allevamenti galline

Dal focolaio di virus sulle navi da crociera alla nuova emergenza Ebola: come la monocoltura, gli allevamenti intensivi e la perdita di “immunità ecologica” aprono la strada a nuove epidemie globali.

C’è un collegamento fra la notizia di un focolaio di infezione da virus Andes orthohantavirus su una nave da crociera olandese e gli allevamenti intensivi. Il virus è trasmesso all’uomo da un piccolo roditore che abita le aree boschive e rurali di quella regione, un ambiente che negli ultimi anni è stato profondamente alterato dalle attività umana.1
L’episodio ha destato apprensione, perché richiama alla memoria la recente pandemia da Covid‑19, anch’essa zoonosi virale. Ma è soprattutto un avvertimento: quando l’uomo semplifica il territorio, riducendo la complessità ecologica  (meno specie, meno relazioni, suoli impoveriti), interrompendo la continuità degli habitat (strade, lottizzazioni, barriere artificiali) o provocando, consapevolmente o no, incendi che distruggono improvvisamente vegetazione e rifugi, il paesaggio perde la sua “immunità ecologica” e  gli animali vettori di patogeni trovano spazi per diffondersi.2

Immunità del paesaggio

Il paesaggio è un mosaico di ecosistemi, foreste, praterie, zone umide, campi agricoli, aree urbane, che convivono e si regolano a vicenda. L’immunità del paesaggio è la capacità di questo mosaico di limitare naturalmente la diffusione delle specie animali che ospitano patogeni per l’uomo. Quando le attività umane alterano l’equilibrio tra gli ecosistemi, questa barriera naturale si indebolisce e conseguentemente aumenta la probabilità che gli animali responsabili di zoonosi si espandano, favorendo l’emergere o il riemergere di infezioni.3

allevamenti maiali
Negli allevamenti intensivi gli animali si ammalano facilmente perché sono stipati

Paesaggio e agricoltura industriale

La perdita di immunità del paesaggio è un tratto distintivo dei territori modellati dall’agricoltura industriale caratterizzata da allevamenti intensivi. Quando margini ecologici, come siepi, filari alberati, bordure dei campi e boschetti, vengono eliminati e i campi si riducono a superfici uniformi destinate alla monocoltura, il paesaggio agricolo perde biodiversità e capacità di autoregolarsi. In questi ambienti semplificati, gli animali responsabili di zoonosi, roditori, pipistrelli, uccelli, zanzare, zecche, trovano condizioni favorevoli per diffondersi.4

Zoonosi che crescono

In Italia, un esempio emblematico è la zoonosi da West Nile, un’infezione da virus trasmesso all’uomo da zanzare che si infettano nutrendosi di uccelli selvatici serbatoi del virus. I focolai ricorrenti nella Pianura Padana sono favoriti da risaie, maiscolture e frutteti irrigati e dalla fitta rete di canali e bacini artificiali.5
Un altro esempio è rappresentato dall’encefalite da zecche, sostenuta da roditori serbatoi del virus e dalle zecche che, parassitizzandoli, si infettano a loro volta e possono poi trasmettere il virus all’uomo. Frequente nell’Europa centro‑orientale, è stata segnalata in Italia alla fine del secolo scorso e da allora si sta espandendo con nuovi focolai nelle aree collinari e prealpine. Questa zoonosi è da mettere in relazione con il fatto che nelle aree agricole del Nord Italia la riduzione della complessità ecologica favorisce sia l’aumento dei roditori serbatoio sia l’alta prevalenza del virus nelle zecche.6

Gli allevamenti intensivi

Anche il bestiame può essere coinvolto nella diffusione di zoonosi e i sistemi di allevamento intensivo ne amplificano la portata.
Gli animali si ammalano facilmente perché sono stipati in anguste stalle; appartengono alla stessa razza e quindi condividono la vulnerabilità. Nel caso delle vacche da latte, la fragilità è accentuata dal fatto che vengono mantenute quasi continuamente in gravidanza nei pochi anni di vita concessi dalla logica produttivistica della zootecnia industrriale.7
A queste condizioni si aggiungono pratiche che aggravano ulteriormente il rischio: ventilazione forzata, che può diffondere aerosol infetti;  trasporti frequenti, che collegano focolai lontani; liquami, che alimentano popolazioni di vettori; insetti e artropodi, che trasmettono patogeni da un animale all’altro; e alimentazione basata su mangimi iperproteici ad alta densità energetica, che indeboliscono le difese immunitarie.
È in questo contesto che il patogeno può compiere il salto di specie: circola tra gli animali allevati, si amplifica e trova infine la via per infettare l’uomo.8

