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Due nuovi focolai di peste suina africana in Toscana confermano l’avanzata del virus verso l’Appennino emiliano e riaccendono l’allarme per gli allevamenti.

La peste suina africana torna a colpire gli allevamenti. Dopo il focolaio individuato ad aprile in provincia di Alessandria, nelle ultime settimane sono stati confermati due nuovi episodi in Toscana: il primo a Comano, in provincia di Massa-Carrara, e il secondo a San Marcello Piteglio, sulla montagna pistoiese. Quest’ultimo comune confina direttamente con Lizzano in Belvedere, nella Città metropolitana di Bologna, e con Fanano, in provincia di Modena. Il virus è quindi arrivato a ridosso di una delle aree più importanti per la suinicoltura italiana.

Poco più di un mese fa, su Il Fatto Alimentare, Alberto Laddomada, già capo dell’unità di salute animale della Commissione europea, aveva spiegato che tutto l’Appennino settentrionale, da Cuneo fino a Modena, doveva ormai essere considerato un territorio infetto. L’esperto aveva anche previsto la possibilità di nuovi focolai negli allevamenti durante l’estate, periodo in cui negli ultimi anni si è concentrato il maggior numero di episodi.

La peste suina corre lungo l’Appennino

La previsione si è purtroppo concretizzata. Il 26 giugno il Centro di referenza nazionale per le pesti suine ha confermato la positività di un animale morto in un allevamento commerciale di Comano, in Lunigiana. Si trattava del primo focolaio registrato in Toscana tra i suini domestici. Il Ministero della Salute ha convocato l’Unità centrale di crisi e sono state definite le zone di protezione e di sorveglianza intorno all’azienda.

Pochi giorni dopo, la malattia è comparsa in un allevamento di San Marcello Piteglio. Due dei tre maiali trovati morti sono risultati positivi e tutti gli animali presenti nell’azienda, circa cento, sono stati abbattuti. L’episodio è particolarmente significativo perché, alla fine di giugno, nello stesso comune erano già state rinvenute tre carcasse di cinghiale positive al virus.

Peste suina 20.07.2026
I due allevamenti suini in Toscana positivi al virus della peste suina africana (in blu): quello più a sinistra si trova a Comano, in provincia di Massa-Carrara, quello più in basso a destra è a San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia.

 

La sequenza dei casi conferma che la situazione non può essere considerata sotto controllo sul fronte dei cinghiali. L’infezione continua a spostarsi lungo l’Appennino e, quando raggiunge nuovi territori, aumenta inevitabilmente la pressione sugli allevamenti. La vicinanza tra cinghiali infetti e suini domestici non determina automaticamente il contagio, ma rende decisiva l’applicazione continua e rigorosa delle misure di biosicurezza. “I recenti focolai nei cinghiali e quello nell’allevamento in provincia di Pistoia sono ormai al confine con la provincia di Bologna – osserva l’esperto. – La malattia continua a diffondersi e questi episodi confermano che la situazione non è sotto controllo».

L’importanza della biosicurezza

Questo non significa che le misure adottate negli allevamenti siano state inutili. Laddomada aveva sottolineato come la biosicurezza avesse evitato finora una crisi irreversibile nella suinicoltura italiana. Aveva però aggiunto che mantenere sempre alta la guardia è difficile e che anche una singola falla può consentire l’ingresso del virus. I due focolai toscani dimostrano quanto questa barriera sia indispensabile, ma anche fragile.

Nel precedente articolo avevamo ricordato che, dall’inizio dell’epidemia, in Italia erano stati registrati 53 focolai negli allevamenti, con l’abbattimento di oltre 120 mila maiali. I due nuovi episodi toscani portano il bilancio ad almeno 55 focolai. Nel solo 2026 i casi negli allevamenti sono finora tre: Montechiaro d’Acqui, Comano e San Marcello Piteglio.

La peste suina africana non si trasmette alle persone e il consumo di carne suina non rappresenta un rischio per la salute. Le conseguenze economiche e sanitarie per la filiera sono però molto pesanti: abbattimento degli animali, blocco delle movimentazioni, istituzione di zone di restrizione e possibili limitazioni alle esportazioni.

Il problema di fondo resta quello indicato da Laddomada: in un’area vasta e impervia come l’Appennino settentrionale non è realistico pensare di eliminare tutti i cinghiali. Con il virus ormai stabilmente presente nella popolazione selvatica, la peste suina africana è destinata a rappresentare un’emergenza di lunga durata. Per gli allevamenti, la biosicurezza non può quindi essere considerata una misura temporanea, ma deve diventare una condizione permanente.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos

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