ESCLUSIVO: Un’inchiesta internazionale coordinata da Lighthouse Reports, a cui partecipa anche Il Fatto Alimentare, ricostruisce le strategie legali delle multinazionali del cibo, tra cui Ferrero, Coca-Cola, PepsiCo, Mondelēz, Danone
È ormai ampiamente riconosciuto che i giganti dell’economia globalizzata contribuiscono all’aumento di patologie definite anche “epidemie del neoliberismo”. La loro azione si manifesta attraverso i danni prodotti sull’ambiente e sugli ecosistemi, le disuguaglianze sanitarie che alimentano e la progressiva trasformazione della salute in una merce sempre più difficile da raggiungere.
A questo si aggiunge la vendita di prodotti che favoriscono direttamente disturbi e malattie. Quattro settori industriali – tabacco, alimenti ultra processati (Ultra Processed Food, UPF), alcol ed energie fossili – sono responsabili, da soli, di almeno un terzo di tutti i decessi. Le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) restituiscono la dimensione del problema e il suo enorme costo umano. È in questo campo minato, quello dei cosiddetti “determinanti commerciali della salute”, che si addentra l’inchiesta del network di giornalismo investigativo Lighthouse Reports, dedicata alle grandi aziende globali del settore alimentare, la cosiddetta Big Food.
L’indagine giornalistica è stata condotta in sinergia con diversi media partners di tutto il mondo – Follow the Money (Paesi Bassi), The Guardian (Regno Unito), Agência Pública (Brasile), Cuestión Pública (Colombia), L’Espresso (Italia), O Joio e O Trigo (Brasile), Quinto Elemento Lab (Messico) e The Wire (India) – e fra questi anche Il Fatto Alimentare. Si tratta di un importante lavoro di ricerca condotto in sei Paesi – Brasile, Colombia, Messico, Stati Uniti, Regno Unito e India – per puntare la luce e smascherare la strategia che le multinazionali del settore alimentare adottano per difendere i profitti, e le rispettive posizioni dominanti sul mercato. Il Fatto Alimentare ha raccontato molte volte questa storia, eppure non finisce mai di sorprendere.
Big Food contro la salute pubblica
Forte di numeri, nomi e documenti pubblici, l’inchiesta svela che dal 2010 al 2025 i colossi del cibo hanno intentato 239 azioni legali contro i governi per bloccare l’introduzione di regolamentazioni, ovvero per ritardare o neutralizzare la messa in opera di norme a tutela della salute pubblica nei sei Paesi campione. Il 68% dei casi riguarda le misure di etichettatura del cibo – il vero stratagemma per educare le persone ad una dieta più attenta e sicura.
I contenziosi estenuanti cui le imprese sottopongono le autorità pubbliche in vena di regolamentazione rappresentano tempi e risorse cospicue nelle aule dei tribunali, in una battaglia spesso impari tra Stato e potentati economico-finanziari. Lighthouse Reports ha stimato un monte di 595 anni trascorsi nei contenziosi nel lasso temporale dell’inchiesta. Del resto, le imprese hanno obiettivi politici chiari e miliardi allocati in bilancio per queste attività supportate da fior di consulenti e studi legali. Dei 188 contenziosi esaminati, in cui i ricorrenti sono aziende private, oltre un terzo (il 38%) sono ascrivibili a nove imprese.

In cima alla classifica si colloca Coca-Cola con 24 azioni legali dirette, seguita al PepsiCo (con 17), il colosso dello snacking Mondelēz (8 casi), Kellogg’s e Danone (5 casi ciascuna). Seguono a pari merito la Ferrero, il gruppo messicano specializzato in energia ed alimenti Xignux e Heartland Food Products Group, con 4 contenziosi rispettivamente. In fondo alla lista troviamo Mars Inc., con due azioni singole. Mars compare anche come “casa madre” in altre cinque azioni legali avviate in passato da Kellogg’s UK, che da Mars è stata definitivamente acquisita alla fine del 2025.
Dietro la facciata rassicurante
A navigare sui siti di questi colossi si ha l’impressione di vivere in un mondo rassicurante. La legittimazione della responsabilità sociale d’impresa (RSI), che in nome del mercato predilige la via del regime volontario delle imprese a discapito della capacità regolatoria dei governi, asseconda narrazioni di impegno sul fronte della due diligence, dell’attività fisica e lo sport per i bambini, persino della tutela dell’ambiente tramite produzioni altamente sostenibili.