Chi lavora nelle stalle è esposto facilmente ai patogeni attraverso vie diverse, aerosol, secrezioni, carcasse o insetti vettori. I consumatori, invece, sono esposti più spesso a infezioni batteriche tramite alimenti contaminati. Queste infezioni, pur frequenti, sono meno gravi di quelle virali, perché nella maggior parte dei casi possono essere trattate con antibiotici. Tuttavia, l’uso massiccio di antibiotici, sper trattare sia gli animali che l’uomo, sta favorendo la diffusione dell’antibiotico‑resistenza, un problema crescente di sanità pubblica.

Mucche da latte o bovini mangiano fieno o mangime in un allevamento
Il caso mucca pazza ha causato l’abbattimento di 6,5 milioni di animali

 Il caso mucca pazza

Non è da dimenticare perché è stato uno dei casi più emblematici e preoccupanti di zoonosi. Fu causata da una pratica zootecnica, che pretendeva “aumentare la produzione” forzando l’alimentazione del bestiame con mangimi iperproteici di derivazione animale, trasformando così erbivori in carnivori, e carnivori di se stessi. Una diavoleria industriale che causò focolai, fortunatamente sporadici, della variante della malattia di Creutzfeldt‑Jakob (vCJD) nell’uomo. Ma fu una vera ecatombe per i milioni di animali abbattuti per rimediare a un errore interamente umano, frutto di un sistema produttivo che aveva oltrepassato ogni limite biologico e di buon senso.

Le grandi epidemie negli allevamenti intensivi e il rischio per l’uomo

Malattia / Epidemia Agente Patogeno Area Geografica e Periodo Animali Abbattuti Rischio per l’Uomo
BSE Prione Europa, 1986–2001 6,5 milioni di bovini (4,4 milioni nel Regno Unito) Sì, variante vCJD (variante della malattia di Creutzfeldt‑Jakob)
Influenza aviaria Virus influenzali Globale, 2003–oggi Oltre 1 miliardo di polli e tacchini Sì, raro
Peste suina africana ASFV (virus a DNA) Asia, 1990–oggi Decine di milioni di suini Nessuno
Afta epizootica FMDV (virus a RNA) Regno Unito, 2001 Oltre 6 milioni di animali (bovini, ovini, suini) Estremamente raro

Quanto detto finora prova la validità del principio One Health, evocato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La nostra salute dipende da quella degli animali e degli ecosistemi, incluso quello agroalimentare. Quando gli allevamenti si  intensificano, i paesaggi perdono biodiversità e gli ecosistemi si degradano, peggiorano le condizioni di vita di piante e animali e aumenta la probabilità che un agente patogeno, virus, batterio, prione o parassita, trovi la strada per arrivare fino a noi.

Ebola

Dobbiamo aspettarci una diffusione crescente delle zoonosi? Se non cambiamo rotta, è probabile. La tendenza è già in atto, e “incrociare le dita” non è una strategia sanitaria.  Del resto proprio in questi giorni  è in corso nell’Africa centrale un nuovo focolaio di Ebola, zoonosi virale trasmessa all’uomo soprattutto da pipistrelli frugivori, tanto rilevante da aver spinto l’OMS a dichiarare una emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale.
Se vogliamo evitare che l’Andes orthohantavirus (Hantavirus) o qualunque altro agente patogeno, inneschi nuove epidemie, dobbiamo impegnarci tutti, noi nel nostro piccolo e i politici nelle istituzioni pubbliche, a ricostruire ciò che stiamo erodendo: la capacità dei paesaggi di proteggerci.
Non è un compito marginale. È un dovere pubblico, come ricorda da anni anche l’OMS, che considera la tutela degli ecosistemi parte integrante della prevenzione.

