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La Spagna vuole vietare agli influencer la pubblicità del junk food per contrastare l’obesità infantile

post, immagine di cellulare che inquadra un alimentoIl fenomeno degli influencer, degli sportivi, delle personalità dello spettacolo e dei media che promuovono junk food verso i bambini deve finire. E visto che non c’è modo di far capire loro quanto deleteria possa essere la persuasione esercitata, occorre introdurre una legge severa che vieti qualunque forma di marketing di questo tipo per gli alimenti ad alto tenore di grassi, sale e zuccheri. Così la pensa il governo spagnolo, che ha pubblicato una bozza del provvedimento. “Il divieto interessa la comparsa, in comunicazioni commerciali, di genitori, insegnanti, educatori, professionisti che lavorano nei programmi per bambini, personaggi dello sport, influencer, artisti e persone note che a vario titolo – sia nella vita reale che nella finzione – possano rappresentare un modello o un esempio per i minori”.

Il ministero del Consumo specifica che un influencer è “una persona che può condizionare un gran numero di bambini a causa dei molti follower sui social media o nei media digitali, e che interagisce con il pubblico attraverso post, messaggi, video, blog, network di vario tipo”. Si cerca insomma di definire le molteplici figure che oggi compongono il mondo dei media, bloccando i messaggi rivolti ai più piccoli che favoriscono il consumo di alimenti e bevande di pessima qualità, e di conseguenza l’esplosione dell’obesità infantile.

La Spagna vuole vietare agli influencer la pubblicità del cibo ad alto contenuto di zucchero, sale e grassi per proteggere la salute dei bambini

Secondo Food Navigator, che riferisce dell’iniziativa, in base a uno studio pubblicato sulla Revista española de cardiologia nel 2020, il 34% della popolazione tra i 3 e i 24 anni risulta in sovrappeso o obesa, e se ci si concentra sulla fascia compresa tra i 3 e gli 8 anni, la percentuale schizza al 40%. Oggi si stima che il 15% dei bambini spagnoli siano obesi, un tasso che nel 1984 era pari al 3%. E gli altri paesi dell’area europea non stanno molto meglio. Secondo l’Oms, dal 1975 a oggi i tassi di obesità infantile sono triplicati, e nel 2016 nel mondo c’erano 340 milioni di bambini e ragazzi di età compresa tra i 5 e i 19 anni in sovrappeso o obesi, mentre nel 2020 lo erano 39 milioni di under 5.

La Spagna, va detto, non è l’unico paese europeo che si sta muovendo in questa direzione: in Francia ci sono limiti alle pubblicità, oltre a tasse sulle bevande zuccherate, mentre in Germania ci si è affidati alla buona volontà delle aziende, che hanno irrigidito i loro impegni formali per regolamentare le pubblicità di junk food in televisione, radio, media digitali e stampati rivolti ai bambini. Anche nel Regno Unito una legge specifica vieta la pubblicità degli alimenti a elevato contenuto di grassi, sale e zuccheri fino alle 21 in televisione e a qualunque orario online.

La Spagna non è l’unico paese che ha deciso di limitare la pubblicità diretta ai bambini per contrastare l’obesità infantile

Tutto questo, ricorda Food Navigator, fa i conti con gli influencer che, dal canto loro, non sembrano resistere agli ingaggi milionari delle grandi aziende: è noto il caso di Britney Spears che vent’anni fa ballava bevendo una Pepsi, come prevedeva il suo contratto a sei zeri (8 milioni di dollari), mentre in Italia in questo periodo il rapper Ghali promuove i burger Big Mac di McDonald’s, non certo un esempio di alimentazione sana né tantomeno sostenibile, per citare solo un esempio contemporaneo. Non a caso la bozza della legge spagnola contiene anche l’invito, rivolto agli influencer, a farsi promotori di salute, incoraggiando corrette abitudini alimentari e attività fisica e non amplificatori delle tendenze peggiori.

D’altro canto, se le celebrities si fanno pagare, c’è chi è disposto a farlo: secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal nel 2017, le grandi multinazionali spendono in pubblicità una cifra che è 30 volte quella che i governi impiegano in educazione alimentare. Per questo ci si sta muovendo verso i divieti: non c’è molta fiducia nei protocolli di buona volontà sottoscritti dalle aziende.

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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Un commento

  1. Io aspetto che ci arrivi anche l’Italia perche’ molti bimbi nel nostro paese non solo si muovono poco ,ma mangiano male, e molto spesso, proprio mentre guardano la tv. .A presto si spera.