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Tassare la carne per combattere il cambiamento climatico: la proposta di una parlamentare britannica. L’articolo di Valori

Meat kebab, beef balls on skewer with onions, sauce guacamoleIntrodurre una tassa sulla carne per combattere il cambiamento climatico: è la proposta controversa di una parlamentare britannica, sostenuta da un numero sempre maggiore di studi che dimostrano l’impatto ambientale dei diversi tipi di dieta e degli allevamenti intensivi. Ne parla un articolo di Corrado Fontana su Valori.

Una tassa sul consumo di carne? Potrebbe essere il 2019 l’anno in cui, per la prima volta, un Paese sviluppato deciderà di introdurla. A compiere per primo questo passo potrebbe essere il Regno Unito. Ultima in ordine di tempo a premere fortemente sul Parlamento è stata in questo senso la deputata del partito dei Verdi britannico Caroline Lucas.

Lucas ha sostenuto l’ipotesi alla recente Oxford Farming Conference, l’incontro annuale di agricoltori provenienti da tutta la nazione, che si svolge nella cittadina resa celebre dalla sua università. Il meeting è stato perciò l’occasione per avanzare diverse proposte, a cominciare da quella di introdurre un regime di sostegno per gli allevatori, lungo la via di una transizione che punta a un generale decremento del numero di allevamenti.

L’intervento della parlamentare ha sollevato un putiferio. Anche perché sostenuto da un recentissimo studio dei ricercatori dell’università di Oxford. Secondo l’indagine scientifica una tassa sulla carne potrebbe ridurre le emissioni globali di gas serra di oltre 100 tonnellate di biossido di carbonio equivalente. Ma soprattutto abbatterebbe il numero di decessi attribuibili al consumo di carne rossa e lavorata di 222 mila unità, facendo risparmiare fino a 41 miliardi di dollari in costi sanitari correlati a livello mondiale.

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Variabili chiave nello scenario globale che riguarda popolazione, produzione e domanda di cibo (Fonte: Fao)

E un dibattito rovente, a cui stanno prendendo parte diverse personalità, è ancora in corso. Perché che sia motivata dai rischi per la salute degli inglesi connessi a un consumo eccessivo di carni rosse, oppure sospinta da sempre più impellenti ragioni climatiche, in discussione c’è molto più di una bistecca. C’è una trasformazione della dieta globale per contribuire alla lotta contro il surriscaldamento delle temperature. D’altro canto numerosi studi scientifici denunciano il peso insostenibile dell’allevamento intensivo, specialmente di bovini, nell’emissione di gas a effetto serra.

Secondo la Fao nel 2017 ben 323 milioni di tonnellate di carne sono state prodotte in tutto il mondo. Un valore record che si traduce in un numero di animali macellati intorno ai 65 miliardi, ovvero circa 2 mila al secondo. Al di là di ogni considerazione etica messa in campo dagli animalisti o da chi ha sposato una dieta povera o scevra di carne, si tratta di un livello di produzione con enormi implicazioni ed effetti sull’ambiente. Tanto più se il trend non sarà modificato, sia in termini assoluti di quantità che per tipologia di allevamento. Infatti, benché nell’ultimo cinquantennio sia cresciuta la produzione di tutti i principali tipi di carne, le rispettive quote di mercato sono andate incontro a qualche variazione.

produzione carne tonnellate
La produzione mondiale di carne in tonnellate (Fonte: Our World in Data)

In particolare, l’incremento più marcato si è registrato per il pollo, la cui carne è passata dall’occupare un misero 12% della quota complessiva dell’offerta nel 1961 a toccare nel 2013 il 35%. Un balzo impetuoso che la carne di manzo e di bufalo non hanno mostrato, attestandosi al 22% circa, sempre nel 2013. La quota delle carni suine è rimasta più costante, mantenendosi intorno al 35-40% del totale.

Ciò che preoccupa sono però le tendenze. Passata da 70 milioni di tonnellate del 1961 ai 330 milioni di tonnellate nel 2018, grazie alla massiccia industrializzazione della zootecnia, la produzione di carne dovrebbe comunque continuare a crescere nei prossimi decenni, specialmente nei Paesi emergenti. Potrebbe raggiungere 524 milioni di tonnellate nel 2080, secondo alcune proiezioni elaborate dalla Fao, quasi il 60% in più di oggi.

produzione carne tipo
Produzione mondiale di carne per tipologia (Fonte: Our World in Data)

E veniamo agli impatti ambientali delle carni e del cibo. Un tema quanto mai d’attualità. Tanto da risultare al centro di numerose pubblicazioni diffuse da enti abitualmente dediti allo studio dei cambiamenti climatici (qui un’interessante articolo uscito su Nature del 2018 e un’altro sull’impronta idrica di Ecological Indicators), come pure dalla stessa Fao. In discussione infatti non c’è solo il modello di produzione alimentare – che include ovviamente la carne – ma anche quello della calibratura delle diete della popolazione mondiale (oltre 10 miliardi di persone nel 2100).

