Un’inchiesta rivela che gli algoritmi di YouTube raccomandano ancora video con diete estreme e comunque critici per i minori. Perché i divieti e le leggi non funzionano?
I social media, e in particolare YouTube (proprietà di Google), continuano a diffondere video che spingono gli adolescenti verso comportamenti alimentari disfunzionali, amplificando il rischio che sviluppino un vero e proprio disturbo come l’anoressia. Nonostante gli impegni presi dalle aziende, sembra che non si riescano a ottenere concreti passi in avanti, anche se il caso australiano dimostra che persino i divieti governativi più severi faticano a sortire gli effetti sperati.
L’allarme sui rischi di disturbo del comportamento alimentare (DCA) e video di YouTube arriva da un’inchiesta effettuata da un’associazione britannica contro l’odio on line, il Centre for Countering Digital Hate (CCDH) ripresa dal sito della BBC, che ha adottato una strategia di ricerca finalizzata a individuare i video a rischio come se a cercarli fosse una ragazza di 13 anni.
Il contesto
In Gran Bretagna l’Online Safety Act è stato approvato a ottobre del 2023, avviando un percorso di implementazione progressiva che ha visto il regime di tutela dei minori entrare pienamente in vigore nell’estate del 2025. Questa legge demanda alle piattaforme il compito di proteggere i minori di 18 anni, attribuendo loro l’obbligo legale di evitare video che promuovano argomenti quali il suicidio, l’autolesionismo e, appunto, i comportamenti alimentari scorretti ed estremi. I siti sono tenuti a valutare in che modo lavorano i propri algoritmi, se ciò che essi fanno possa costituire un pericolo per i ragazzi e, in caso sia così, ad adottare contromisure efficaci. In caso di mancato adempimento, le aziende possono essere sanzionate con multe che arrivano al 10% del fatturato, ovvero anche a svariati miliardi di euro, nel caso di colossi come Google.
Nelle ultime settimane, poi, il governo di Keir Starmer, dimissionario, ha annunciato l’intenzione di seguire paesi come l’Australia, introducendo il divieto di accesso ai social prima dei 16 anni, a partire dal 2027. Più di recente è comparsa anche una proposta diversa, e cioè quella di stabilire una sorta di coprifuoco tra mezzanotte e le sei del mattino, grazie alla quale ci sarebbe una sorta di blackout per i ragazzi di 16-17 anni. Un provvedimento che appare irrealizzabile, perché facilmente aggirabile con semplici modifiche delle impostazioni del cellulare.

Il test
Tenendo conto della legge già in vigore, i ricercatori del CCDH hanno creato un nuovo account fingendosi un’adolescente britannica di 13 anni, impostandolo in modo da visualizzare per la prima volta contenuti a rischio relativi a diete e all’immagine corporea.
Il risultato è stato che un video su dieci tra quelli scelti dall’algoritmo di YouTube NextUp presentava contenuti come restrizioni caloriche estreme nella sessione chiamata “thinspiration”, cioè una fusione tra Thin, sottile, e Inspiration, ispirazione, che costituiva una chiara sollecitazione a seguire quei modelli.
La percentuale rappresenta un miglioramento rispetto a un’indagine analoga condotta sempre dal CCDH prima dell’entrata in vigore della legge, nel 2024: in quel momento i video pessimi erano uno su quattro. La legge dunque sembra avere un qualche effetto, ma anche non essere sufficiente. Che sia così lo ha confermato il passaggio successivo: quello dei “suggerimenti” di YouTube proposti dopo la visione dei primi video.
Analizzando i primi cento segnalati dalla piattaforma, la percentuale è rimasta la stessa: in un caso si dieci si trattava di video che non sarebbero mai dovuti andare online, secondo le norme britanniche e secondo le policy dichiarate dai gestori. Per esempio, c’erano video con ragazze di una magrezza estrema, altri che suggerivano diete da sole 170 calorie giornaliere, un video che prometteva di far perdere peso in modo subliminale, con un’azione sull’inconscio, rimandando a un fantomatico documento che prometteva il corpo più scheletrico, minuto ed emaciato di sempre, e così via.
Un problema internazionale
Per confronto, gli autori hanno condotto test analoghi fingendosi ragazzi europei e statunitensi, ottenendo risultati del tutto sovrapponibili: il malcostume è internazionale, e si diffonde a prescindere dai divieti.
Google ha dichiarato di aver eliminato i video segnalati, ma non ha saputo spiegare un altro fatto negativo scoperto: nessuno di essi recava il pannello blu che dovrebbe avvisare della pericolosità del contenuto mostrato, mentre altri sugli stessi argomenti, giudicati non nocivi dal CCDH, lo esibivano. Inoltre l’azienda ha ricordato che collabora con esperti del Servizio Sanitario Nazionale e di associazioni che promuovono la salute mentale come Mind e The Mix, che dovrebbero comparire con video dedicati quando un adolescente cerca contenuti a rischio.
Tuttavia, non sembra che l’impegno sia sufficiente, considerato anche che l’88% dei ragazzi tra i 3 e i 17 anni, secondo i dati ufficiali, utilizza YouTube. La controprova è data da un’altra no profit del settore DCA, Beat, secondo la quale il 90% di chi si rivolge a un centro di cura per un DCA dichiara di essersi imbattuto in video dannosi.
Il caso australiano
In tutto il mondo ci si interroga su che cosa fare per arginare le piattaforme social soprattutto rispetto ai minorenni, e anche l’Unione Europea si sta muovendo nella direzione di limiti all’accesso dei minorenni. L’Australia è stato uno dei primi paesi a introdurre un divieto attraverso il Social Media Minimum Age Act, nel 2024, entrata in vigore nello scorso mese di dicembre, e ora uno studio pubblicato sul British Medical Journal mostra che, in base a quanto si può capire oggi, quella legge non sta funzionando come ci si aspettava.
Analizzando il comportamento di circa 400 adolescenti prima e dopo il divieto si è visto che l’85% di loro continuava a usare le piattaforme, anche se al 66% era stata effettivamente effettuata una verifica dell’età, soprattutto chiedendo un’autocertificazione (29-34%) o il caricamento di una foto (13-27%). Nel 15-19% dei casi ci sono stati tentativi di aggirare le restrizioni per esempio con account falsi (15-19%) o tramite la navigazione in modalità privata (6-11%).
Tra prima e dopo l’introduzione dei controlli, l’uso è rimasto stabile tra i 12 e i 13 anni, è diminuito leggermente tra quelli di 14-15 anni (passando dal 78 al 69%) ed è aumentato tra quelli con più di 16 anni (passando dall’80 all’89%), non più compresi nel divieto. Il tempo trascorso on line ha seguito lo stesso percorso: stabile tra i più piccoli e dopo i 16 anni, e in calo tra i quindicenni. I numeri non mentono: non c’è stata, almeno finora, discontinuità nell’impiego dei social tra i ragazzi con meno di 16 anni a causa della legge.
Secondo molti esperti i divieti sono armi spuntate, e l’unico intervento efficace è quello educativo.
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Giornalista scientifica


