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Biologico e polemiche: il caso del riso e la necessità di convertire l’agricoltura convenzionale. L’intervento di Roberto Pinton, AssoBio

Sarebbe sempre saggio attendere la pubblicazione della sentenza, ma il numero di commenti all’articolo Assolti 5 produttori di riso biologico dall’accusa di truffa. Non c’è stata violazione delle regole come lasciava sospettare la trasmissione Report di Rai 3″  e il tenore di qualcuno, suggeriscono di anticipare delle osservazioni. Intanto la piena assoluzione certifica che “il fatto non sussiste”: agli operatori non si può contestare alcunché.
Anche se, come insegna il caso che ha interessato Il Fatto Alimentare  10 milioni di € chiesti da Italkali a Il Fatto Alimentare e alla Regione Lazio per una campagna di richiamo. Il giudice respinge le accuse – Si mina la libertà di stampa -“, possiamo però tranquillamente escludere che la procura della Repubblica di Vercelli sia condannata alla rifusione delle spese legali e al risarcimento del danno in favore degli imputati assolti.

Tutto è nato dal fatto che nel terreno e nell’acqua delle risaie sono stati individuati residui di fitofarmaci non ammessi nella produzione biologica, ma è un fatto che non deve affatto stupire, anzi, ci sarebbe da stupirsi del contrario. In attesa della pubblicazione del prossimo rapporto dell’ISPRA sui pesticidi nelle acque italiane, dobbiamo accontentarci di quello relativo al 2016 (lo si può scaricare qui): in Piemonte residui di pesticidi erano presenti nel 91.5% dei punti di campionamento delle acque superficiali (andava peggio solo in Friuli Venezia Giulia, 96,2% e Provincia di Bolzano, 94.1%) e nel 65.9% di quelli delle acque profonde (andava peggio solo in Friuli Venezia Giulia, 81,1%).
Il 23.9% delle acque superficiali e il 14.8% di quelle profonde presentava residui addirittura oltre i limiti fissati dalla Direttiva 2008/105/CE sugli standard di qualità ambientale delle acque.

L’atrazina vietata dal 1990 in Piemonte, dopo 30 anni è ancora lì, nelle acque superficiali e di falda

Nelle acque superficiali e profonde della regione sono presenti, tra gli altri, i diserbanti Atrazina (e i suoi metaboliti), Terbutilazina (e metaboliti), Glifosate (e metaboliti), Metolaclor, Oxadiazon, Dimetenamide, Quinclorac e l’insetticida sistemico Imidacloprid. L’impiego dell’atrazina (la cui contaminazione degli acquedotti i meno giovani ricorderanno a metà anni 80 aver costretto l’intero nord Italia a contare sull’acqua minerale o sulle autobotti di Zamberletti per bere o farsi un caffè) è vietato dal 1994, in Piemonte dal 1990: dopo 30 anni è ancora lì, nelle acque superficiali e di falda.
Ma, sempre nel 2016 si è trovato DDT (il cui uso in Italia è vietato da 42 anni) in quattro campioni di acque sotterranee piemontesi e in due campioni di quelle superficiali in percentuale superiore agli standard europei.

Imputare oggi a un agricoltore la presenza nell’acqua (che non è sua, ma è un bene pubblico, risoluzione ONU del luglio 2010) di un diserbante e di un insetticida il cui uso è vietato da prima che lui nascesse è di palese illogicità.
La normativa in materia di agricoltura biologica pretende che l’agricoltore e le imprese di trasformazione rispettino rigorosamente precisi standard: devono progettare la gestione dell’azienda basandosi su sistemi ecologici che impiegano risorse naturali interne a questi sistemi, usando metodi di produzione meccanici e avvalendosi di misure di precauzione e di prevenzione che consentano di evitare l’uso di fattori di produzione ottenuti per sintesi chimica (eccetera eccetera).

Solo smettendo di usare le sostanze chimiche che contaminano le acque, un po’ alla volta il livello diminuirà

