L’impatto devastante del packaging sulle coste mondiali: uno studio su One Earth svela i veri colpevoli dell’inquinamento marino.
Per comprendere quanto grave sia la contaminazione da plastica che affligge il mondo basta adottare un punto di vista di cui non si parla spesso: quello delle coste marine, dove le onde trasportano plastiche composte da tutti i tipi di polimeri, di ogni dimensione (dalle nano e microparticelle fino ai recipienti e alle reti da pesca, passando per un’infinità di oggetti di ogni genere) e a tutte le latitudini, comprese quelle più remote. Se poi si analizza l’origine di ciò che arriva sulle spiagge, si scopre un fatto che, anch’esso, non è percepito dall’opinione pubblica come fondamentale, e che però può indicare la priorità assoluta: di gran lunga, la plastica in mare arriva dal settore alimentare. Bisogna quindi intervenire su confezionamento, trasporto e distribuzione, poiché non si tratta di usi sempre indispensabili e le alternative esistono.
Lo studio
A questa conclusione giunge uno studio pubblicato sulla rivista del gruppo Cell One Earth dai ricercatori dell’Università di Plymouth, in Gran Bretagna, che hanno attinto a una fonte specifica: i dati derivanti dalle campagne di pulizia delle coste e quelli degli studi specifici sui rifiuti in plastica costieri. Ne hanno trovati poco meno di 2.500, condotti tra il 1992 e il 2024 su 3.500 coste di 161 tra stati e territori singoli, pari a 112 nazioni nelle quali vive l’86% della popolazione mondiale. Per cercare di confrontare dati il più possibile omogenei hanno scelto le prime tre voci di contaminazione da plastica di ciascuno, fino a compilare un elenco con 35 tipi di rifiuti. Da notare che, per riuscire a effettuare dei calcoli validi, hanno dovuto escludere i frammenti, impossibili da classificare, e quanto ottenuto è quindi una sottostima.

Il risultato è stato che i rifiuti legati a cibo e bevande dominano le coste di quasi tutto il mondo, posizionandosi tra le prime tre categorie più diffuse nel 93% dei paesi; seguono i sacchetti di plastica (nei primi tre posti nel 39% dei paesi) e i mozziconi di sigaretta (nel 38%).
Più nel dettaglio, gli involucri e i packaging dei cibi si posizionano tra i primi tre rifiuti più frequenti nel 53% dei 112 paesi (e nel 45% degli studi analizzati). Subito dopo troviamo tappi e coperchi (sul podio nel 51% dei paesi), seguiti dalle bottiglie di plastica (sempre nel 51% degli stati), dai sacchetti di plastica (nel 40%), dai mozziconi di sigaretta (nel 38% delle nazioni) e, infine, dalle attrezzature da pesca e da trasporto (nel 34% degli stati).
Le coste con più plastica
Anche nei cinque paesi che presentano la maggiore quantità di dati e coste campionate dallo studio – ovvero India, Stati Uniti, Cina, Pakistan e Indonesia – i primi tre rifiuti più abbondanti per quantità sono sempre riconducibili al consumo di cibo e bevande. Esistono poi differenze geografiche, dovute sia alle correnti che alle leggi e alle consuetudini nazionali, ma il quadro complessivo non cambia: le coste sono intrise di plastica, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di residui di imballaggi alimentari.
Ogni anno l’umanità disperde nell’ambiente decine di milioni di tonnellate di plastica. Una tendenza in costante aumento, spinta paradossalmente proprio dalla transizione energetica: il calo dei consumi di petrolio come carburante sta spingendo le compagnie petrolifere a reindirizzare il greggio verso la petrolchimica, aumentando così la produzione di polimeri e imballaggi. È evidente – concludono gli autori – che la sola gestione, compreso il riciclo, non può essere la sola risposta, e che non è sufficiente. È indispensabile ridurre produzione e impiego in tutti i casi in cui è possibile farlo, relegando le plastiche a quelli per i quali non esistono alternative, e nei quali i benefici possono giustificare i danni.
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Giornalista scientifica