Purtroppo, però, c’è poco da sperare dagli uomini politici che, attualmente, hanno in mano le sorti del mondo. Essi puntano a sfruttare sempre di più i giacimenti di petrolio e carbonio, negano il cambiamento climatico e stanno delegittimando istituzioni fondamentali per la salute pubblica, come la stessa OMS, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) e il National Institutes of Health (NIH) , la principale istituzione federale statunitense per la ricerca biomedica. Dall’altro lato, le industrie chimiche insistono, per interessi di bottega, sulla necessità di praticare un’agricoltura intensiva per sfamare il mondo, quando invece la scienza ha ormai riconosciuto che con l’agroecologia si può produrre il cibo che necessita l’umanità senza ammalare il pianeta
Le raccomandazioni per tutti noi, in quanto consumatori, sono le stesse riportate in un precedente articolo (Dalla trincea alla tavola). Ne aggiungerei queste altre: proteggere il verde urbano, evitare per quanto possibile l’uso di disinfettanti e pesticidi domestici,  rispettare nelle nostre escursioni gli ambienti naturali e aver sempre presente che piante e animali, sono doni della natura che dobbiamo custodire religiosamente e non risorse da sfruttare.

Bibliografia
1. Gomez  M.D.  et al. Anthropogenic changes in land use and their consequences on rodent populations reservoirs of zoonotic viruses. Mastozool. neotrop. 31 (2024)
2. Gibb R. et al. Zoonotic host diversity increases in human-dominated ecosystems. Nature 584, 398 (2020)
3. Rease J.K. et al. Fostering landscape immunity to protect human health: A science-based rationale for shifting conservation policy paradigms. Conservation Letters 15: e12869 (2022)
4. Perfecto Y. et al. Looking beyond land-use and land-cover change: Zoonoses emerge in the agricultural matrix. One Earth 6, 1131 (2023)
5. Rizzoli A. et al. Understanding West Nile virus ecology in Europe: Culex pipiens host feeding preference in hotspot of virus emergence.. Parasiters & Vectors 8, 213 (2015)
6. Carpi G. et al. Prevalence and genetic variability of tickborne encephalitis virus in host seeking Ixodes ricinus in northern Italy. J. Gen. Virol. 90, 2877 (2009)
7. Quan J. et al. One Health: a holistic approach for food safety in livestock. Science in One Health, 1, 100015 (2022)
8. Nunez J. et al. Hantavirus Infections among Overnight Visitors to YosemiteNational Park, California, USA, 2012. Emerg. Infect. Dis. 20, 386 (2014)

© Riproduzione riservata. Foto: Depositphotos

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Matteo Giannattasio
Matteo Giannattasio
21 Maggio 2026 12:43

A completamento di quanto detto sul ruolo delle zecche, vale la pena ricordare che queste non trasmettono solo agenti infettivi, ma possono indurre anche un’allergia alla carne rossa (sindrome alfa gal). Scoperta solo da qualche decennio negli Stati Uniti, inEuropa sono stati descritti oltre 1.500 casi confermati, mentre in Italia i casi noti sono poche decine, con una prevalenza stimata di 1–3 casi ogni 10.000 abitanti nelle aree più esposte. La sindrome alfa gal non è correlata all’infezione virale, ma entrambe condividono lo stesso vettore e lo stesso contesto ecologico che ne favorisce la diffusione.»

gianni
gianni
22 Maggio 2026 12:48

Una nota a margine ma sicuramente in tema.
Avendo già letto e riletto il lavoro di Ivette Perfecto e c. (indicato come fonte n.4), interessantissimo sull’aspetto della immunità ambientale ma anche per alcuni ragionamenti sulla popolazione umana, vorrei sottolineare nel ragionamento un oggetto che viene passato in sordina……l’ingerenza umana visibile e invisibile, detta e non detta.
Sono sicuro che il suo articolo vuole aprire gli occhi a molti lettori in questo senso ma qualcosa mi stona, sfumature sgradite.
È una scelta precisa insieme scientifica e politica che lo stile di narrare le cose terribili che sono state e che, purtroppo, continueremo a fare alla vita naturale umama e extraumana suoni quasi piatto e neutrale, una piatta enunciazione di qualcosa che succede nelle varie circostanze quasi come fosse indipendente dalla nostra volontà…….a partire dal titolo della fonte in questione e proseguendo sempre in rima, i pericoli hanno origine dalla natura…..ecc.ecc.
Un lasciare intendere sottintesi a volonterosi.
Si ripete la storiella dello spillover come unica cosa veramente fondamentale. e le circostanze indotte come concause secondarie…….del dromedario, del pipistrello e pangolino, della civetta delle palme, degli uccelli selvatici e dei cinghiali, sottintendendo soltanto in seconda battuta sul bipede e le sue ricerche scientifiche e soprattutto le sue manovre difensive e offensive contro qualcosa di fastidioso per i nostri alti orizzonti.
Beh sì le nostre intenzioni sono sempre buone e caritatevoli ma la saggezza popolare afferma che l’inferno è lastricato di buoni propositi, Lei non crede?
Meglio non proseguire perchè si rischia molto, ma in queste narrazioni, perchè tali sono, si fa ampio sfoggio di ipotesi-tesi-statistiche-grafici di probabilità, di conoscenze reputate approfondite della materia virale…….quando non c’è una sola sicurezza di cosa sono queste particelle, le informazioni sbandierate sono ricostruzioni virtuali.
E non sappiamo nemmeno a cosa servono esattamente tutti questi frammenti di vita passata che abbiamo inglobato nel nostro stesso DNA da millenni, ma che combattiamo senza tregua da più di duecento anni con altalenanza di risultati (!!!) in maniera sempre più spregiudicata.

