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Street food: come evitare i rischi per la salute? Il video dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie

Chef handing a tortilla to a foodie at a street food marketIl cibo da strada è senza dubbio una delle tendenze più in voga negli ultimi anni. Spesso pensato per essere consumato in piedi e senza posate, lo street food affonda le sue radici nelle tradizioni culinarie regionali. Ma quali sono i rischi legati per la nostra salute? Un video dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie analizza gli aspetti igienico-sanitari della preparazione e la vendita del cibo in strada.

Lo street food viene preparato per lo più in banchi e furgonicini – i cosiddetti food truck – dove gli spazi per la conservazione e la manipolazione degli alimenti sono molto ristretti. Tutto ciò comporta alcuni rischi per la sicurezza alimentare. Uno dei principali fattori di rischio è quello di contaminazione crociata – da microrganismi o allergeni – tra i diversi prodotti. Per ridurlo, i banchi e i furgoncini dello street food devono conservare separatamente i cibi crudi da quelli cotti, mantenere elevato il livello di igiene e, possibilmente, essere dotati di acqua corrente per lavare mani, e utensili ed avere un numero adeguato di operatori per suddividere i compiti.

Un altro fattore di rischio è legato alla temperatura di conservazione degli alimenti più delicati, come carne e pesce crudi e il rispetto della catena del freddo quando le temperature esterne sono più elevate. Ad esempio, sarebbe opportuno posizionare i banchi che utilizzano questi alimenti in postazioni al riparo dalla luce diretta del sole, oppure prendere accorgimenti per evitare il surriscaldamento.

Ma cosa può fare un consumatore per ridurre i rischi per la sua salute? Ci sono alcuni dettagli da osservare. Per esempio, i prodotti dovrebbero essere riparati dalla luce diretta del sole, dalle alte temperature, dal vento e dalla polvere (e in tempi di pandemia anche dai droplet altrui), ed esposti separatamente per categorie per evitare le sopracitate contaminazioni crociate. Inoltre, si può valutare il livello di igiene osservando il lavello e le superfici, che devono essere puliti e in ordine, mentre gli operatori devono indossare un abbigliamento idoneo, cioè grembiule, copricapo e guanti.

Ecco il video dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie:

© Riproduzione riservata

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Roberto La Pira

  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Avatar

    cioè ???? che differenza c’è con una qualsiasi altra cucina? Magari chiedere a chi fa SF da anni e anni era meglio. Con tutto il rispetto per l’istituto zooprofilattico, direi che il video girato è valido per qualsiasi tipo di preparazione dei cibi , anche a casa.
    Se si vuole fare formazione sui clienti allora converrebbe dire le cose in modo corretto: proprio per gli spazi ridotti sarebbe opportuno non avere alimenti crudi e cotti. O CRUDI (quindi cuoci e somministri) oppure COTTI( PRECOTTI…quindi rigeneri e somministri).

  2. Avatar

    Ricordo ancora, e narro quando voglio vedere le facce inorridite dei presenti, un episodio degli anni ’60, quando mi capitava di essere in giro a ore antelucane e di fermarmi per uno spuntino presso qualche chiosco, e una volta m’ero fermato con amici a quello sulla via Guido Reni che teneva un po’ di tutto e mi era stato tanto decantato.

    Ho potuto così assistere alla preparazione di un panino col gorgonzola (io avevo chiesto pane e porchetta), durante la quale la venditrice dopo aver spalmato un po’ di formaggio dava una generosa leccata al coltello usato, prima di usarlo per prendere un altro po’ di formaggio per completarlo.

    Inutile dire che il mio panino con la porchetta (affettata col medesimo coltello) è rimasto nel suo sacchetto, facendo poi contento il mio cane, mentre l’amico non ha battuto ciglio e si è mangiato il suo col gorgonzola…

    Ma da allora il livello del cibo da passeggio (perché chiamarlo “street food”, visto che in Italia esisteva già quando negli USA ancora cacciavano i bisonti?) è molto migliorato, non solo per una maggiore consapevolezza (e minore faciloneria) dei clienti, ma soprattutto per una maggiore professionalità e specializzazione dei rivenditori, che assomigliano sempre di più ai piccoli negozi di quartiere che purtroppo stanno scomparendo.