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Assolti 5 produttori di riso biologico dall’accusa di truffa. Non c’è stata violazione delle regole come lasciava sospettare la trasmissione Report di Rai 3

Tutti assolti “perché il fatto non sussiste” dal giudice monocratico Cristina Barillari. Si è chiusa con questa sentenza di primo grado la vicenda che, denunciata dalla trasmissione televisiva Report di Rai 3, aveva messo a rumore il mondo dell’agricoltura biologica e di quella vercellese: cinque noti produttori risicoli erano andati a processo con l’accusa di frode o di tentata frode per aver coltivato e venduto (o tentato di vendere) riso biologico, che secondo il pm Davide Pretti di fatto non lo era.

Il processo ha riguardato Chiara Dalmasso, 44 anni, titolare della Euroagricola di Desana, Renato Delsignore titolare dell’omonima ditta alla cascina Gardina di Bianzè, Gianluca Picco, 45 anni, titolare dell’omonima impresa agricola di Bianzè, Benedetto Picco, 73 anni, Godino Triglio, 75 anni, titolare della Carpo Farm, con sede alla cascina Carpo di Livorno Ferraris. Le parti offese erano la Riseria Vignola Giovanni di Balzola, l’Agricola Lodigiana, la WBT di Settimo Torinese, la Riso Scotti, la Riseria Provera di Santhià , la riseria Martinotti Giuseppe di Trino e il presidente di Legambiente Gian Pier Battista Godio, che s’era costituito parte civile.

riso
La tesi della procura era la produzione di riso con pesticidi non contemplati dai regolamenti CE sul bio

Secondo un comunicato diffuso da Federbio, l’accusa aveva individuato le cinque aziende andate a giudizio perché nella terra e nell’acqua delle loro risaie erano stati riscontrati residui di pesticidi non compatibili con il biologico. La tesi portata avanti dalla procura era la produzione di riso avvalendosi di pesticidi non contemplati dai regolamenti CE e, in ogni caso senza provvedere a separare il riso convenzionale dal biologico usando gli accorgimenti necessari in fase di produzione, raccolta e trasporto all’industria che doveva lavorarlo.

Dalla sentenza è emersa l’assenza di prove di colpevolezza a carico dei titolari e che non c’è stata immissione volontaria di fitosanitari non consentiti in agricoltura biologica. Il pubblico ministero aveva chiesto condanne da 2 a 4 mesi (il codice penale prevede pene fino a due anni per vendita di prodotti con segni mendaci) sostenendo che le aziende spacciavano risone convenzionale per biologico. Le indagini erano partite nel 2015 con il sequestro di tonnellate di risone dalla Guardia di finanza. La sentenza ha acclarato che le ditte non hanno usato prodotti vietati nell’agricoltura bio.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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24 Commenti

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    Questo articolo fa il paio con quello dell’inquinamento accertato di gran parte delle acque superficiali, in particolare in certe zone densamente coltivate in maniera convenzionale è impossibile fare biologico puro perché acqua e terra sono compromesse.
    Ora si potrà dichiarare biologico un prodotto con residui di pesticidi involontari? Sarà il caos.
    Aspetteremo dieci anni, più eventuali ritardi e deroghe in attesa che si affermi il modello europeo verde che prevede una drastica diminuzione dei pesticidi?
    Considerata la velocità con cui si accumulano le evidenze sulla pericolosità, ogni tentennamento su questo stato della realtà limita le speranze di un futuro migliore.
    Altro che aumentare i limiti (!!!!!!) per me bisognerebbe abbassarli drasticamente e se vogliamo consentire una transizione ferma e pacifica al massimo si può prevedere una sospensione temporanea delle sanzioni ma se non cominciamo a chiudere i rubinetti da oggi (era meglio ieri dato che tante cose si sapevano già) le forze naturali impiegheranno decenni a riparare le nostre malefatte e dovremo cancellare la parola sostenibilità dal vocabolario.
    Mi rendo conto che questo dà carburante a coloro che cercano la transizione dai approvvigionamenti alimentari naturali ai cibi di laboratorio…………

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      Come sempre si parla di niente. Il problema è quel riso aveva residui non ammessi ? A questo domanda nessuna risposta. Si parla di terra di cielo etc. etc. ma di riso non se ne parla.Sempre a straparlare e a sentenziare ma solo per principi e per piaggeria politica. Di fatti mai. Queste persone non parlano di riso vuol dire che il riso era biologico e non c’era nulla da dire. Ma se non dicevamo una come campavano questi personaggi ?

