Piantina che cresce tra le crepe nella terra secca per la siccità; concept: cambiamento climatico

Mentre diminuisce l’attenzione dei media verso il cambiamento climatico, FAO e altre istituzioni internazionali lanciano nuovi allarmi sugli effetti del riscaldamento globale sull’agricoltura.

Il 2 giugno l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha avvertito che a causa di El Niño sta aumentando il rischio di condizioni meteorologiche estreme in tutto il mondo. El Niño è uno dei fenomeni climatici naturali più influenti delle Terra: è caratterizzato da temperature della superficie del mare insolitamente calde nella zona centrale e orientale dell’Oceano Pacifico equatoriale che alterano i modelli di circolazione atmosferica e influenzano il meteo e il clima in tutto il mondo. Durante El Niño, l’Oceano Pacifico rilascia infatti grandi quantità di calore aggiuntivo nell’atmosfera, contribuendo ad alterare le temperature globali e i modelli di precipitazione.

Un silenzio assordante sul cambiamento climatico

Dal 1951, anno in cui sono cominciate le rilevazioni meteorologiche, sono stati documentati 22 eventi El Niño, il più recente dei quali è avvenuto tra il 2023 e il 2024. Quest’ultimo anno è passato alla storia come l’anno più caldo registrato a livello globale. Con il passare del tempo, questo fenomeno si presenta in un contesto sempre più compromesso dal cambiamento climatico: gli eventi meteorologici estremi sono oramai diventati pericolosamente frequenti. Non c’è continente dove non si sono verificati ondate di calore, periodi di siccità, inondazioni e tempeste violente, un dato che evidenzia come il clima si sta modificando in tutto il mondo.

Eppure, nonostante una situazione di allerta generale, sembrerebbe che la crisi climatica sia un argomento sempre meno discusso dai media. L’Osservatorio sui Media e il Cambiamento Climatico (MeCCO) dell’Università del Colorado a Boulder ha, infatti, riferito che nel 2025 la copertura mediatica globale relativa al clima è diminuita del 14% rispetto al 2024 ed è risultata inferiore al 38% rispetto al 2021.

L’opinione della FAO

Mentre la tendenza è quella di silenziare la questione climatica, giunge l’allarme dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione. Gli esperti della FAO hanno individuato le aree in cui la siccità legata a El Niño potrebbe avere maggiori impatti su colture e pascoli. I rischi più elevati si concentrerebbero nel Sahel, in tutta l’Africa meridionale, nell’Asia meridionale e sud-orientale, nel Corridoio Secco dell’America Centrale e nei Caraibi. In questi luoghi alcune zone agricole presentano una probabilità superiore al 50% di essere colpite da siccità nei prossimi mesi. La FAO prevede inoltre che oltre l’80% degli effetti della siccità sull’agricoltura colpirà i Paesi a basso e medio reddito.

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La FAO prevede che oltre l’80% degli effetti della siccità sull’agricoltura colpirà i Paesi a basso e medio reddito.

Il Regno Unito sta cambiando

Ma anche nazioni che nell’immaginario comune non sono caratterizzati dal sole dovranno affrontare importanti cambiamenti climatici. Pensiamo in questo caso al Regno Unito dove, secondo il Comitato sui Cambiamenti Climatici, dovrà essere installata l’aria condizionata in tutte le case di cura e negli ospedali entro i prossimi dieci anni e in tutte le scuole entro 25 anni. Il Regno Unito dovrà prepararsi a un riscaldamento globale di 2°C entro il 2050, poiché i tentativi di limitare le temperature a 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali come previsto dall’Accordo di Parigi sembrano destinati a fallire. È probabile che entro il 2050 le ondate di calore supereranno i 40°C in tutte le regioni del Regno Unito, previsione che si sta già avverando visto che lo scorso giugno è stata registrata la temperatura più elevata per quel mese da quando si compiono rilevazioni, con il termometro che ha segnato 35,7°C.

Tra gli effetti causati dal cambiamento climatico si annovera l’aumento del rischio inondazioni poiché il livello del mare aumenterà da 20 a 40 cm; una maggiore frequenza di periodi di siccità; un rischio concreto per la produzione alimentare nazionale. Per il Comitato sui Cambiamenti Climatici sarà importante che il governo adotti specifiche misure per garantire che almeno il 60% del cibo del Regno Unito continui a essere prodotto nel Paese. Ciò che si prospetta è anche un aumento dei costi dei prodotti a causa di una contrazione delle rese dei raccolti.

Il cambiamento climatico in Italia

Nel Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici del 2023 si legge: “L’agricoltura italiana, come quella di tutti i Paesi dell’area mediterranea, è una delle più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici a livello europeo. […] Nonostante l’adattamento al clima sia una caratteristica intrinseca del settore primario, la portata, l’incertezza e la velocità dei cambiamenti climatici in atto e attesi, rendono necessario un aumento della sua capacità adattiva, per ridurre gli impatti, ma anche per cogliere le opportunità offerte”. Al netto di questo monito, è evidente l’oggettiva difficoltà di adeguamento laddove gli eventi climatici tendono a presentarsi con sempre maggiore violenza.

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Dal 2015 al settembre 2024 l’Italia ha registrato 146 eventi meteo estremi che hanno causato danni all’agricoltura

Come si legge nel rapporto Città Clima. Speciale agricoltura (2024) di Legambiente, dal 2015 al settembre 2024 in Italia sono stati registrati 146 eventi meteo estremi che hanno causato danni all’agricoltura. Tra i fenomeni principali si contano: danni da grandinata, da siccità prolungata, da raffiche di vento e trombe d’aria, da piogge intense e da esondazioni fluviali. Tra le regioni più colpite ci sono il Piemonte, l’Emilia-Romagna, la Puglia, la Sicilia, il Veneto e la Sardegna. Non è dunque sbagliato affermare che anche in Italia il cambiamento climatico, oltre ad avere un forte impatto sulla sicurezza idrica, sta riducendo la sicurezza alimentare.

La perdita della superficie agricola

Il quadro è però reso ancora più critico dalla perdita di terre. Secondo i dati ISTAT la superficie agricola utilizzata è pari a 12,5 milioni di ettari, coltivati da 1,1 milioni di aziende agricole, rispetto ai 17,5 milioni del 1970, su cui lavoravano 3,6 milioni di aziende agricole. Quello a cui si assiste è una tendenza alla contrazione delle superfici agricole e alla crescita delle dimensioni aziendali. Se da una parte si abbandonano le cosiddette terre marginali, soprattutto nelle aree interne della collina e montagna, dall’altra si assiste al consumo di suolo dettato dalla crescita di insediamenti urbani e dallo sviluppo di infrastrutture. Secondo l’ISPRA, 2,2 milioni di ettari risultano impermeabilizzati, un numero a cui vanno aggiunte le zone che vengono dismesse dalla preesistente attività agricola.

Quello che si paventa davanti ai nostri occhi è dunque un futuro – ma forse già un presente – complesso caratterizzato da un clima che rischia di mettere realmente in difficoltà l’agricoltura e, di conseguenza, la nostra capacità di accedere con facilità ai frutti della terra.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Fotolia

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