L’impegno che i produttori biologici si assumono nei confronti della collettività è che con le migliori tecniche di produzione ripristineranno le condizioni ottimali del suolo, tuteleranno la biodiversità, incrementeranno il benessere animale, eviteranno pesticidi chimici di sintesi e, per quanto riguarda la trasformazione, faranno a meno di una valanga di inutili additivi.
Ma nessuna norma può chiedere a un agricoltore o a un’azienda di trasformazione di fare miracoli: alzi la mano chi pretende che con una bacchetta magica il produttore biologico faccia scomparire dalle acque e dal suolo il frutto dissennato di decenni di chimica rampante in agricoltura (nel caso delle sostanze non più autorizzate) e di quelle riversate ogni giorno sui campi dai colleghi convenzionali.
Ci si arriverà, ma col tempo: come direbbe monsieur Lapalisse, solo smettendo di usare le sostanze chimiche che contaminano le acque, un po’ alla volta il livello di queste sostanze chimiche diminuirà (e con molta pazienza, come ammoniscono i casi del DDT e dell’Atrazina). E finché non si comincia, scordiamoci di arrivarci.
Le aziende vercellesi (contro le quali, non a caso, le organizzazioni del settore non si sono costituite parte civile) non hanno adottato comportamenti illeciti: sul loro riso le analisi non hanno trovato residui di sostanze non ammesse, gli organismi di controllo hanno confermato che nel corso delle visite ispettive hanno rilevato situazioni assolutamente conformi, rese produttive, bilanci di massa e documentazione erano coerenti.

I residui c’erano sull’acqua, un bene pubblico, per il cui uso le aziende pagavano e pagano un corrispettivo a un ente pubblico che, comicamente, si chiama Consorzio di bonifica. È poco logico commentare “Sì, saranno anche innocenti, ma gli andava tolto il marchio”. L’agricoltura biologica non può essere relegata nell’8.5% del Piemonte in cui le acque sono pulite: son già pulite, non serve.
Anzi, serve avviare (e senza sprecare altro tempo) alla conversione biologica proprio le aree più compromesse, per iniziare subito il processo di recupero che solo la mancata immissione nell’ambiente di nuove sostanze chimiche di sintesi e l’adozione di tecniche agricole sostenibili può garantire.
L’affermazione “Se acqua e suolo sono contaminati non si può fare biologico” non sta in piedi, l’affermazione corretta è “Se acqua e suolo sono contaminati si deve fare biologico”.

agricoltura campi fiume acqua biologico
Vi è l’impellente necessità di ridurre la dipendenza da pesticidi e antimicrobici e incrementare il biologico

Del tutto su questa linea è la strategia “From farm to Fork”, al centro del Green Deal della UE, elemento centrale dell’agenda per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite: “La produzione, la trasformazione, la vendita al dettaglio, l’imballaggio e il trasporto di prodotti alimentari contribuiscono significativamente all’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua e alle emissioni di gas a effetto serra, oltre ad avere un profondo impatto sulla biodiversità. Sebbene la transizione dell’UE verso sistemi alimentari sostenibili sia iniziata in molte aree, i sistemi alimentari restano una delle principali cause dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale. Vi è l’impellente necessità di ridurre la dipendenza da pesticidi e antimicrobici, ridurre il ricorso eccessivo ai fertilizzanti, potenziare l’agricoltura biologica, migliorare il benessere degli animali e invertire la perdita di biodiversità”.
“Il passaggio a un sistema alimentare sostenibile può apportare benefici ambientali, sanitari e sociali, offrire vantaggi economici e assicurare che la ripresa dalla crisi ci conduca su un percorso sostenibile”.
“La transizione verso sistemi alimentari sostenibili rappresenta anche un’enorme opportunità economica. Le aspettative dei cittadini evolvono e innescano un cambiamento significativo nel mercato alimentare. Si tratta di un’opportunità sia per gli agricoltori, i pescatori e i produttori del settore dell’acquacoltura sia per i trasformatori alimentari e i servizi di ristorazione. Questa transizione consentirà loro di fare della sostenibilità il proprio marchio e di garantire il futuro della filiera alimentare dell’UE prima che lo facciano i loro concorrenti esteri. La transizione verso la sostenibilità rappresenta un’opportunità per tutti gli attori della filiera alimentare dell’UE, che possono accaparrarsi il “vantaggio del pioniere”.
“La Commissione intraprenderà azioni ulteriori per ridurre, entro il 2030, l’uso e il rischio complessivi dei pesticidi chimici del 50% e l’uso dei pesticidi più pericolosi del 50%”.
“La Commissione intraprenderà azioni volte a ridurre del 50% le vendite complessive nell’UE di antimicrobici per gli animali da allevamento e per l’acquacoltura entro il 2030”.
“Il mercato degli alimenti biologici è destinato a continuare a crescere e l’agricoltura biologica deve essere promossa ulteriormente: ha effetti positivi sulla biodiversità, crea posti di lavoro e attrae giovani agricoltori, e i consumatori ne riconoscono il valore”.
“Questo approccio contribuirà a raggiungere l’obiettivo di almeno il 25% della superficie agricola dell’UE investita a agricoltura biologica entro il 2030”.