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    Senza speranza

    Che dire, i giudici hanno sempre ragione tanto che dovessero sbagliare sono intoccabili comunque. Nell’ambito del biologico se alcuni trattamenti sono permessi che biologico è.

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      L’affermazione che mi lascia più stupita è l’ultima del vs articolo:
      “La sentenza ha acclarato che le ditte non hanno usato prodotti vietati nell’agricoltura bio.”
      Ciò significa che i prodotti usati sono consentiti in agricoltura biologica o che sono finiti nei campi di riso accidentalmente?
      In agricoltura biologica si possono usare fino a 1028 sostanze chimiche, nel biodinamico 8. Così mi ha insegnato un agricoltore biodinamico. Io mangio bio dal 1989 e posso dire che il bio di adesso a furia di allargare le maglie legislative, è davvero decaduto rispetto a quello che dovrebbe essere

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      Veramente se non ci sono trattamenti autorizzati le produzione possono diventare irrisorie. Esempio ho un ciliegio affetto da monolia risultato da 5 anni neanche un frutto se non mi decido a trattarlo probabilmente morirà anche l’albero. Prova a non mettere zolfo e rame sui pomodori dopo un bel temporale e vento e il mildiou e l’oidium te le spazzano via in poco tempo. ci sono soluzioni che aiutano ma sono difficili da mettere in opera in ambito aziendale e aiutano solo, poi possiamo decidere che quello che cresce cresce ed iniziare a fare scorte per le penurie

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    Il “biologico” (non solo nel caso del riso, ma dappertutto) non esiste, è solo uno specchietto per le allodole per i consumatori, è solo business e marketing.

    Contaminanti sono stati trovati dal Polo Nord all’Antartide…

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      la sua è una affermazione campata in aria, i soliti luoghi comuni in cui molti, semplicisticamente, amano ritrovarsi, rimarcando la necessità di approfondire conoscenze specifiche che, evidentemente, mancano. se quindi lei, tra chi usa pesticidi nel convenzionale e chi, invece, usa quelli compatibili con il biologico, non riesce a vedere nessuna differenza, vuol dire che lei è convinto che la chimica dei prodotti convenzionali non si può evitare e si deve consumare con i cibi loro sottoposti, con tutte le conseguenze del caso, ambientali e salutari, che a lei, ovviamente, non interessano affatto.

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      Mi dispiace per lei, Luigi, ma le mie affemazioni non sono campate in aria in quanto analizzare i residui chimici negli alimenti è il mio mestiere.
      I pesticidi che si usano attualmente hanno tempi di degradazione molto veloci e se utilizzati con criterio non se ne trova traccia nel prodotto in vendita.
      I campioni di frutta e verdura che ci arrivano in laboratorio, dobbiamo analizzarli al massimo entro 24 ore perchè altrimenti, anche se conservati in frigorifero, non troveremmo più nulla, ammessio che i pesticidi fossero presenti nel campione che riceviamo.

      Anche sui fertilizzanti: alle piante serve Azoto inorganico, per loro non fa differenza se viene dallo stallatico o da molecole chimiche di sintesi (l’urea può essere quella della sua pipì o di sintesi ma alla pianta non fa differenza).

      Il Prof. Celli di Agraria dell’Università di Bologna, parlando del “biologico” e, invece, dell’aumento di produzione agricola dovuta all’utilizzo di fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi, soleva dire: “Bisogna scegliere se morire di fame a 40 anni (biologico) o morire di cancro a 80 ( fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi)”.

      Per la signora Cristina: mi dispiace deluderla ma il “biodinamico” non esiste, se parla con scienziati seri le diranno che non ci sono evidenze misurabili scientificamente circa la teoria del biodinamico.

      Per quello, all’inizio, parlavo di “specchietti per le allodole”.

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    Il processo ha evidenziato che nel prodotto finito non ci sono contaminazioni che invece ci sono nel terreno e nelle acque , lievissime tracce ma ci sono e sono incompatibili con la disciplina biologica però attribuite dal giudice a cause esterne involontarie, questi sono i fatti incontestabili data la fiducia che dobbiamo avere verso le autorità.
    Un processo che non porta a condanne giudiziarie non è un errore ma una eccezione che conferma la regola , magari esiste un sistema più giusto per controllare ma la frequenza delle truffe e dei prodotti da bloccare e/o respingere non autorizza nessuno a priori a disapprovare alcun tipo di inchiesta, secondo me.
    Per ritornare all’argomento dell’articolo mi piacerebbe sapere cosa è successo negli anni successivi al 2014 con la produzione e i controlli nelle aziende evidenziate.

