Parte degli impianti dell’ex Miteni di Trissino è stata trasferita in India sollevando proteste. In Francia due associazioni accusano lo Stato di inerzia contro i PFAS.
Un’inchiesta, realizzata con il contributo di Journalismfund Europe (IJ4EU) e pubblicata in Italia da Repubblica e nel Regno Unito dal Guardian, segnala che in India stanno crescendo le proteste contro la produzione di PFAS nello stabilimento di Lote Parshuram, a sud di Mumbai. Il caso riguarda da vicino l’Italia: parte degli impianti utilizzati proverrebbe infatti dall’ex stabilimento Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, chiuso nel 2018 dopo essere stato al centro di uno dei più gravi scandali ambientali italiani legati agli “inquinanti eterni”.
I PFAS, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, sono composti chimici estremamente persistenti, utilizzati per decenni in numerosi settori industriali e prodotti di consumo per le loro proprietà antiaderenti, impermeabilizzanti e resistenti al calore. Proprio per la loro capacità di restare a lungo nell’ambiente sono definiti “inquinanti eterni”. L’esposizione a livelli elevati è associata a rischi per fegato e reni, disturbi del sistema endocrino e riproduttivo, alterazioni immunitarie e aumento del rischio di alcuni tumori.
Lo scandalo PFAS in Veneto
La Miteni produceva composti fluorurati e PFAS. La contaminazione attribuita allo stabilimento ha interessato una vasta area tra le province di Vicenza, Verona e Padova, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone attraverso l’acqua potabile. Nel giugno 2025, la Corte d’Assise di Vicenza ha condannato 11 ex manager in primo grado dal nell’ambito del processo per l’inquinamento da PFAS (ne abbiamo parlato in questo articolo).
L’aspetto più inquietante riguarda i tempi del trasferimento. Documenti citati dal Guardian indicano che già nel marzo 2018, alcuni mesi prima della chiusura dello stabilimento veneto, i piani per il sito indiano erano pronti e sarebbero stati avviati i lavori per la valutazione di impatto ambientale e le autorizzazioni edilizie. Questo solleva una domanda politica e ambientale rilevante: la dirigenza della Miteni aveva già progettato il trasferimento dell’attività in India mentre in Italia si consumava la crisi dello stabilimento di Trissino?

La nuova proprietà indiana
Il Guardian riferisce che la società indiana Laxmi Organic Industries ha acquistato l’ex impianto italiano, la quale avrebbe smontato, trasferito e rimontato in India macchinari e attrezzature della Miteni. Lo stabilimento di Lote Parshuram risulta operativo dall’inizio del 2025 e produce sostanze destinate a settori come pesticidi, farmaci, coloranti e cosmetici. La società indiana ha negato accuse di inquinamento e sostiene di operare nel rispetto delle norme locali.
Il punto più delicato, però, è proprio la mancanza di una regolamentazione specifica sui PFAS in India. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la vicenda è arrivata anche nel Parlamento indiano: un deputato ha chiesto un’indagine federale sull’autorizzazione dell’impianto, mentre il ministero dell’Ambiente ha confermato che nel Paese non esiste una norma ambientale specifica che vieti la produzione di PFAS.
Le proteste davanti allo stabilimento sono iniziate a gennaio e si sono poi allargate, coinvolgendo residenti, attivisti ambientali e rappresentanti politici. A marzo, il caso è stato discusso anche in un confronto tra attivisti indiani, rappresentanti delle aree contaminate in Europa, scienziati e membri del Parlamento europeo, nel quadro del dibattito sul possibile divieto europeo dei Pfas.
La protesta delle associazioni in Francia
Il caso si inserisce in un contesto europeo sempre più acceso. In Francia, il 21 maggio 2026, le associazioni Bloom, Générations Futures e Notre Affaire à Tous hanno citato lo Stato davanti al tribunale amministrativo di Parigi. L’obiettivo è far riconoscere la responsabilità delle autorità francesi nello scandalo dei PFAS e ottenere misure più incisive contro gli scarichi nell’ambiente. Le associazioni accusano le istituzioni di sapere da oltre quindici anni dei rischi legati a queste sostanze e di non aver predisposto strumenti sufficienti per prevenire la contaminazione.

Il ricorso arriva dopo anni di allarmi su acqua potabile, alimenti, suoli e prodotti di consumo. L’Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione (Anses) ha rilevato il TFA, una molecola della famiglia dei PFAS, nel 92% dei campioni analizzati nell’ambito di una campagna nazionale su acqua di rete e acqua grezza, pur precisando che nella grande maggioranza dei casi i valori restano sotto i limiti regolatori quando disponibili. Nel 2025, nel Grand Est, le autorità sanitarie hanno imposto restrizioni al consumo dell’acqua del rubinetto in alcune aree per il superamento dei valori relativi ai PFAS. A questo si aggiunge lo scandalo delle acque minerali: le inchieste di Le Monde e Radio France hanno coinvolto, tra gli altri, marchi Nestlé come Perrier, Vittel, Contrex e Hépar, rivelando trattamenti non conformi su acque vendute come “minerali naturali” e problemi di contaminazione delle fonti da batteri, pesticidi, PFAS e altri microinquinanti.
La legge francese sui PFAS
La Francia, nel frattempo, ha approvato una legge specifica sugli “inquinanti eterni”. La legge del 27 febbraio 2025 prevede il divieto, a partire dal 2026, di cosmetici, cere da sci, abbigliamento e scarpe contenenti PFAS; dal 2030 il divieto sarà esteso a tutti i tessili. Sono previsti anche controlli sull’acqua potabile, una mappatura dei siti emissivi e un meccanismo ispirato al principio “chi inquina paga”. Restano però fuori alcuni prodotti molto discussi, come gli utensili da cucina con rivestimenti antiaderenti, esclusi dal testo finale dopo le pressioni dei produttori.
La vicenda della Miteni, dunque, non è solo una storia italiana. È diventata un caso internazionale di giustizia ambientale: ciò che ha contaminato una delle più grandi falde acquifere d’Europa non può semplicemente essere smontato, spedito altrove e presentato come sviluppo industriale. Per questo il trasferimento degli impianti in India riguarda anche noi: perché mostra che, senza regole globali sui PFAS, l’inquinamento non finisce. Cambia indirizzo.
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giornalista redazione Il Fatto Alimentare