Il punto chiave è l’efficienza complessiva dell’allevamento intensivo, che registra uno sbilanciamento sfavorevole tra input e output. In pratica i costi e gli impatti (in termini di consumo di terra e mangimi, nonché di quantità di emissioni climalteranti prodotte) sarebbero decisamente maggiori dei benefici (ovvero la fornitura di proteine).

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Andamento del prezzo medio ella carne tra il 2000 e il 2018 (Fonte: FAO)

Complici fattori economici come la riduzione dei prezzi e l’aumento di reddito nei Paesi emergenti, che genera un progressivo e diffuso maggior accesso al consumo di carne, l’alimentazione di origine animale risulta essere sempre più un’acerrima nemica del clima. La carne è di gran lunga l’alimento che più incide sulle emissioni di gas climalteranti (GHG). E la sua quota di contributo al global warming aumenterà nei prossimi decenni.

Ma per non fare di tutta la carne un fascio, va anche detto che non tutti gli allevamenti sono dannosi allo stesso modo. Il dito è puntato innanzitutto sui ruminanti. Un chilogrammo di carne bovina equivale a 27 chilogrammi di gas serra, mentre la produzione della stessa quantità di agnello ne varrebbe addirittura 39. Molto meno di quanto venga attribuito a maiale (12,1 kg), tacchino (10,9 kg) e pollo (6,9 kg).

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Emissioni di gas serra per tipo di dieta (Fonte: Fao)

E se non bastasse l’emissione diretta di GHG (molta parte dovuta ai processi di digestione degli animali che immettono grandi quantità di metano in atmosfera), la produzione di carne – sempre con le dovute differenze tra ruminanti, suini e avicoli – risulta anche poco efficiente. Sia perché, a paragone di alimenti come uova e latte, la carne restituisce all’uomo una percentuale delle proteine spese per produrla decisamente inferiore. Sia perché la quantità di nutrimento necessaria a produrre un chilo di carne è assai superiore a quella consumata per latte e uova.

Da Oxford siamo partiti, ad Oxford torniamo, in conclusione. Perché proprio dagli studiosi del blasonato ateneo arrivano ulteriori dati e la proposta di un’etichetta ambientale. L’idea è di avere uno strumento d’informazione in grado di riassumere alcuni indicatori importanti, come l’uso dell’acqua, l’eutrofizzazione e l’acidificazione degli oceani. La sua introduzione potrebbe però inserire definitivamente la carne – e non solo – nella lista dei nemici del clima.

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Questo grafico mostra gli impatti ambientali per 9 prodotti animali e 6 prodotti vegetali (Fonte: studio Oxford University)

In un’altra recente ricerca, pubblicata sulla rivista Science, che ha analizzato migliaia di agricoltori e allevatori e i loro prodotti, gli scienziati britannici hanno infatti rilevato enormi differenze. Ci sono produttori di carne bovina ad alto impatto, che generano fino a 105 kg di CO2 equivalenti e utilizzano 370 m2 di terreno per 100 grammi di proteine. Altri invece hanno impatti ben inferiori, con valori anche 50 volte più bassi. Discorso analogo per chi coltiva fagioli o piselli. Gli scienziati hanno poi evidenziato come l’acquacoltura possa emettere più gas serra degli allevamenti di mucche. O che una pinta di birra può generare tre volte più emissioni e utilizzare quattro volte più terra di un’altra.

In ogni caso, le rilevazioni, dettagli e discrepanze a parte, continuano a mettere sul banco gli stessi imputati. Carne, latte vaccino e formaggio. Assolti invece alimenti vegetali e legumi. Nello specifico, anche i migliori metodi di produzione riscontrati per gli alimenti di origine animale non bilanciano il minore impatto di quelli vegetali. “Ad esempio, un litro di latte vaccino a basso impatto utilizza in media quasi due volte più terra e genera quasi il doppio delle emissioni di un litro di latte di soia”.

E così la sentenza di condanna finale è scritta: “Diete prive di prodotti animali, offrono maggiori benefici ambientali rispetto all’acquisto di carne o prodotti caseari sostenibili”.

Corrado Fontana – Valori

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16 Commenti

  1. Biagio Morabito

    Dato il raffronto fra lo storico del clima e delle quantità di anidrite carbonica nell’atmosfera nel corso ultimo millennio, a partire dal periodo caldo medievale per intenderci, ho sempre considerato il Global Warning una colossale balla a beneficio di una certa industria, quella delle rinnovabili, che in assenza dei sussidi pubblici conseguenti alla sunnominata campagna mediatica/terroristica non potrebbe esistere.

