Tra tutela delle culture locali e riduzione delle emissioni: la scienza traccia la strada per una rivoluzione alimentare ed economica
Per salvare il pianeta e tutelare la salute umana è indispensabile cambiare le nostre diete a livello globale. Negli ultimi decenni, il benessere delle persone è peggiorato a causa della diffusione di cibo industriale e di scarsa qualità. Questa globalizzazione alimentare ha uniformato i consumi, spazzando via tradizioni locali millenarie e concentrando la domanda globale su pochissimi prodotti. Un meccanismo che, a sua volta, alimenta un sistema di agricoltura e allevamento intensivi ormai del tutto insostenibile.
La consapevolezza sembra essere ormai presente in ampie categorie di persone, e si traduce in progetti e ricerche che contribuiscono a indicare le direzioni verso le quali ci si deve muovere. In questo solco si inseriscono due lavori usciti a distanza di pochi giorni su Nature Medicine e su Nature, che lanciano un programma di indagine globale sulle diete cosiddette tradizionali (heritage diets) e propongono di andare verso un’alimentazione con molti più vegetali e meno proteine animali, con cambiamenti profondi.
Il salvataggio culturale
Il mondo sta perdendo un tesoro: quello racchiuso nelle migliaia di culture alimentari locali, ognuna delle quali si è andata plasmando nei secoli in base a ciò che era disponibile in una certa area, attraverso la sapienza dei popoli autoctoni, che si sono ingegnati per sopravvivere in modo (inconsapevolmente) sostenibile. Per esempio, i Maasai dell’Africa orientale facevano affidamento soprattutto su alimenti animali quali la carne, il latte e il sangue, mentre in Etiopia l’alimentazione è sempre stata a prevalenza vegetale, con alimenti spesso fermentati a base di legumi, grani e ortaggi; in India tutto da secoli è condito con spezie, mentre nel Pacifico la dieta è imperniata sul pesce, il cocco e il taro.
Non tutto ciò che appartiene a quelle culture è da salvare, perché in alcuni casi le diete erano fortemente sbilanciate, oppure contenevano alimenti che oggi sappiamo non essere positivi per gli esseri umani, ma di sicuro è importante preservare la conoscenza di tutte le culture, e approfondire gli effetti di alimenti specifici sull’organismo.

Con questo scopo ricercatori di 12 paesi hanno lanciato la World Diet Initiative, articolata in due filoni: la descrizione delle abitudini alimentari dei diversi popoli e lo studio degli effetti di queste sul corpo umano (per esempio sull’infiammazione, o sui grassi del sangue).
Diete in Italia, Grecia e Spagna
Nel primo caso il World Diet Atlas, che già ospita, per l’Europa, dati italiani, greci e spagnoli, conterrà il maggior numero possibile di descrizioni dettagliate degli alimenti delle diverse popolazioni, con particolari sulle modalità di reperimento del cibo, di preparazione e di consumo dello stesso. Sono già presenti informazioni sul Giappone, sul Perù, sul Burkina Faso, sulla Tanzania e su altre aree limitrofe a queste.
Il World Diet Project ha invece lo scopo di studiare le interazioni tra le pietanze e l’organismo a livello cellulare e molecolare, effettuando anche confronti tra lo stato di salute e la dieta delle diverse popolazioni.
Ogni team di ricerca lavorerà in modo autonomo, seguendo le indicazioni e poi inserendo i dati nelle due piattaforme, in modo che siano subito disponibili per gli altri ricercatori. Studi di questo tipo sono stati effettuati per esempio sui maschi Maasai che sono passati da un’alimentazione tradizionale a una occidentale, e hanno mostrato un peggioramento degli indici infiammatori e predittivi di malattie croniche in sole due settimane. Viceversa, coloro che continuavano a bere bevande fermentate come il latte di banana o quello di miglio, o che hanno cambiato alimentazione ma non hanno adottato quella occidentale, in loro gli effetti sono stati molto inferiori.
Non si tratta – hanno commentato gli autori – di un semplice ritorno al passato come a un mondo ideale dove tutto era perfetto, ma di un approccio che ha lo scopo di studiare a fondo i pattern alimentari per identificare quelli migliori da diversi punti di vista, valorizzando anche alimenti dimenticati, ma che potrebbero rivelarsi fondamentali in un mondo sempre più caldo e sempre più impoverito rispetto alle rese delle colture tradizionali.

Razionalizzare il cibo
Il secondo lavoro, frutto delle analisi di esperti della London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM) e della Cornell University di New York, e basato sulle indicazioni del rapporto della commissione Eat di Lancet del 2025, parte invece dai numeri: se si seguissero le linee guida, si dimezzasse lo spreco e si migliorassero i sistemi agricoli lo sfruttamento dei terreni potrebbe diminuire del 6% entro il 2050, con un calo della produzione zootecnica del 42% (pari a 630 miliardi di dollari) rispetto al 2020. Se si mantenessero le produzioni attuali, sarebbe indispensabile intensificare ulteriormente, con tutto ciò che questo comporta, e anche dal punto di vista economico sarebbe un pessimo affare.
Nello specifico, la produzione di ruminanti (bovini, ovini e caprini da carne) diminuirebbe del 70% (per 274 miliardi), con 400 milioni di capi in meno, ovvero un sollievo per tutto il pianeta. Specularmente, la produzione di frutta e verdura di vario tipo aumenterebbe del 57%, per 890 miliardi di dollari di guadagno in più, che andrebbe quindi non solo a compensare, ma a sopravanzare le perdite associate alla zootecnia.
In Europa, la produzione agricola calerebbe del 35%, quella di vegetali dell’8% e quella zootecnica del 66%. In India, invece, la crescita complessiva sarebbe del 46%, la produzione agricola balzerebbe del 65%, mentre quella zootecnica diminuirebbe dell’8%. Ancora diverso è lo scenario degli Stati Uniti: lì si avrebbe un decremento complessivo del 21%, ma un incremento della produzione agricola del 20%, e un crollo di quella zootecnica del 73%.
Tra l’altro, secondo la Commissione di Lancet, se si seguissero le indicazioni si eviterebbero 15 milioni di decessi all’anno direttamente riconducibili a una cattiva alimentazione e si risparmierebbero tra i dieci e i venti trilioni di dollari all’anno in costi sanitari.
Le emissioni
Nello studio attuale c’è poi una valutazione sulla CO2: le emissioni nette, associate alla produzione agricola, potrebbero ridursi dell’85%, e quelle degli altri gas serra di un terzo.
Nel commentare le stime, gli autori sottolineano che cambiamenti come quelli ipotizzati costituirebbero un’autentica rivoluzione e potrebbero mettere a rischio milioni di posti di lavoro, ma anche che il sistema attuale garantisce solo le grandi aziende, mentre i lavoratori non sono affatto tutelati, e oltretutto la loro salute è a rischio. Per questo auspicano che i governi facciano scelte coraggiose, nell’interesse della salute e del pianeta, richiamando i produttori a una nuova assunzione di responsabilità, per quanto impopolare, che salvaguardi le fasce di popolazione più esposta come gli agricoltori e che assicuri una produzione più sostenibile di cibo migliore.
La direzione è dunque chiara, e dovrebbe tenere presenti anche le culture alimentari ereditarie.
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Giornalista scientifica


