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Troppi pesticidi per coltivare le mele trentine. Ridurre si può, ma non è facile

meleÈ conosciuta come il “frutto proibito”, è la protagonista di detti popolari che ne raccomandano il consumo per una salute di ferro, ma è anche uno dei prodotti agricoli più delicati e soggetti a parassiti e funghi. La mela, in questi ultimi decenni, è stata oggetto di studi e analisi approfonditi che hanno portato l’opinione pubblica a concentrarsi sul controverso tema della conseguenze sulla salute e sull’ambiente dell’uso di fitofarmaci. I risultati emersi hanno evidenziato la presenza di regioni italiane particolarmente sensibili alla questione. Il rapporto nazionale pesticidi nelle acque pubblicato dall’Ispra nel 2018 ha rivelato come nella Provincia di Trento la presenza di pesticidi sia molto più diffusa rispetto alla media nazionale: se la quantità di principi attivi media per ettaro di superficie agricola utilizzata è pari a 4,9 kg, quella trentina raggiunge i 9,3 kg, quasi il doppio.

Il dato risalta immediatamente agli occhi, e la ragione è che in Trentino si trova la maggiore concentrazione italiana di meleti, tanto che più del 10% delle mele del Paese è coltivata in questo territorio, in particolare nella Val di Non. Tale primato, oltre a essere conseguenza di particolari caratteristiche territoriali, è dovuto anche a un sistema basato sulla monocoltura intensiva, che prevede la coltivazione di una sola specie vegetale al fine di assicurare una produzione costante e standardizzata del genere in questione.

Se questo meccanismo – nato all’epoca del colonialismo per garantire ai colonizzatori una grande quantità di prodotti esotici non presenti nei loro Paesi – appare come il più gestibile all’interno di un’economia agroalimentare dominata dalla grande distribuzione e dalle multinazionali, presenta anche molti svantaggi. Dal punto di visto dell’equilibrio ambientale e della biodiversità, le monocolture rappresentano una vera minaccia, perché impoveriscono il suolo e favoriscono l’incidenza di avversità parassitarie. La diretta conseguenza risulta dunque essere un contingente utilizzo di fitofarmaci.

In Unione Europea l’uso di pesticidi è vincolato alle sostanze che sono state espressamente autorizzate, ma è fondamentale sottolineare che nell’ambiente spesso non si trovano come singole sostanze, bensì come miscele. L’ormai famoso effetto cocktail, denunciato anche da un accurato rapporto di Greenpeace del 2015, si basa sulla combinazione di più principi attivi ognuno dei quali, preso individualmente, rientra nelle norme in vigore. Il fatto che i controlli siano analisi mirate sulla specifica sostanza ha reso possibile parlare di “veleni a norma di legge”. Le particolari caratteristiche biochimiche delle molecole di pesticidi risultano nocive per la natura nel suo insieme.

Pesticidi
Più del 10% delle mele del Paese è coltivata in Trentino

Alcuni dei rischi maggiori si riscontrano nella persistenza nel suolo e nelle acque con conseguente danno agli ecosistemi, nel bioaccumulo nei tessuti animali, nell’insorgenza di resistenze con diretta necessità di prodotti sempre più potenti e nella tossicità a largo spettro. Tra la totalità di soggetti sensibili, nella categoria dei lavoratori agricoli si riscontrano i livelli di maggiore pericolo. In un sistema che investe sulla produzione spinta e tende ad ascoltare più i consumatori rispetto ai lavoratori, sono i contadini i soggetti più esposti al trattamento, sia nella fase di miscelatura e irrorazione sia nei giorni successivi stando per ore in un campo potenzialmente avvelenato. Durante la preparazione e la distribuzione del prodotto pesticida, l’operatore agricolo può subire un’intossicazione acuta, mentre un avvelenamento cronico è dovuto alle ripetute esposizioni a fitofarmaci nel tempo. Tali danni vengono affiancati alle numerose irritazioni, agli effetti mutageni e cancerogeni.

Ma se i possibili effetti collaterali diretti sono così elevati, perché anche le realtà piccole e familiari – come quelle presenti pure in Val di Non accanto al noto consorzio locale – non limitano l’utilizzo di fitofarmaci? Per rispondere a questa domanda è necessario considerare lo standard richiesto dagli stessi consumatori al momento dell’acquisto di un prodotto. Che si tratti di una mela o di qualsiasi altro genere di consumo, in un modello economico non consapevole o poco critico entrano in gioco fattori quali la bellezza e la quantità. Sebbene i mercati dei contadini o i punti vendita biologici siano realtà esistenti e spesso molto frequentate, le grandi catene di supermercati rimangono il luogo di maggiore rifornimento alimentare. I loro scaffali ci propongono esattamente ciò che chiediamo: una mela tonda, lucida, dai colori vividi, senza ammaccature. Le mele Melinda, per esempio, sono ormai diventate un brand di paragone per essere concorrenziali.

Il problema è lo standard richiesto dagli stessi consumatori al momento dell’acquisto di un prodotto

I contadini si trovano così ad affrontare la questione della sopravvivenza della propria attività, spesso determinata dai livelli e parametri commerciali. In quello che pare essere un sistema tenuto in scacco dall’iperproduzione nonché da emblematiche richieste di mercato, sembra necessaria una conversione generalizzata. Un primo passo è stato fatto dal Comune di Malles – un’area ad alta intensità di coltivazione di mele in Alto Adige –, dove nel 2015 è stato emanato un regolamento comunale che vieta l’utilizzo di fitofarmaci nell’intero territorio comunale. Ad oggi sono solo 70 le amministrazioni locali in Italia che rifiutano, limitano o sanzionano l’uso di pesticidi. Questo numero racconta il prezzo che scegliamo di continuare a pagare per una maggiore resa: danni alla salute delle persone, all’ambiente e difficoltà nel mantenere contesti altri rispetto alla grande produzione.

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  Francesca Faccini

Francesca Faccini

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Un commento

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    Alcuni comuni trentini e altoatesini vietano l’uso di pesticidi. Quali sono allora le mele che possiamo comprare?