    Ciò detto è indiscutibile che di carni, specie rosse e specie nei paesi “ricchi” se ne mangino già troppe con danni alla salute già adesso indiscutibili.
    Tali eccessi, inoltre, si cominciano a notare anche nei paesi emergenti ed prospettiva saranno propri, prima o poi, anche dei paesi oggi poveri.

    Aggiungendosi a tali danni, l’eccessivo consumo di suolo, acqua e concimi per chilo di proteine e grassi animali prodotti, specie da carni rosse, e l’abuso di antibiotici proprio degli allevamenti intensivi, direi quindi, che una robusta tassazione tesa a spostare i consumi su altre tipologie di alimenti sia da considerarsi oggi urgente.

  2. Riccardo Sgorbati

    Una tassa non serve a niente!
    Piuttosto aumentare i costi di produzione per aumentare la qualità, animali allevati in modo meno intensivo è più vecchi, in definitiva animali più sani e carne più buona!
    In definitiva meno carne per tutti ma più buona, a parità di prezzo

    • pienamente d’accordo …. basta con questi allevamenti forzati …. guardiamo le emissioni gas degli allevamenti e non guardiamo dall’altra parte LA DEFORESTAZIONE DEL POLMONE VERDE con la sostituzione delle palme che assolutamente non fa il lavoro per cui il polmone esisteva
      ho diminuito il consumo di carne rossa e di pollo perchè ho capito che la mia salute era compromessa …vorrei però continuare a bere latte vero formaggio con latte jogurt e tutti i derivati del latte vero …. e SONO CONTRO A QUESTI ALLEVAMENTI FORZATI

  3. Plaudo all’iniziativa e spero che la politica abbia la forza per applicarla anziché asservirsi come al solito ai dogmi assurdi dell’economia. Servono urgentemente misure drastiche.

    • Posso scrivere che non è detto essere asserviti, ma che ci sono dei problemi reali che non si possono risolvere a breve termine? Per esempio il fatto che la carne piace Per esempio che negli allevamenti lavora gente Non è che hanno piacere di trovarsi senza lavoro

  4. Se il fattoalimentare si impegnasse di piú in inchieste su questi argomenti sarebbe meglio invece di sprecare post sulle creme di zucchero al sapore di cacao,dicesi nutella&co che essendo “cibi” altamente sconsigliati non dovrebbero essere nemmeno accennati in una rivista di FATTI alimentari.

    • Roberto La Pira

      Per un quotidiano online che si occupa di alimenti scrivere articoli su prodotti alimentari come Nutella, oppure di catene fast food come McDonald’s e altro fa parte del mestiere, anche se non vuol dire essere fan

  5. Fabrizio Brioschi

    E…che dire dell’aumento vertiginoso della produzione di…carne umana?
    Meglio sarebbe cominciare a preoccuparci della catastrofe prossima ventura dell’insostenibilità dell’umana famiglia, perchè ad essa direttamente è collegata la necessità di aumento di produzione degli alimenti con tutti i problemi correlati oltre a quelli di spazio, terre sottratte alla coltivazione, distruzione dell’avifauna, delle risorse ittiche e dei grandi polmoni verdi mondiali.
    L’aumento”infinito” della crescita, delle produzioni, dell’economia e della riproduzione umana è una delle più grandi sciocchezze che cozzano con qualsiasi legge della fisica e del buon senso.
    In alternativa gli unici “rimedi” naturali alla stupidità ed irrazionalità umana si chiamano irrimediabilmente: carestie, pandemie, nuove neoplasie, guerre, catastrofi ambientali. La natura è madre e matrigna, non guarda tanto per il sottile.

    • Biagio Morabito

      Gentile Signor Brioschi,

      Sinceramente non ho mai compreso la ragione per la quale quelli della Sua parrocchia si profondono in astratte affermazioni di principio riguardo l’opportunità di limitare i numeri della specie umana.

      Posto che noi umani grazie all’intelligenza e quindi alla tecnologia, siamo qualcosa di diverso dagli animali, se solo si eliminassero gli spechi alimentari già oggi avremmo già cibo per qualche miliardo di individui in più.

      Se poi volessimo mettere in conto l’uso, su larga, scala anche solo di alcune nuovissime tecniche di produzione agricola che consentono di tagliare già oggi del 90% i consumi di acqua e suolo, tecnologia già in uso in posti come Israele o USA e mostrata in recenti fiere agricole anche in Italia, va da se che in futuro di cibo ne potremo produrre in quantità sufficiente quale che sarà la popolazione umana anche senza valer ipotizzare il consumo di insetti come fronte proteica piuttosto che la produzione di “carne” in laboratorio (cosa che a titolo sperimentale e sia pure a carissimo prezzo già peraltro avviene) o finanche soluzioni fino qualche decennio fa da ascriversi alla fantascienza quali l’espansione dell’umanità nello spazio, che però vista la straordinaria rapidità con cui i costi dei lanci stanno scemando, possiamo dare in via di veloce acquisizione.

