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Stop ai PFAS: la Danimarca potrebbe diventare il primo paese a vietare i composti perfluorurati in imballaggi, in carta e cartone

hamburger di manzo crudiSe pranziamo in un qualunque fast food è inevitabile accorgersi delle straordinarie caratteristiche che ha la carta in cui è avvolto il nostro panino: non assorbe maionese, salse e, se anche dovesse caderci sopra una goccia della nostra bevanda, l’effetto sarebbe lo stesso.
Si tratta dello stessa caratteristica che sfruttiamo tra le mura domestiche quando, per foderare teglie e stampi da forno utilizziamo la carta oleata, un prodotto ritenuto ideale per evitare che il cibo si attacchi.

La stessa carta è tra i materiali di imballaggio più richiesti e più usati da macellerie, salumerie e pescherie, collocate anche all’interno dei supermercati, per incartare gli alimenti freschi, perché ha una grande resistenza al grasso.
Ma cosa conferisce alla carta queste caratteristiche pressoché uniche? L’effetto è dovuto, nella maggior parte dei casi , alle sostanze organiche perfluoroalchiliche (PFAS), probabilmente sconosciute alla maggior parte delle persone ma molto più vicine a noi di quanto si possa immaginare; composti chimici che necessitano di una particolare attenzione per le potenziali ripercussioni che hanno sulla salute e sull’ambiente.

Definite “sostanze eterne” dalla multinazionale americana che le brevettò, a causa della loro estrema difficoltà a degradarsi nell’ambiente, i PFAS sono un gruppo eterogeneo di oltre 4.500 sostanze chimiche artificiali (non presenti naturalmente nell’ambiente) formate da una catena di atomi di carbonio di lunghezza variabile, nella quale gli atomi di idrogeno legati al carbonio sono sostituiti da fluoro; proprio la presenza di numerosi legami carbonio-fluoro conferisce particolari caratteristiche come la repellenza all’acqua e ai grassi, molto sfruttata in ambito alimentare specie per trattare superficialmente carta e cartone.
Diversi studi hanno però dimostrato come queste sostanze portino con sé il rischio di accumularsi all’interno dell’organismo: alcuni PFAS hanno effetti negativi sull’uomo, tra cui la capacità di influenzare la crescita, l’apprendimento e il comportamento in neonati e bambini, ridurre la fertilità, agire come interferenti endocrini, aumentare i livelli di colesterolo e influenzare il sistema immunitario.

L’EFSA, in una valutazione del rischio condotta nel dicembre scorso su 2 sostanze appartenenti a questo gruppo (l’acido perfluoroottansulfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico (PFOA)), ipotizzava, tra l’altro, una minore tollerabilità da parte dell’organismo umano rispetto a quanto si potesse inizialmente prevedere. Ma nessuna misura di legge è stata finora emessa a livello comunitario per gli imballaggi in ambito alimentare.

Carta fornoFortunatamente la carta può essere resa repellente ad acqua e grassi anche senza l’uso di sostanze contenenti fluoro ed è su questo aspetto che si concentrano le attenzioni dei Paesi più attenti alla salute dei consumatori.
Come la Danimarca, che intende diventare il primo Paese a vietare l’uso di sostanze fluorurate in imballaggi alimentari realizzati in carta e cartone.
Attraverso una proposta di legge, concretizzatasi pochi giorni fa e che dovrebbe entrare in vigore a luglio 2020, il ministero della salute danese fa sapere che non è più intenzionato ad accettare il rischio associato ai PFAS.

“Rappresentano un problema di salute tale che non possiamo più aspettare l’Europa”, ha affermato il ministro danese dell’alimentazione Mogens Jensen.
È da tempo che le autorità danesi ne sconsigliano l’impiego in materiali a contatto con alimenti e alcuni rivenditori hanno gradualmente e in maniera volontaria, eliminato tali sostanze dai propri prodotti; per queste aziende rispondere ai nuovi requisiti previsti sarà più facile visto che hanno già avviato un percorso alternativo.
D’altro canto molte aziende ancora le utilizzano, nonostante le incertezze, anche in contesti diversi dalla carta: i composti perfluorurati sono utilizzati, per esempio, anche nella produzione di PTFE, il rivestimento che riscontriamo in molte padelle antiaderenti.

PFASOltre all’ambito alimentare, sono usati sin dagli anni ’50 come emulsionanti e tensioattivi in prodotti per la pulizia, nella formulazione di insetticidi, rivestimenti protettivi, schiume antincendio e vernici. Sono impiegati anche nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie nonché in materiali per la microelettronica.
Come conseguenza dell’estensiva produzione e uso dei PFAS e delle loro peculiari caratteristiche chimico-fisiche, questi composti sono stati spesso rilevati in concentrazioni, anche significative, in campioni ambientali e organismi viventi, inclusi gli umani: l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha addirittura avviato intense attività di monitoraggio per determinare la loro presenza in corpi idrici superficiali e sotterranei tra Febbraio e Maggio dello scorso anno.

Le conclusioni dello studio, contenute nel rapporto “Indirizzi per la progettazione delle reti di monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nei corpi idrici superficiali e sotterranei”, liberamente accessibile online sul sito dell’Ispra, parlano di un fenomeno di inquinamento diffuso, che riguarda la maggior parte delle regioni del nostro Paese.
Secondo quanto riferisce Ispra “Dal 2019, a seguito del monitoraggio di questi composti, molti corsi d’acqua vedranno modificato in senso negativo il loro stato di qualità. È necessario mettere in piedi un osservatorio sui Pfas e su tutte le sostanze chimiche emergenti, in modo da poter intercettare la loro presenza nell’ambiente in maniera tempestiva.”

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4 Commenti

  1. Avatar

    Ma perché anche voi usare i “biscotti”? Non dite per favore che è per migliorare la navigazione: l’obiettivo è profilarci per venderci a chi usa queste schedatura per impadronirsi della nostra privacy e inviarci pubblicitá mirate o peggio.
    Perchè oltre ad “acconsento,” non scrivete “non acconsento”?

    • Valeria Nardi

      Gentile Ferruccio, Il Fatto Alimentare non vende né cede a terzi alcun dato di profilazione. Nè li raccoglie, se non in forma anonima (senza poter risalire all’identità della persona) per migliorare i servizi che fornisce. Quali sono questi servizi è spiegato nella pagina privacy policy: https://ilfattoalimentare.it/privacy alla sezione “Cookie Policy”.

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      Per essere precisi il sito Web non utilizza i cookies, attualmente è presente uno solo. Tuttavia, sono presenti tracker di facebook, twitter e google.

  2. Avatar

    Non mi è chiara una cosa: la carta da forno che si usa normalmente a casa ha pfas? Direi di no, se capisco bene nell’ articolo si parla della carta plastificata che viene usata da formaggiai macellai e salumieri e non della carta da forno, ma l’ultima frase del primo paragrafo e la seconda foto lasciano il dubbio.
    Grazie!