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Perché sui social solo le descrizioni dei piatti a base di carne fanno venire l’acquolina in bocca?

Smartphone in mani femminili inquadra pollo arrosto in teglia con patate e pomodorini, in mezzo a una tavola apparecchiata, con piatti, posate, bicchieri con bibita, ciotola di patate, contenitori con pepe e salse, aglio, mazzo di rosmarinoUno studio pubblicato sulla rivista scientifica Appetite analizza il linguaggio utilizzato nei social media per descrivere i cibi a base di carne e quelli vegetali. L’attenzione è stata rivolta a Instagram, il social che per le sue caratteristiche – permette di pubblicare e condividere foto, video e storie – si presta a soddisfare meglio l’imperante tendenza a fotografare e ritrarre i piatti che prende il nome di food porn.

Partendo dall’idea che il modo in cui le persone pensano e parlano di cibo possa ostacolare la transizione verso un’alimentazione più sostenibile e dunque meno ricca di carne, lo studio si focalizza sulle parole scelte negli hashtag e nelle didascalie delle immagini. L’analisi riguarda il linguaggio scelto per descrivere il gusto, la consistenza, il piacere delle pietanze e quello invece riferito ad altre caratteristiche come gli ingredienti, la preparazione e analizza anche alcune parole chiave come ‘healthy’. La previsione degli studiosi era che i post di piatti a base di carne contenessero un numero maggiore di hashtag relativi all’esperienza del consumo del cibo e al contesto, rispetto ai post di pietanze a base vegetale. L’ipotesi è stata confermata: i post relativi a cibi vegani sono quelli che si concentrano in misura minore (anche rispetto a quelli di piatti vegetariani) sugli aspetti sensoriali ed esperienziali, a favore della narrazione dell’identità vegana. Considerando l’associazione tra il linguaggio che evoca un’esperienza e il piacere percepito, i piatti a base di carne risultano più invitanti rispetto a quelli vegetariani che, a loro volta, appaiono più appetitosi rispetto a quelli vegani.

Smartphone tenuto da mani femminili inquadra bowl vegana con avocado e verdure
Secondo lo studio, sui social le descrizioni dei piatti con carne sono più appetitose di quelli delle pietanze vegane e vegetariane

Un linguaggio che cerca di riprodurre il piacere del cibo raggiunge con maggiore facilità i consumatori che pensano principalmente alla gradevolezza dell’alimentazione e meno alla sostenibilità. La differenza emersa nello studio pubblicato su Appetite è che la comunicazione riferita a piatti a base di carne sia focalizzata sul godimento immediato, mentre quella relativa a pietanze a base vegetale riflette i valori legati a una determinata scelta alimentare e alla sostenibilità. A fronte di questi risultati, viene suggerita ai responsabili marketing di descrivere i prodotti a base vegetale in modo più accattivante per attirare anche i consumatori ‘tradizionali’ favorendo così la riduzione del consumo di quelli di origine animale.

Moderare l’assunzione di carne è diventato ormai una necessità almeno nel mondo occidentale, dove il consumo annuo pro capite continua a rimanere molto alto. Negli Stati Uniti raggiunge 115 kg, in Europa 80 e in Italia 79. Sebbene i prodotti a base di carne forniscano solo il 18% delle calorie giornaliere, la produzione contribuisce al 14,5% di tutte le emissioni di gas serra indotte dall’uomo e ha un impatto negativo sull’inquinamento e sul consumo delle acque e suolo. Bisogna poi considerare che il consumo elevato può portare a problemi di salute quali il diabete, alcuni tipi di cancro come quello del colon-retto e malattie cardiovascolari. Dalla letteratura sembra ormai appurata la teoria secondo la quale una dieta con un elevato contenuto di alimenti a base vegetale abbia un minore impatto sull’ambiente e sulla salute e questo modello alimentare può essere facilmente seguito adottando una dieta di tipo mediterraneo. Tra la popolazione italiana, secondo il rapporto Eurispes, già adesso non mangia carne quasi una persona su dieci.

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Roberto La Pira

  Francesca Faccini

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