconsumo sulle confetture di albicocca
Il test realizzato di recente da Altroconsumo sulle confetture di albicocca conferma che la percentuale di frutta è solo uno degli elementi da considerare. L’associazione ha messo a confronto 19 prodotti, tra confetture, confetture extra e preparazioni a base di albicocca. Le prove hanno riguardato la quantità di frutta, la coerenza con quanto dichiarato in etichetta, la presenza di pesticidi e muffe, oltre all’assaggio alla cieca da parte dei consumatori.
In testa alla classifica c’è Rigoni di Asiago Fiordifrutta Albicocche Bio, con 86 punti su 100 e il riconoscimento di “Migliore del test”. Il prodotto dichiara 60 grammi di frutta per 100 grammi, è biologico e non presenta residui di pesticidi. Al secondo posto si trova Vis Confettura Extra Albicocche, con 82 punti, mentre Puertosol Eurospin Confettura Extra di Albicocca ottiene 73 punti ed è indicata come “Miglior acquisto”, grazie al buon rapporto tra qualità e prezzo. Residui di pesticidi sono stati trovati in 13 prodotti con valori che rientrano sempre entro i limiti di legge.
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Collaboratrice de Il Fatto Alimentare, biologa nutrizionista con PhD in medicina molecolare e traslazionale e un master in “Cibo e Società: politiche e pratiche dei sistemi agro-alimentari”. Lavora come project manager per interventi di educazione alimentare a diversi livelli ed è consulente di ricerca presso l’Università di Milano-Bicocca. Nei suoi articoli si occupa principalmente di nutrizione, benessere ed educazione alimentare, con un approccio scientifico e attento alle implicazioni sociali del cibo.



Ma sono del mestiere quelli che si inventano queste regole?
Le soglie minime per confetture e marmellate vengono definite a livello europeo dopo confronti tra istituzioni, Stati membri, produttori e associazioni di categoria. Si può discutere se siano sufficienti o meno a garantire la qualità del prodotto, ma l’obiettivo della norma è fissare standard minimi comuni per migliorare la composizione media dei prodotti sul mercato e offrire prodotti qualitativamente migliori ai consumatori
La “Composta di albicocca” NaturaSi ha il 66% di frutta bio e pectina naturale, a differenza di Rigoni di Asiago, costo simile.
Grazie per la precisazione. La composta NaturaSì che cita presenta effettivamente una percentuale di frutta del 66% e utilizza pectina. Probabilmente il test di Altroconsumo è stato fatto su un campione limitato di prodotti presenti nella grande distribuzione e non tutte le referenze disponibili sul mercato. Il consiglio è sempre quello di leggere attentamente la lista degli ingredienti e confrontare sia la percentuale di frutta sia la quantità di zuccheri presenti nel prodotto finito.
Se non altro grazie alla Brexit non siamo piú obbligati a usare il termine “confettura” per la marmellata non di agrumi, limitando anche i possibili equivoci creati ad arte dai produttori. Per il resto… basta uno sguardo agli ingredienti.
Grazie per il commento. In effetti la distinzione tra “marmellata” e “confettura” ha spesso generato e forse genera ancora confusione tra i consumatori, soprattutto perché nel linguaggio comune il termine marmellata viene utilizzato per indicare prodotti a base di qualsiasi tipo di frutta.
Al di là della denominazione, come giustamente osserva, la lettura della lista degli ingredienti e della percentuale di frutta resta il modo più efficace per valutare il prodotto.
Un aspetto che merita più attenzione: più frutta non significa automaticamente meno zuccheri. Lo zucchero aggiunto nelle confetture non c’è solo per gusto, ma per conservazione e texture. Il consumatore che vede “450g di frutta” e pensa “prodotto più sano” rischia di illudersi. Servirebbe un’indicazione chiara in etichetta che separi gli zuccheri naturali da quelli aggiunti — ma non è prevista. L’educazione alimentare deve correre molto più veloce delle normative.
Più frutta migliora la qualità della ricetta e il sapore, ma non significa affatto meno zuccheri o un prodotto ‘light’ (la frutta stessa ne apporta di propri e lo zucchero aggiunto serve per texture e conservazione). Le nuove regole (450g per la confettura normale e 500g per la extra) ci garantiranno barattoli con meno acqua evaporata e più sostanza della frutta, migliorando la qualità reale del prodotto.
Purtroppo la normativa europea non prevede la trasparenza sugli ‘zuccheri aggiunti’ come avviene già in altri Paesi (es. USA). Finché l’etichetta non cambierà, l’unica vera difesa per il consumatore è l’educazione alimentare: girare il barattolo e controllare sempre i grammi di zuccheri totali su 100g nella tabella nutrizionale, senza farsi abbagliare dai claim sul fronte.