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Bambini e pubblicità: gli impegni volontari delle aziende non proteggono dal marketing del cibo poco sano

televisione pubblicità cibo bambinaNegli USA, le grandi aziende alimentari statunitensi come Coca-Cola e McDonald’s e alcuni dei gruppi internazionali tra i quali Ferrero, Danone e Nestlé hanno sottoscritto la Children’s Food and Beverage Advertising Initiative (CFBAI), un programma in cui si impegnano a ridurre, quando non a eliminare del tutto, il marketing di prodotti poco sani rivolto ai bambini al di sotto dei 12 anni. Nel 2018 i criteri nutrizionali alla base del programma sono stati rivisti in senso restrittivo, perché si è constatato che quelli inizialmente previsti erano poco efficaci; la nuova versione è entrata in vigore nel 2020 e ora un rapporto del Rudd Center for Food Policy & Health dell’Università del Connecticut fa il punto sulla reale applicazione delle linee guida, giungendo a conclusioni poco rassicuranti: le aziende non sembrano avere alcuna intenzione di smettere di indirizzare la pubblicità ai più piccoli, anche se non manca qualche segnale positivo.

In totale, secondo quanto riportato sul sito del CFBAI sono 249 i prodotti di 390 marchi che hanno soddisfatto le condizioni del programma, la maggior parte dei quali (il 53%) erano yogurt, seguiti dagli snack dolci (15%) e dai cereali (13%): in effetti, quasi due terzi rispondevano ai criteri nutrizionali. Ma più di un terzo no. Tra questi ultimi vi erano soprattutto cereali zuccherati, merendine dolci e crackers (o, nel caso di Ferrero, prodotti come gli ovetti di cioccolato, con un elevato livello di zuccheri e grassi). Nessuna azienda, poi, ha sostenuto con pubblicità specifiche prodotti con frutta o verdura. Tre quarti delle bibite pubblicizzate erano a basso tenore di calorie, anche con zucchero o dolcificanti, anche se gli esperti di salute infantile ne sconsigliano il consumo da parte dei bambini. Sono comunque aumentate le proposte di bibite più sane, a base di latte o acqua senza dolcificanti.

Gli impegni volontari presi negli USA dalle aziende non proteggono i bambini dal marketing del cibo poco sano

Oltre a ciò, le stesse aziende che aderiscono al programma hanno continuato a diffondere pubblicità di alimenti e bevande che non rispettano i criteri nutrizionali del CFBAI attraverso altri mezzi di comunicazione alternativi: dal packaging ai siti web, dalle sponsorizzazioni degli eventi (per esempio sportivi o musicali) a quelle nei negozi. Infine, c’è un aspetto ancora poco considerato: il marketing rivolto ai ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni, non esplicitamente citato nelle linee guida del CFBAI e quindi molto utilizzato dai produttori.

Come se ne esce? Secondo gli esperti del Rudd Center con un’ulteriore stretta, e modificando alcune procedure. Per esempio:

  • È indispensabile che le linee guida siano elaborate da panel di esperti che non abbiano alcun tipo di legame con le aziende interessate, come è stato fatto per indicazioni nazionali nel Regno Unito, Messico e Cile.
  • Le bevande zuccherate o dolcificate artificialmente dovrebbero essere totalmente escluse da qualsiasi forma di marketing.
  • Le limitazioni alla pubblicità dei prodotti poco sani dovrebbero essere applicate a tutte le forme di marketing, comprese per esempio le sponsorizzazioni o il packaging.
  • Le regole dovrebbero essere estese ai ragazzi fino ai 14 anni e, idealmente, fino ai diciassettenni.
  • Le pubblicità di prodotti non sani destinati ai bambini non dovrebbero godere di alcun tipo di agevolazione fiscale.
  • Le istituzioni statali e locali dovrebbero a loro volta introdurre regole e norme per favorire la limitazione delle pubblicità rivolte ai bambini, così come dovrebbe fare il governo federale, al di là di iniziative quali la CFBAI.

C’è insomma moltissimo da fare per migliorare la qualità dell’alimentazione di bambini e ragazzi e prevenire sovrappeso e obesità. E non sembra che questo genere di iniziative, su base volontaria, siano lo strumento più efficace.

© Riproduzione riservata Foto: AdobeStock

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. E’ che a monte, dovrebbero proprio ripensare a cosa mettono dentro il cibo.

  2. L’articolo conclude molto acutamente con questa osservazione: “C’è insomma moltissimo da fare per migliorare la qualità dell’alimentazione di bambini e ragazzi e prevenire sovrappeso e obesità. E non sembra che questo genere di iniziative, su base volontaria, siano lo strumento più efficace.”
    E concordo pienamente. Chiedendomi anche dove si sono inabissate le competenze educative degl’insegnanti che fino a qualche anno fa proponevano, insieme alle USL (poi ASL) (per intenderci la sanità pubblica) percorsi di approfondimento sull’alimentazione, la conoscenza degli alimenti, la lettura delle etichette, il sapere agro-alimentare che è alla radice di ogni nostro cibo (cibo, non spazzatura, ovviamente).

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