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Pfas danneggiano anche il fegato: una spiegazione per l’aumento dei casi di steatosi epatica?

Sono ubiquitarie, sono considerate ‘perenni’ e distruggono i delicati equilibri ormonali dell’organismo umano. Stiamo parlando delle sostanze per e polifluoro alchiliche (Pfas), utilizzate in innumerevoli materiali come impermeabilizzanti ad acqua e grassi e presenti fino dagli anni Ottanta quasi ovunque, in grado di provocare un altro tipo di danno a carico del fegato. E forse provocano anche la steatosi epatica non alcolica, l’accumulo di grasso nel fegato la cui incidenza, negli ultimi anni, è in crescita vertiginosa in tutto il mondo, senza che si sia ancora capito perché.

La prova dei legami pericolosi tra Pfas e fegato, molto convincente per l’entità dei dati elaborati, è contenuta in una metanalisi effettuata dai ricercatori dell’Università della California di Los Angeles, appena pubblicata su Environmental Health Perspective. In essa sono stati infatti inclusi ben 111 studi, 85 dei quali ricerche su roditori e 24 indagini epidemiologiche effettuate su popolazioni umane, in prevalenza residenti negli Stati Uniti.

padella
I Pfas sono stati utilizzati per decenni per rendere i materiali impermeabili all’acqua e repellenti ai grassi

Anche se negli studi sono stati presi in considerazione numerosi Pfas, gli autori hanno preferito concentrare la loro attenzione sui tre più comuni, presenti in tutte le ricerche: l’acido perfluorottanoico (Pfoa), l’acido perfluorottansulfonico (Pfos) e l’acido perfluorononanoico (Pfna). I ricercatori hanno così visto che tutti e tre sono associati a un aumento delle principali transaminasi, le ALT, enzimi che indicano la presenza di un danno epatico quando il valore ematico sale oltre una soglia minima. Negli esseri umani, poi, sono associati anche a valori elevati degli altri due parametri classici, le transaminasi AST e le gamma GT.

Anche nei roditori la loro presenza è strettamente collegata a un innalzamento delle ALT, così come all’insorgenza di steatosi epatica non alcolica (o NAFLD, da non-alcoholic fatty liver disease). Questa condizione è meno dimostrata nelle persone, perché per avere una conferma della diagnosi è necessario effettuare una biopsia epatica, esame piuttosto invasivo e quindi non presente negli studi epidemiologici. Non ci sono motivi per pensare che l’accumulo del grasso non si determini anche nell’uomo, ma occorrono comunque prove certe prima di poterlo affermare. Se così fosse, però – spiegano gli autori – si capirebbe perché si stima che già oggi circa una persona su quattro soffra di steatosi epatica non alcolica (valore destinato a crescere a uno su tre entro pochi anni), anche se tra coloro che ne sono affetti non tutti hanno una dieta o abitudini che la giustifichino. 

I Pfas sono stati collegati all’insorgenza di danni al fegato e potrebbero essere causa di steatosi epatica non alcolica

Da tempo si cerca di capire quali possano essere le cause, e ora gli indizi a carico dei Pfas iniziano ad aumentare e sono di diverso tipo: c’è infatti un danno epatico certo, dimostrato dall’effetto sulle transaminasi, che potrebbe essere la conseguenza della malattia. Inoltre, il fatto che i Pfas siano chiari interferenti endocrini implica che disturbano gli equilibri ormonali, molti dei quali sono regolati a livello epatico. Altri studi hanno invece mostrato alterazioni del colesterolo, dei trigliceridi, dell’acido urico e di altri marcatori del metabolismo. La dis-regolazione metabolica e ormonale potrebbe spiegare l’accumulo di grasso. Inoltre, sono emerse alcune differenze legate al sesso, e anche questo conferma il coinvolgimento del fegato, organo dove sono processati gli ormoni sessuali.

Naturalmente, un ruolo di grande importanza potrebbe essere quello ricoperto dalle interazioni tra le diverse centinaia di sostanze presenti nell’organismo, cui è ormai esposta gran parte della popolazione, ma occorreranno anni prima di poter definire con certezza l’effetto delle reciproche influenze. Nel frattempo, sarebbe opportuno abbandonare del tutto l’impiego dei Pfas sperando che quelli già presenti nelle acque, nell’aria, nei terreni e in migliaia di prodotti si degradino prima del previsto.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Greenpeace, Fotolia

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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