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    Credo che se non c’è dolo la soluzione sia doverosa tuttavia il giudice doveva anche imporre di rimuovere la dicitura riso biologico in quanto lo stesso non risponde ai criteri di legge, almeno da quanto si lascia supporre nell’articolo.

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    Tutti i prodotti bio, e non bio, presentano tracce di contaminanti, perché non esiste più in tutto l’universo mondo conosciuto un solo centimetro quadrato che non abbia ricevuto la sua dose di inquinanti atmosferici, neppure le calotte polari.

    Ma si tratta di tracce, ossia di quantitativi infinitesimali, rilevabili solo con specifiche analisi chimiche, e enormemente inferiori alle severissime soglie di legge.

    Solo che da una parte ci sono trasmissioni scandalistiche che si inventano lo scoop pur di fare audience approfittando dell’ingenuità degli spettatori, che ancora sono fermi a “l’ha detto la tivvù dunque è vero”, e dall’altra il solito magistrato d’assalto, magari proiettato a una carriera politica, interessato a sua volta ad andare in tivvù con cause campate in aria.

    Quello che resta, una volta usciti dal ginepraio legale, è sui produttori l’infamia del sospetto di aver fatto i furbi e di essersela scampata, e per gli ingenui la pretesa di abbassare ulteriormente delle soglie di sicurezza tra le più severe dei paesi avanzati e che già ci mettono al sicuro in ogni caso da danni alla salute..

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    Il realismo è comprensibile ma non rappresenta il mio orizzonte e sembra , almeno a parole, che anche l’EU abbia la stessa convinzione.
    Non scommetterei un centesimo sulla supposizione che le tracce di veleni non facciano male alla salute e almeno finchè troveremo un “non sappiamo” sulle cause di tante nuove patologie, allergie e disagi non mi sembra corretto autorizzare sostanze che– lo 0,1 % non fa male ma lo 0,2 forse si, poi vedremo, con calma –, mi sembra che continuiamo a raccontarci che va tutto bene , siamo i migliori ecc. ecc. solo per non disturbare i manovratori, in alcuni campi siamo i migliori salvo errori ed omissioni e le indagini fanno stare la gente in campana.
    La frammentazione di regole anche all’interno del sistema bio è negativa certamente ma le cosìdette “evidenze scientifiche” in molti casi ci sono già però le rassicurazioni dei produttori chimici hanno ancora il sopravvento ai piani alti e quindi tardano ad essere recepite.
    Riguardo alla affermazione non mia ma che sottoscrivo che “non esiste più un angolo di mondo non contaminato” ecco sono convinto che non sia ben compresa nella sua negatività.

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      Quello che non ti è chiaro, ma sei in ottima compagnia in quanto non è chiaro ai più, è che sotto certe soglie semplicemente non si riesce ad arrivare e l’unica soluzione possibile è sistemare l’asticella a un’altezza ragionevole IN BASE ALLE CONOSCENZE E ALLE TECNOLOGIE DISPONIBILI AL MOMENTO.

      Ad esempio non è molto noto il fatto che gli antichi romani fossero ben consapevoli dei rischi di intossicazione da piombo causato dall’acqua condotta in tubazioni di quel metallo, ma con le tecnologie dell’epoca non avevano con cosa sostituirlo.

      Allora hanno fatto una scelta, continuando a usarlo ma solo dove l’acqua era sempre corrente (in questo modo l’inquinamento da piombo era ridotto al minimo) e utilizzando ove possibile tubazioni in terracotta.

      Avessero avuto l’acciaio inox l’avrebbero certamente usato, ma all’epoca pretendere un inquinamento zero da piombo avrebbe significato rinunciare all’acqua corrente, esattamente come ora continuare a pretendere zero tracce di inquinanti.