Sì, le aziende lo rivendicano: vogliono essere parte nella soluzione del problema. Ma si tratta di un’illusione ottica, di una favola veicolata attraverso la costruzione di un immaginario pubblicitario quasi irresistibile. Se però un governo o una qualunque autorità pubblica si azzarda a imporre etichettature a semaforo sulla validazione nutrizionale dei loro prodotti – un mix trinitario di zuccheri sale e grassi – oppure a introdurre forme di tassazione, la loro reazione pavloviana è la notifica di un’azione temeraria o un ricorso in sede giudiziaria.
Lo schema è quello inaugurato decenni fa dall’industria del tabacco, un caso di scuola che si ripropone continuamente, sotto nuove sembianze, per dribblare gli strumenti vincolanti adottati venticinque anni fa dalla comunità internazionale – mi riferisco alla Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco dell’Oms.

Accanto alle azioni legali intimidatorie c’è il ghost-writing industriale con produzione di articoli, presuntamente scientifici, la sapiente tessitura di azioni di lobby politica, un’attenta articolazione di finanziamenti che tatticamente catturano individui, istituzioni pubbliche, testate giornalistiche, università, le stesse entità della società civile. L’inchiesta su Big Food dettaglia bene, nella mole dei dati e dei riferimenti, le capacità tentacolari di questo sistema intrinsecamente patologico.
La lotta di Big Food in Messico
Un elemento di particolare interesse riguarda il Messico, il destinatario dell’80% dei casi legali presi in esame (193 su 239). Il dato non è sorprendente. Da diversi anni il Messico ha avviato azioni concrete per affrontare la sfida delle malattie croniche che rappresentano uno sproporzionato carico sanitario e finanziario per il sistema sanitario nazionale. Come riportato lo scorso anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dalla Ministra della Salute Mercedes Juan, le statistiche nazionali rilevano che circa il 70% della popolazione adulta, e il 30% dei bambini, risulta obesa o sovrappeso, mentre il 9,2% della popolazione generale soffre di diabete.
Oltre a una consolidata politica di diete sane e sostenibili nelle scuole, la prevenzione e il controllo di queste patologie passano da misure regolatorie e di natura fiscale, sempre in bilico a causa dell’interferenza delle imprese. In Messico l’industria ha letteralmente colonizzato la partecipazione ai tavoli tecnici sulle iniziative normative del governo – 106 accreditamenti contro i 13 concessi alle organizzazioni della società civile – e poi intasato i tribunali per procrastinare al massimo la applicazione della norma sulle etichette semaforo da apporre alle confezioni dei prodotti, i cui decreti attuativi peraltro non sono ancora usciti. La tassa sul cibo ultra processato rimane al 7%, malgrado la raccomandazione del 20% proposta dall’Oms.
Un caso paradigmatico
“Il Messico è l’esempio paradigmatico in America Latina di come sia possibile per uno Stato dare priorità alla salute pubblica rispetto agli interessi del business: Questa postura mette qualunque governo in rotta di collisione con l’offensiva legale da parte dell’industria”, commenta Cecilia Elizondo, esperta dell’High Level Panel on Food Security and Nutrition (HLPE-FSN) della FAO. E aggiunge: “dalle oltre 30 ingiunzioni di Monsanto (ora Bayer) contro il Decreto Presidenziale del 2020 volto alla graduale uscita dall’uso del glifosato e del mais geneticamente modificato fino alle più recenti azioni della Coca-Cola contro la Legge Generale sul Cibo Adeguato e Sostenibile dell’aprile 2024, il Messico ha ormai accumulato l’evidenza più cogente del costo che i Paesi sono costretti a pagare quando osano legiferare a favore della vita”.

Il ruolo di Ferrero in Messico e UK
Ferrero risulta direttamente o indirettamente coinvolta nelle vicende legali intese a neutralizzare le regolamentazioni messicane sul cibo sano e sostenibile. Il colosso dolciario è protagonista di tre azioni giudiziarie. Gli investimenti e gli interessi della multinazionale in America Latina sono cospicui. Ferrero è saldamente presente nelle quattro associazioni industriali brasiliane che hanno fatto causa all’agenzia pubblica di regolamentazione sanitaria ANVISA per osteggiare la delibera Rdc24, cioè la norma che da quasi due decenni punta a limitare, con esiti spesso incerti, la pubblicità del cibo spazzatura ai bambini – una norma che ha fatto scuola, introdotta anche dal ministero della salute in Cile una decina di anni fa.
Ferrero è coinvolta nel ricorso di WK Kellogg Co. – l’azienda americana dei famosi cornflakes – nel Regno Unito dopo l’acquisizione dell’iconico marchio nel luglio 2025. La multinazionale di Alba e la sua controllata Eat Natural hanno inviato al Ministero della Salute inglese lettere di diffida preventiva (pre-action letters), minacciando iniziative legali se le norme restrittive sui prodotti ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi non fossero state emendate. Un ex rappresentante del sistema sanitario inglese, in via confidenziale, ha raccontato che “il caso WK Kellogg Co. ha richiesto uno sforzo gigantesco da parte del governo inglese. La maggior parte dei Paesi non ha proprio le risorse per opporre resistenza. Quando cito il caso all’estero, ne restano terrorizzati”.