Matteo Giannattasio
Matteo Giannattasio
Reply to  gianni
23 Maggio 2026 08:47

La ringrazio per il suo intervento. Il mio compito è denunciare i misfatti documentati dell’uomo contro la natura e….contro se stesso: la semplificazione degli ecosistemi, la perdita di biodiversità, i modelli produttivi che aumentano il rischio epidemico.
Dobbiamo essere cauti nel dare credito a tutto ciò che circola in rete: altrimenti rischiamo di alimentare
letture complottiste che confondono fatti e ipotesi più o meno credibili. Se dovessero emergere prove verificabili di ciò che lei suggerisce sulla diffusione dei virus, sarà nostro compito analizzarle e denunciarle.

gianni
gianni
Reply to  Matteo Giannattasio
28 Maggio 2026 19:22

Ma c’è un equivoco
Un fatto deve essere dimostrato……..Un fatto richiede prove e non plebisciti o brevetti………

https://usrtk.org/ebola/foi-documents-origins-of-west-africa-ebola-virus-outbreak/
https://www.independentsciencenews.org/health/did-west-africas-ebola-outbreak-of-2014-have-a-lab-origin/
“”I campioni di sangue di pipistrello e tessuto di pipistrello sono stati raccolti da 159 individui di 13 specie di pipistrelli. Tuttavia, i risultati sono stati uniformemente negativi:
“Nessun RNA EBOV è stato rilevato in nessuno dei campioni di pipistrelli testati dalla PCR [e] i tentativi di dimostrare la presenza di anticorpi IgG contro i virus Ebola erano inconcludenti (dati non mostrati)”.Inoltre, nessun sangue o altri campioni sono mai stati prelevati da nessuno di questi casi sospetti. Quindi non esistono prove di laboratorio per nessuno di loro che abbiano avuto Ebola e quindi queste diagnosi si basano sui soli sintomi.
(Anche dai rapporti ufficiali risultano prevalentemente interventi sui sintomi…….)
Questo è molto significativo perché i sintomi di Ebola sono molto variabili. Anche quando sono gravi, si sovrappongono a molte malattie che sono comuni in Africa occidentale, tra cui malaria, colera e Febbre di Lassa. .””””””””””

Così l’indagine Leendertz non ha rilevato Ebola nei pipistrelli o altri animali nelle vicinanze di Meliandou ( residenza del paziente 0 secondo le fonti ufficiali) né hanno scoperto altre prove che un’epidemia di Ebola si fosse verificata nella regione. Non hanno nemmeno trovato prove che Emile o i suoi contatti immediati avessero infezioni da Ebola; e nemmeno c’era una chiara indicazione che Emile avesse alcun contatto con un pipistrello o l’albero ormai infame.

Facendo un passo avanti nella stessa direzione è successo ancora con il mostro del 2019, non si capisce bene chi le spara……..

gianni
gianni
22 Maggio 2026 16:18

A proposito di ebola penso sia informazione nota che i congolesi, per necessità, mangiano regolarmente i pipistrelli……..