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    Proprio per questo ho parlato di orizzonte , il presente credo di conoscerlo almeno un pò.
    Però ho la sensazione che il discorso si stia avvitando in continue inutili ripetizioni.
    E’ vero lo confesso non capisco una cosa , cioè cosa ci sia da autocompiacersi e cercare di convincere il vasto pubblico che i pesticidi usati in Europa negli ultimi decenni e ancora adesso sono la miglior soluzione ai problemi.
    Proprio il piombo citato nel precedente commento mi dà lo spunto per riflettere sulle cattive abitudini e sulla stupidità di certe persone.
    Giustamente l’avvelenamento da piombo si chiama saturnismo , in onore di una divinità dell’antica Roma; i romani lo usavano oltre che nei tubi anche nel pentolame , nelle coppe e anche, meraviglia delle meraviglie, ne facevano un dolcificante per bevande a base di vino usato fine a pochi decenni fa, nonostante le evidenze è stato provato anche nelle otturazioni dentali non molti decenni fa e per fortuna subito abbandonato ma a favore di un altro assassino , il mercurio a proposito di intelligenza umana.
    Ma cosa hanno fatto gli umani con il piombo? hanno aspettato la metà del secolo scorso per eliminarlo dalle tubazioni e dalle stoviglie e molto dopo eliminarlo anche dalle benzine, nel frattempo leggende o meno anche molti notissimi personaggi ne soffrirono e ne morirono.
    Quindi per concludere sono serviti duemila anni per decidere di non usare il piombo nonostante ci fossero alternative, ditemi voi se non sono necessari i rompiscatole che vi scuotano dalle vostre dolci comodità moderne.

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    Perchè nessuno mai parla dei costi di frutta e verdura del biologico? Tutti possono permettersi il biologico?

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    http://www.registri-tumori.it/PDF/AIOM2016/allegato1015426.pdf
    Premesso che non voglio e non posso dire che i pesticidi siano causa di tutti i tumori , e francamente non so nemmeno in quale percentuale siano responsabili però vorrei sapere parafrasando il motto del prof.Celli se ci chiedessero se preferiremmo a 60 anni ( o anche prima) di età avere una discreta probabilità di contrarre un tumore o una certa scarsità di cibo ( diciamo per esempio a casaccio meno trenta percento) quale sarebbe la nostra scelta? Come minimo scommetto che ci penseremmo su molto più seriamente di quanto non facciamo ora….e auspicheremmo una distribuzione equa delle risorse forse.
    Questo link spiega bene quello che voglio dire
    https://ilfattoalimentare.it/mele-biologiche-microbiota.html
    Giustamente i controllori cercano nei prodotti raccolti la presenza, le tracce o l’assenza di sostanze vietate con tutti i problemi pratici che il sig.Roberto da esperto molto chiaramente ci ha esposto, ma la cosa è un pò più complessa di questa affermazione.
    E’ vero che l’insetto , il parassita o il fungo fà danni e limita la produzione ma anche il pesticida , anche quando alla raccolta non c’è più, ha fatto nel tempo il suo onesto lavoro e pur con tutta la precisione che la tecnica attuale gli consente NON E’ COMPLETAMENTE SELETTIVO e in gran parte uccide anche microorganismi utili sia alla pianta che al frutto che all’uomo che lo mangerà.
    Quindi il frutto sarà regolare nei termini di legge ma impoverito di un qualcosa che ci sarebbe utile, una situazione da tutti riconosciuta , cioè la minore presenza di nutrienti rispetto al passato.
    E il recupero di sostanze nutrienti attraverso la decrescita dell’uso di pesticidi è uno degli obbiettivi dichiarati del GreenNewDeal 2020-2030.
    Detto questo sparare su alcune pratiche del biodinamico è troppo facile in quanto certi riti sembrano francamente stregoneria , ma è l’ossatura del concetto che per me è valida e sarebbe da studiare più approfonditamente in modo da creare sinergia tra i sistemi e non contrapposizione tra persone serie e non serie.