La posizione di Ferrero
Interpellata da Lighthouse Reports in merito all’inchiesta giornalistica, l’azienda ha risposto una settimana fa dicendo che “Ferrero sostiene gli obiettivi di salute pubblica volti a ridurre l’obesità e le malattie correlate all’alimentazione e condivide le rilevanti raccomandazioni formulate dalle autorità sanitarie internazionali, incluse quelle sul consumo dello zucchero. Sosteniamo etichettature nutrizionali fondate sull’evidenza scientifica e non discriminatorie. Assicuriamo ai consumatori informazioni nutrizionali chiare e molti dei nostri prodotti sono offerti in piccole porzioni individuali, con circa il 91% dei nostri volumi di mercato contenenti meno di 150 calorie per confezione. Laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, questo ha riguardato i criteri di chiarezza sulla attuazione delle politiche – ad esempio le incongruenze con cui prodotti comparabili sono trattati in base alla stessa norma – piuttosto che per opposizione agli obiettivi di salute pubblica”.
La situazione in Italia
La situazione in Italia non è rosea. Secondo i dati ISTAT 2025, 6 milioni di adulti sono obesi in Italia, un minore su quattro tra i 3 e 17 anni (26%) è in eccesso di peso, con un picco del 32,3% tra i bambini di 3-10 anni. L’epidemia segna un crinale profondo di disuguaglianza sanitaria, nel senso che le condizioni socioeconomiche e culturali delle famiglie contano moltissimo, quasi a voler segnare un destino antropologico per le fasce di popolazione meno informate, dunque più esposte.

In Francia, il metodo Nutri-Score è uno strumento di scelta acquisito per il 68% della popolazione, mentre 79 organizzazioni e 56.000 cittadini chiedono una legge per renderlo obbligatorio, come sostiene anche il sistema pubblico di assicurazione sanitaria (Assurance Maladie). All’interno dell’Unione Europea, 14 stati membri applicano la sugar tax sulle bevande e il Regno Unito prova a ridurre l’esposizione dei minori al marketing del junk food.
In Italia, la regolamentazione sulla pubblicità del cibo ultra processato per grandi e piccini semplicemente non esiste, le misure di tassazione sulle bevande zuccherate slittano da sempre alle calende greche e anzi, con la riforma sulla Buona Scuola del governo Renzi abbiamo permesso a Big Food, attraverso le loro fondazioni, di finanziare le attività dentro le scuole, un unicum che lasciò di stucco Hilal Elver, la relatrice speciale dell’ONU per il diritto al cibo, nella missione da lei condotta in Italia nel 2020.
Un governo al fianco di Big Food
Con il governo Meloni, appiattito sulle imprese come se non ci fosse un domani, l’Italia nelle sedi multilaterali è non solo la paladina di ogni azione contro i determinanti commerciali della salute, ma mette i bastoni fra le ruote a ogni possibilità di consenso europeo sulla lotta alle malattie croniche in seno all’Oms, come è avvenuto quest’anno, nell’incredulità dei delegati europei: “l’Italia odia i determinanti commerciali della salute”, mi ha dichiarato confidenzialmente un funzionario lo scorso maggio a Ginevra.
Questa deregolamentazione assoluta nel Paese della casa madre ha rafforzato Ferrero nella capacità di estendere il proprio raggio di azione in Europa – dove insieme a Coldiretti ha ostinatamente bloccato l’introduzione di un sistema Nutri-Score europeo. L’inchiesta di Lighthouse Reports informa che Big Food ha perso l’82% delle cause intentate nei sei Paesi presi in esame, ma il dato non deve indurre a cantar facile vittoria.
Malgrado la crescente consapevolezza della comunità scientifica sui determinanti commerciali della salute e le indicazioni ai governi da parte delle Nazioni Unite, la potenza economica e finanziaria delle multinazionali del cibo non dà scampo. Le prime otto aziende del settore alimentare – tra cui Nestlé, Coca-Cola, Pepsi-Co, Unilever, Danone, Mars e la nostra Ferrero – controllano da sole il 42% del comparto finanziario di settore, che si stima in ragione di 1.500 miliardi di dollari. Questa concentrazione oligopolistica permette di fare qualunque cosa, investendo capitali enormi in marketing e azioni di ogni tipo, contro gli interessi e la salute della popolazione mondiale. Una questione di potere, appunto.
Nicoletta Dentico, direttrice del programma di salute globale, Society for International Development (SID)
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