Roberto Pinton

© Riproduzione riservata

  Redazione Il Fatto Alimentare

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8 Commenti

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    Un po’ di controlli, in più “onesti” da parte delle autorità preposte(in primis ODC) No ?

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      Controlli? probabile ancora +serrati ai piccoli onesti , ma ai grandi ? Scherzi? Poi come li raggiungono i grandi numeri le grandi aziende ? I piccoli gli onesti se ne lamentano ? Chissenefrega lo facciano pure pubblicamente.. fa immagine d’efficienza e con il resto si può continuare tranquillamente a far come le 3 scimmiette. Mettetevi il cuore in pace ,il finto bio, il commercio illegali di fito, la corruzione, non esistono sono mai esistiti… Pensiamo piuttosto a come far crescere le associazioni, la burocrazia a far a arrivare ancora altri soldi ai figli di chi ha inquinato, fino a pochi anni, fa anche con l’atrazina di provenienza transalpina .Restiamo uniti e compatti per il bio comune.

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    roberto pinton

    Nel caso specifico, l’autorità giudiziaria, acquisiti tutti gli elementi, ha dichiarato conformi alla legge i comportamenti di aziende e organismi di controlli interessati (il fatto non sussiste), smantellando la tesi della procura della Repubblica di Vercelli; sfugge quali “controlli onesti” sarebbero mancati.

    Come, già scritto altrove, se sospetta che un operatore non proceda in conformità alle norme -di cui è tuttavia caldamente consigliato prendere visione, per conoscere bene ciò che si contesta- può segnalarlo all’organismo di controllo dell’operatore, che è obbligato a prendere in carico il reclamo, gestirlo e fornire risposta.

    Qualora la risposta non pervenisse (o non fosse esaustiva), può segnalare il comportamento omissivo all’ente unico di accreditamento ACCREDIA (anch’esso tenuto a prendere in carico la segnalazione, gestirla e risponderle entro 30 gg): trova il modulo a pagina https://www.accredia.it/segnalazioni/.

    Può anche segnalare il fatto all’autorità competente: pref.direttore@mpaaf.gov.it o, se preferisce la PEC, a pref.direzione@pec.politicheagricole.gov.it.

    Gli operatori del settore biologico apprezzeranno sinceramente il suo contribuito al loro impegno per il mantenimento e il rafforzamento dell’integrità del settore; apprezzano molto meno, invece, luoghi comuni pontificati in un post dietro un nickname senza alcun elemento a supporto.

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    Il ddt viene fabbricato anvora e come tante sostanze altre sostanze di questo tipo girano in modo illegale.La ragione è semplice c’è gente che ne fa uso in modo illegale.

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    L’Italia dovrebbe avere il coraggio di imporre per legge l’agricoltura biologica su tutto il territorio nazionale, permettendo invece gli OGM solo laddove questi sconfiggono una determinata malattia eliminando il bisogno del ricorso ai pesticidi. I prodotti italiani acquisterebbero un valore invredibile.

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    A mio parere è vero che non possono essere imputati agli agricoltori e agli organismi di controllo comportamenti dolosi, ma colposi sì, perché piani di autocontrollo e controllo seri non possono non prevedere analisi delle acque, che, in una risaia, non sono poca cosa, anzi costituiscono un importante mezzo di produzione.
    Un comportamento quantomeno negligente.

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    @Rossella

    Il problema è cosa facciamo (visto che il proprietario di queste acque, che non sono le aziende agricole, ma l’ente pubblico – o, se preferisce, la collettività- non sembra preoccuparsi molto della questione) per cominciare a ripulire – e sarà un processo con risultati senz’altro non immediati) queste acque contaminate.

    Il metodo più pratico che viene in mente a me è avviare un’agricoltura sostenibile, che smetta di riversare sui suoli e nelle acque le sostanze che in queste acque non vogliamo, ma sono apertissimo a suggerimenti.

    Quello di relegare la produzione biologica nel 3.8%, nel 5.9% e nell’8.5% delle aree in cui le acque sono già pulite come tutte dovrebbero essere, non è un suggerimento utile, perchè non incide sulla contaminazione dell’altro 90 e passa per cento, che rimane il problema da risolvere (e non si può fare alzando gli attuali limiti per rendere magicamente a norma quanto non lo è, si tratta di una presa in giro a cui si è ricorso ripetutamente nel passato e che equivale a nascondere la polvere sotto al tappeto).

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    Grazia Ambrosini

    Grazie Roberto Pinton per l’articolo, molto interessante e esaustivo.
    Grazia