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    Giovanni Gozzi

    Un delirio: anzi più d’uno.
    Riso biologico con contaminanti ambientali, assolti non vuol dire essere capaci di governare il processo produttivo. L’analisi del rischio, che dovrebbe essere preliminare, se è stata fatta, ha dato risposte palesemente inadeguate, sia preventivamente sia a posteriori. In altri termini se si conosce il problema contaminazione esterna cosa si è fatto per eliminarne gli effetti o ridurli ad un livello accettabile. Il problema diventa la determinazione quantitativa del termine accettabile, che sarebbe meglio sancire come tollerabile. Sicuramente non si fa con le analisi, che hanno enormi problemi di rappresentatività oltre che di attendibilità. La dichiarazione dell’esperto sul dover procedere subito alle analisi, entro 24 ore è un problema burocratico, non tecnico, altrimenti si potrebbe dire consumate il prodotto dopo 24 ore che non si trova più nulla. Dire pazzesco è una diminutio.
    In entrambe le fazioni il problema è il modello sbagliato, o ad essere buoni incompleto.
    Fare il biologico veramente richiederebbe un livello di conoscenze elevatissimo, mentre normalmente ci si imbatte in imprenditori riciclati da esperienze svariatissime ma poco attinenti alla produzione biologica, dove bisognerebbe conoscere, in ordine sparso, microbiologia, agronomia (morfologia e fisiologia incluse), chimica (per utilizzarla al meglio), statistica, informatica (per utilizzare al meglio le conoscenze precedenti, non come scusa per assurgere alla summa delle conoscenze quello che dovrebbe esserne eventualmente la sintesi finale) economia o forse solo contabilità.
    Il convenzionale richiede sempre delle competenze, ma che sono più sedimentate del biologico, in entrambi i casi se si vuole fare del pressapochismo ci si riesce benissimo.
    Una considerazione sull’insistere a leggere il vostro sito: come disse uno bravino in tutt’altro campo, si trova qualcosa di buono in tutto , basta saperlo ben selezionare, usando magari un po’ di spirito critico e non credere a qualcosa o a qualcuno perché è semplicemente autorevole.

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    Siamo quasi otto miliardi di persone, in continuo aumento, nonostante tutti i terrorismi circa gli inquinanti… questo dovrebbe far riflettere.

    Certo il pollo ruspante (che banchettava sui cumuli di letame), il latte appena munto (tra nugoli di mosche e in un secchio sciacquato al pozzo), le carotine dell’orticello (concimato con i liquami del pozzo nero), e il vino del contadino (pigiato con gli stessi piedi che per tutto il giorno avevano pestato polvere) sarebbero molto più genuini e sani e invitanti e non inquinati (almeno senza leggere i tra parentesi) ma NON SFAMEREBBERO NEPPURE UN TERZO della popolazione mondiale, esattamente come NON SFAMAVANO, se non in termini di pura e stentata breve sopravvivenza, gli stessi produttori.

    Ma continuate pure a sognare un mondo mai esistito in cui bastava allungare una mano per sfamarsi con i genuini prodotti che la Madre Terra generosamente ci regalava, senza bisogno dei maledetti pesticidi inventati dalle malvagie multinazionali, i sogni non costano nulla… sono i risvegli che si pagano cari.

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    Quello che volevo sottolineare è che il “biologico” è una moda perchè la stragrande maggioranza dei prodotti ortofrutticoli in commercio è comunque privo di pesticidi:

    https://ilfattoalimentare.it/pesticidi-rapporto-efsa-2019.html

    Dal quale articolo si evince, tra l’altro:

    “Per esempio, in Italia sono stati controllati oltre 11 mila campioni, e il 65% di essi è risultato privo di pesticidi, il 32,5% con quantità sotto i limiti e solo il 2,5% ha sforato le quantità massime consentite”

    E, come dice il sig. Giovanni Gozzi “normalmente ci si imbatte in imprenditori riciclati da esperienze svariatissime ma poco attinenti alla produzione biologica” appunto per cavalcare il business del biologico.

    Per non parlare delle verifiche degli enti per dare il “bollino” del biologico alle aziende, i controlli sono principlamente a livello di documenti. Un mio amico apicoltore che si è messo a fare miele biologico, mi disse che gli controllavano solo le carte, non sono mai andati in campo a vedere se avesse o meno le api…

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    mi sembra che le questioni in gioco siano due:
    1) la sentenza: non l’ho letta, ma in genere una sentenza riguarda una persona non un prodotto. Non credo che il giudice abbia sancito che quel riso è biologico (non credo nemmeno che abbia la competenza per farlo) ma ha sancito che la presenza di pesticidi non è dovuta all’azione del produttore, o meglio che il produttore non è colpevole riguardo alla presenza dei pesticidi nel terreno e nell’acqua, dove non doveva esserci (vedi punto successivo). Ripeto, non ho letto la sentenza, mi stupisce un po’ perchè è obbligo dell’agricoltore biologico anche il controllo dei contaminanti ambientali. Ma se riesco a procurarmi la sentenza posso sicuramente capire meglio