Giulia Crepaldi
Reply to  gianni
22 Maggio 2026 16:53

Il consumo di carne di animali selvatici (la “bushmeat” di cui abbiamo parlato in alcuni articoli), compresi i pipistrelli, esiste in alcune aree dell’Africa centrale, spesso per motivi economici e di disponibilità alimentare. Però collegare automaticamente questo tema all’ebola o alla popolazione congolese in generale rischia di semplificare troppo una questione molto complessa.

Le epidemie dipendono da molti fattori: contatto con fauna selvatica, condizioni sanitarie, sistemi di sorveglianza, povertà, deforestazione ecc. Ridurre tutto a “mangiano pipistrelli” finisce più per alimentare stereotipi che per aiutare a capire il problema.

gianni
gianni
Reply to  Giulia Crepaldi
22 Maggio 2026 18:24

(EN) AZ. Fernandez, A. Tablante, F. Bartoli, S. Beguin, HC. Hemker, R. Apitz-Castro,
Expression of biological activity of draculin, the anticoagulant factor from vampire bat saliva, is strictly dependent on the appropriate glycosylation of the native molecule, in Biochim Biophys Acta, vol. 1425, n. 2, Oct 1998, pp. 291-9, DOI:10.1016/S0304-4165(98)00082-8, PMID 9795244.

Non è mia intenzione iniziare un duello e non ho certamente la capacità di analizzare ebola o indirizzare qualcuno….ma mi è balzato alla mente il parallelismo tra gli effetti di ebola e gli effetti della “draculina”….tutto qui, qualcuno ha indagato??????
Poi alle coincidenze fortuite non credo, e purtroppo so bene anche che per necessità succedono cose incredibili se viste dalla nostra isola felice.
Buon lavoro.

Giulia Crepaldi
Reply to  gianni
25 Maggio 2026 09:56

Non capisco il senso della fonte che ha citato. È uno studio biochimico su una sostanza anticoagulante presente nella saliva dei pipistrelli vampiro (Desmodus rotundus, della famiglia dei Phyllostomidae), che peraltro vivono in Sudamerica. L’ebola invece è un filovirus diffuso in alcune zone dell’Africa, che ha sì tra i possibili serbatoi alcuni pipistrelli, ma si tratta di pipistrelli della frutta (le cosiddette volpi volanti, della famiglia dei Pteropodidae).

gianni
gianni
25 Maggio 2026 19:49

La mia osservazione è proprio per sapere se nella saliva di altri pipistrelli si trova o quella sostanza o altre similari o ancora che hanno lo stesso effetto, nella vita selvatica ci sono ben pochi confini.
Volevo solo dire che le abitudini alimentari non sono così fisse o rigidamente stabilite come descritte nei libri di testo, per gli animali come per gli esseri umani.
Non è solo il pipistrello Vampiro americano ad alimentarsi su animali a sangue caldo e ci sono specie africane ( per esempio il pipistrello dalla testa a martello ) che pur essendo frugivori attaccano polli, piccoli uccelli ed altri animali….vivi.
Ma non è tutto, essendo queste terre teatro di continui e ripetuti massacri tra umani si dovrebbe sapere che tanti cadaveri rimangono insepolti, dunque, di giorno ci sono molti animali necrofagi e di notte ce ne sono altri ( da testimonianze attendibili che non leggiamo sui giornali).
Spillover andata e ritorno.
Nessuno può sapere, per quanti studiosi di animali ci siano in giro, cosa veramente succede in questi ambienti tropicali così torturati dalle forze della natura e dalla rapacità umana, e come reagiscono le creature selvatiche a tutto ciò.
Non credo sia necessario soffermarsi più di tanto sui misfatti coloniali ( e non sarebbe fuori tema), tra sfruttamento di persone, risorse ed esperimenti di ogni tipo fatti su tutto ciò che si muove……….ebola è un virus tra i più studiati ma ancora si comunica terrore, con questi bei disegnini contorti, ogni anno mentre una malattia simile, la febbre lassa, fa molte più vittime ma non colpisce altrettanto la nostra fantasia.
Se non fossimo così impegnati alla ricorsa di risorse tipo il coltan per mantenere il nostro stile di vita forse potremmo aiutarli a sconfiggere le vere malattie.
E mi prendo la libertà di sorridere leggendo articoli come quello recente sui topi pensando al rapporto che la specie murina e gli umani (alcuni umani) hanno per esempio in Sudamerica a proposito delle “terribili” notizie recenti.

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