Due cinghiali; concept: peste suina africana

Il virus corre lungo tutto l’Appennino e il report EFSA svela il paradosso: la peste suina africana non viaggia nell’aria, siamo noi a spostarla. L’esperto avverte: “Spostare gli animali o cacciarli alla cieca sparge solo il contagio.”

Il virus della Peste Suina Africana (PSA) non rallenta. L’ultimo rapporto epidemiologico dell’EFSA fotografa una forte recrudescenza nel biennio 2024-2025 in tutta Europa, con 14 Paesi coinvolti e la recente, preoccupante comparsa in Spagna, dove la PSA era stata eradicata circa 30 anni fa. In Italia, la situazione è critica: il ‘fronte’ del virus si è ormai esteso tra i cinghiali dal Piemonte fino all’Emilia, lasciando dietro di sé una scia di focolai nei suini domestici, con conseguenti abbattimenti, che mette in grandi difficoltà la filiera.

Tra i passaggi più significativi, il report EFSA evidenzia un paradosso epidemiologico: il virus della PSA ha in realtà una contagiosità relativamente bassa diretta tra animali vivi, ma una resistenza ambientale straordinaria. Ciò significa che la trasmissione a lunga distanza non avviene per contatto diretto da animale ad animale, ma è quasi sempre provocata dall’azione umana o dallo spostamento forzato degli animali, che trasportano meccanicamente il virus in territori vergini.

Il bollettino dei casi di peste suina

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Piemonte e Valle d’Aosta (IZSPLV), solo nell’ultima settimana sono state rinvenute 12 nuove carcasse di cinghiali selvatici. Il bilancio dall’inizio dell’epidemia (gennaio 2022) è impressionante: 2.145 casi totali tra Piemonte (816) e Liguria (1.329). I Comuni coinvolti nella zona di restrizione in queste due sole regioni sono 201, le carcasse ritrovate su tutto il territorio nazionale sono 3.908.

L’impatto sugli allevamenti

Se tra i cinghiali il virus è ormai endemico, negli allevamenti la situazione è drammatica. In Italia negli ultimi anni sono stati registrati 53 focolai che hanno colpito migliaia di suini. A causa delle rigide norme sanitarie europee, la scoperta di questi focolai ha portato in Italia all’abbattimento di oltre 120mila maiali. Nel 2026, si è verificato un focolaio in un allevamento in provincia di Alessandria, e si teme che altri se ne possano verificare durante l’estate, periodo di massimo rischio di malattia negli allevamenti, per cause non del tutto chiare.

Peste suina africana bollettino epidemiologico 10.06.2026
La distribuzione dei casi di peste suina africana tra i cinghiali selvatici e i suini domestici nel Nord Italia

Nonostante la pressione costante, Alberto Laddomada, già capo dell’unità di salute animale della Commissione Europea, sottolinea un dato in controtendenza: “In Italia non si rileva una crisi irreversibile negli allevamenti. Questo è merito della biosicurezza adottata, ma purtroppo non sgarrare è difficile e gli allevatori a volte dimenticano quanto sia vitale mantenere alta la guardia.” Per i produttori italiani, non è più solo una questione sanitaria, ma una lotta per la sopravvivenza economica di uno dei comparti più prestigiosi del Made in Italy.

Il nodo della “decinghializzazione”

Assosuini preme da tempo per una riduzione drastica della densità dei cinghiali nelle aree infette tramite la caccia mirata, sostenendo che le recinzioni e le ordinanze non bastino più. Tuttavia, la geografia del Nord Italia e la biologia del virus rendono questa soluzione complessa e dibattuta.

Per Laddomada, l’idea di eliminare totalmente i cinghiali da aree vaste e impervie come l’Appennino non è percorribile: “L’appello ad abbattere tutti i cinghiali non è realistico. Tutto l’Appennino del nord, da Cuneo fino a Modena, deve ormai considerarsi zona infetta. Decine di migliaia chilometri quadrati, in cui vive una popolazione di cinghiali molto numerosa, superiore ai centomila capi, dove il virus ha trovato condizioni ideali. È un problema con cui si dovrà convivere per lungo tempo. Per questo servono  studi e ricerche per approcciare il problema nei cinghiali in modo meno empirico e più mirato.”

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L’attività venatoria può spaventare gli animali, spingendoli a fuggire in aree indenni e trasportando così il virus ancora più lontano

La caccia può diffondere il virus ancora di più

Molti esperti mettono in guardia dai rischi della caccia tradizionale: l’attività venatoria può spaventare gli animali, spingendoli a fuggire in aree indenni e trasportando così il virus ancora più lontano. L’unica vera barriera, al momento, resta la blindatura degli allevamenti.

Il cinghiale vivo e infetto è il moltiplicatore più efficiente del virus. Un animale infetto che si sposta non viaggia da solo: rilascia il virus nell’ambiente tramite saliva, urine e feci lungo tutto il suo percorso. Favorire lo spostamento dei cinghiali significa, di fatto, creare una scia di contagio che allarga i confini della zona infetta, portando la malattia in territori che prima erano completamente sani.

Il virus della PSA ha una letalità vicina al 100% nei cinghiali. Un animale che si sposta mentre sta incubando la malattia finirà per morire nel nuovo territorio in cui è arrivato. Poiché il virus resiste molti mesi nelle carcasse e nel terreno circostante, favorire lo spostamento significa seminare nuove ‘bombe biologiche’ nei boschi di altre province o regioni, rendendo impossibile il contenimento geolocalizzato.

© Riproduzione riservata Foto: Depositphotos, Peste Suina Africana – Bollettino epidemiologico nazionale

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