    2) il discorso del biologico e dei pesticidi: quello che leggo sopra è un discorso tutto italianoì. All’estero la scelta del biologico è fatta sulla base di considerazioni sull’ambiente, non su quanto fa bene (o non fa male) a me che lo mangio. E’ un discorso completamente diverso: se mi preoccupo solo di me, che il prodotto non mi faccia male, è evidente che i pesticidi possono essere un vantaggio (p.e. le micotossine delle muffe sono molto più pericolose di molti antifungini, proprio provocando quel cancro del quale sono accusati gli antimicotici). Le normative e i controlli sono validi per ridurre il rischio della presenza di qualunque sostanza pericolosa a livelli tali da comportare un rischio per la salute anche con un consumo prolungato del prodotto. Ma se il motivo per cui scelgo il biologico è un motivo ambientale, se penso che l’applicazione del prodotto chimico alteri in modo negativo il sistema biologico dell’ambiente nel momento in cui viene applicato, non mi interessa più che non ci siano residui nel prodotto, non è questo l’obiettivo. Un esempio: l’uso di antibiotici nell’allevamento non è un problema perchè possono esserci antibiotici nella carne che mangio, ma perchè portano alla selezione di batteri resistenti agli antibiotici stessi e perchè gli animali trattati urinano e defecano cataboliti attivi degli antibiotici che vengono liberati nell’ambiente e che possono uccidere microorganismi utili o indispensabili per l’ambiente stesso. L’asserzione “allevati senza antibiotici negli ultimi 6 mesi” fa quindi presa proprio su questa differenza tutta italiana: non fa male a me, questo è quello che mi interessa. Ma la normativa del biologico è costruita su base internazionale e quindi tiene conto dell’ambiente. Per questo vieta l’uso di prodotti che possono avere un’azione dannosa sull’ambiente anche se non lasciano residui sui prodotti. Per questo obbliga il produttore ad agire sull’ambiente in modo da eliminare contaminazioni.

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    https://www.sicurezzalimentare.it/salute-e-sicurezza/le-micotossine-negli-alimenti/
    Lo sviluppo delle muffe dipende in gran parte dalle condizioni ambientali e, generalmente, è favorito da temperature elevate come quelle estive associate ad un elevato tasso di umidità. Si tratta di condizioni che si verificano spesso nei campi adibiti alla produzione di foraggi, di cereali e/o di leguminose. ——Il pericolo maggiore si ha però durante il trasporto, la conservazione e, soprattutto, nella conservazione successiva al raccolto———.
    Considerata la potenziale pericolosità delle micotossine, per alcune di esse sono stati fissati limiti di tolleranza, per cui i mangimi, ma anche gli alimenti destinati all’uomo, sono costantemente controllati e le partite che risultano contaminate vengono distrutte.

    Ne so qualcosa visto che in carriera ho lavorato anche in un reparto di immagazzinamento e vendita di frutta secca italiana ed estera ai mercati generali di Bologna.

    Essendo però ignorante in materie molto tecniche mi affido a informazioni di altri , probabilmente sbaglio e qualcuno mi correggerà, le conoscenze dell’agricoltura convenzionale saranno anche più sedimentate ma sono anche troppo appiattite sulle evidenze dei fabbricanti di chimica che a quanto si evince da tante ricerche scientifiche sono tutt’altro che dimostrate sicure.
    E sono basate , come per gli antibiotici fino a ierilaltro , sulla prevenzione e quindi le sostanze sono usate in maniera preventiva, si può usare il termine indiscriminato?
    Sono parole sante quelle del sig.Gozzi che afferma che per fare le cose ci vuole la massima competenza possibile, non ci sono solo parvenù ma spesso i coltivatori bologici sono anche operatori convenzionali convertiti e ci sono reti di competenze, però per me vale di più il principio che tra i vari sistemi non deve esistere contrapposizione come auspicato dai difensori di interessi di parte ( come chi distingue i ricercatori seri dagli altri ) ma scambio di informazioni, collaborazione e sinergia.
    Utopia? Forse si o forse no ma della progressione dell’inquinamento in questo settore cosa avete da dire?
    E delle sostanze che si stanno depositando ubiquitariamente e diventano obbligate per tutto e tutti?
    Anche questo mi sembra un mondo nuovo che non è mai esistito prima e lede gravemente il principio della libera scelta.