      Distinti Saluti,

    • Gentile Sig. Biagio, tra il pessimismo reale del Sig. Fabrizio al quale contrappone il suo fantastico ottimismo, sono più vicino alle considerazioni del primo pessimista e per tanti motivi, di cui il principale è l’osservazione storica e statistica sui comportamenti umani in situazioni di concorrenza e stress per la conquista ed accaparramento di cibo e risorse energetiche.
      Vede con la globalizzazione mondiale anche delle informazioni, non c’è paese al mondo ricco o povero che sia, che non desideri vivere come le popolazioni più ricche ed agiate del pianeta, quindi se gli viene negato non si accontenta solo di ammirare l’altrui fortuna, ma si attrezza ed organizza in tutti i modi possibili ed anche impossibili per raggiungere lo stesso benessere.
      Ora garantire un’auto, un televisore, un cellulare, un computer, un’abitazione decorosa, abiti alla moda, benzina, energia elettrica, ma anche una BISTECCA, un PESCE, acqua potabile, fino al classico rotolo di carta igienica di pura cellulosa a testa agli attuali 7.689.000.000 circa di esseri umani, è già cosa ardua se non impossibile.
      Mentre le ricordo che nonostante l’alto livello di tecnologia raggiunta stiamo ancora BRUCIANDO PREVALENTEMENTE CARBONE E PETROLIO, come pensiamo di poter proseguire con questi livelli di crescita demografica e consumi, senza far collassare a breve gli equilibri sociali ed anche le risorse terrestri?

    • Concordo tòtalmente!!!
      Bisogna attuare un drastico controllo delle nascite altrimenti non riusciremo mai a risolvere gli enormi problemi che affliggono il pianeta per quanto ci impegnamo.

  6. Dato il raffronto fra lo storico del clima e delle quantità di anidrite carbonica nell’atmosfera nel corso ultimo millennio, a partire dal periodo caldo medievale per intenderci, ho sempre considerato il Global Warning una colossale balla a beneficio di una certa industria, quella delle rinnovabili, che in assenza dei sussidi pubblici conseguenti alla sunnominata campagna mediatica/terroristica non potrebbe esistere.
    Ciò detto è indiscutibile che di carni, specie rosse e specie nei paesi “ricchi” se ne mangino già troppe con danni alla salute già adesso indiscutibili.
    Tali eccessi, inoltre, si cominciano a notare anche nei paesi emergenti ed prospettiva saranno propri, prima o poi, anche dei paesi oggi poveri.
    Aggiungendosi a tali danni, l’eccessivo consumo di suolo, acqua e concimi per chilo di proteine e grassi animali prodotti, specie da carni rosse, e l’abuso di antibiotici proprio degli allevamenti intensivi, direi quindi, che una robusta tassazione tesa a spostare i consumi su altre tipologie di alimenti sia da considerarsi oggi urgente.

  7. sono vegetariana da anni, quindi…perfettamente d’accordo! (anche con gli studi fatti, del resto basta leggere IL PIANETA MANGIATO x capirlo)

    • Cara Tiziana,
      ho appena finito anch’io di leggere “Il pianeta mangiato”, penso che tu ti riferisca al libro di Mauro Balboni, interessantissimo e “spietato” nel descrivere la situazione attuale. Lettura altamente consigliata!
      Per me la carne oltre a tassarla, penso si potrebbe tranquillamente arrivare a “razionarla”. La grande maggioranza delle persone non è nemmeno cosciente del problema, figuriamoci auspicare una riduzione del consumo su basi volontarie!
      Altrimenti, come già elencato dal Sig. Brioschi, le conseguenze saranno: guerre, migrazioni, carestie, pandemie… Già si stanno verificando adesso.
      P.S. io e la mia famiglia siamo “quasi vegani” (unica eccezione, un poco di miele) da più di quattro anni, salute ottima e rimpianti zero!

  8. Speriamo bene,il consumo di carne oltre a fare male alla salute determina anche un aumento dei gas serra,pertanto ben vengano queste interessanti proposte

  9. In tutti questi commenti cosi variegati non ne ho trovato uno che non sia consapevole dell’esternalità negative che questo modello intensivo di carne rossa e bovina produce. E’ un bellissimo segnale che dimostra che i tempi sono maturi per ricercare tutti un obbiettivo comune ora che concordiamo tutti sugli effetti negativi di questo sistema. Sinonimo che la cultura alimentare e il rispetto di essa è progredita rispetto agli anni 70/90. Bene cosi.