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    https://www.iatp.org/blog/202007/failing-africas-farmers-new-report-shows-africas-green-revolution-failing-its-own-terms
    Quattordici anni fa una fondazione n.1 investì un pozzo di dollari per portare semi ogm, pesticidi, fertilizzanti in Africa (AGRA) per provare a combattere la fame atavica del continente, diversi stati africani diedero il loro appoggio e sostanziose sovvenzioni con lo scopo di raddoppiare la produzione agricola locale e aumentare i guadagni dei piccoli e medi coltivatori…….
    Le attività e le sovvenzioni continuano ancora ma ad oggi 2020 i guadagni sono stati piuttosto scarsi, i coltivatori in generale si sono indebitati per l’acquisto del terzetto di elementi sopra citati e il cibo prodotto continua ad essere scarso.
    D’accordo che in zona ci sono tanti altri problemi ma da OGM,Fertilizzanti e pesticidi non è scaturito nessun miracolo, questi sistemi possono al limite andare bene in coltivazioni su grandi territori facili e per periodi limitati; cosi forniscono lauti guadagni per pochi e terreni problematici da rigenerare per le comunità locali, sempre che queste stesse comunità non vengano scacciate a forza.
    Non esistono sistemi semplicistici per far scaturire cibo sostenibile e tanti soldi dal terreno, e nemmeno ci sono paradisi dove estrarre il cibo senza faticare, se non ci sarà impegno diffuso, espansione delle competenze per coltivazioni veramente sostenibili e una stretta collaborazione tra moltissime comunità, che dovranno occuparsi di salvaguardare il proprio territorio perchè confina sempre con qualcun altro che ha uguali diritti di vivere e mangiare.

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    https://notiziescientifiche.it/ecco-come-piante-distinguono-microbi-buoni-da-quelli-cattivi/
    7 Agosto 2020 Botanica
    “””” Un team di ricercatori ha scoperto come le piante riescono a distinguere i microrganismi benefici da quelli che possono arrecare loro danni, una caratteristica importante per le piante che hanno faticosamente ottenuto a seguito di millenni di evoluzione.
    I ricercatori dell’Università di Aarhus si sono in particolare concentrati sulle piante di legumi che riescono a tenere lontani quelli dannosi pur senza privarsi dei servizi di quelli benefici. Hanno scoperto che queste piante usano caratteristiche ben marcate nelle proteine recettrici per capire i segnali molecolari lanciati dai microbi, sia quelli simbiotici che quelli patogeni.
    Le piante e leguminose, infatti, fissano l’azoto atmosferico grazie ai batteri simbiotici Rhizobia che vanno a colonizzare le radici. Per evitare l’inclusione di microbi cattivi, sostanzialmente quelli patogeni, la pianta deve riconoscerli con precisione e proprio per questo usano proteine recettoriali LysM sulla superficie cellulare che si trova all’esterno delle stesse radici.
    Questi recettori riescono a riconoscere le molecole di segnalazione patogene (chitina) distinguendola da quelle simbiotiche (fattori Nod). Una volta effettuato il riconoscimento, gli stessi recettori indirizzano questo segnale innescando la difesa antimicrobica oppure la simbiosi.””””
    Aggiungo un contributo alla discussione cercando di vedere le cose da un’altra angolazione.
    L’uomo fa e disfa le cose con le proprie conoscenze e consuetudini senza ormai considerare la controparte sia animale che vegetale, in questo caso le piante, che non sono enti amorfi senza organizzazione vitale propria e difese innate.
    Noi a torto le consideriamo in balia degli agenti esterni, ed in parte è vero perchè le sostanze che proponiamo per il loro “benessere” sono cose per loro sconosciute e indecifrabili visti i loro tempi di reazione e inoltre vengono anche snaturate e imbrogliate da modifiche genetiche indotte senza tempi coerenti di adattamento, ma esse senza essere andate all’università sono in grado di analizzare l’ambiente in cui sono inserite, selezionando e utilizzando spesso insetti e funghi per la loro difesa e diffusione .
    Capisco che a noi interessa soltanto di avere la certezza che domattina al supermercato troveremo carni, frutte e verdure per la nostra fame , è a mio parere grave che ormai noi pensiamo di essere l’unica specie al mondo ad avere una intelligenza e il diritto di considerare le altre specie esistenti come votate unicamente ai nostri bisogni, i quali spesso sono mal espressi.

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      Giovanni Gozzi

      Nella scala evolutiva gli ultimi arrivati sono gli animali, poi piante e microrganismi. Quest’ultimi da miliardi di anni sanno adattarsi all’ambiente, difatti continuano ad esistere.