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Peste suina africana: 104 i casi accertati in Liguria e Piemonte. A rischio le esportazioni

cinghiali peste suina africanaSu una cosa gli esperti sono d’accordo: la peste suina africana (Psa) non rappresenta un pericolo per l’uomo. Almeno, non dal punto di vista sanitario, perché si tratta di un virus che colpisce i suini – maiali e cinghiali – ma non gli esseri umani. Che però con tutta probabilità hanno contribuito a diffondere la malattia. Stiamo parlando di un virus piuttosto contagioso e difficile da eradicare, che viene trasmesso dagli animali malati o da materiale contaminato, per esempio scarti di alimenti dispersi nell’ambiente che possono essere mangiati dai cinghiali. Resta il fatto che si tratta di una malattia estremamente letale, e dato che non esistono vaccini né cure, la comparsa del virus in un allevamento costringe ad abbattere migliaia di animali. “Per questo la peste suina, pur non essendo pericolosa per gli umani, può avere effetti devastanti dal punto di vista economico e sociale”, spiega Francesco Feliziani, Responsabile del laboratorio nazionale di riferimento per la peste suina presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche. Per far fronte all’emergenza è stata creata una struttura commissariale con un duplice obiettivo: “Innanzitutto contenere la malattia, e in seguito eradicarla evitando che passi dai cinghiali selvatici ai suini”, spiega Angelo Ferrari, Commissario all’emergenza Psa. “Dobbiamo tenere conto che la diffusione dell’epidemia porterebbe al blocco delle esportazioni di carne suina”.

I segnali di allarme non mancano: intervenendo al convegno “Emergenza Psa: un presente da gestire, un futuro da difendere”, organizzato a Cremona da EV Edizioni Veterinarie, il responsabile di Assica (Associazione industriali delle carni e dei salumi) Davide Calderone ha ricordato che a pochi giorni dalla scoperta del primo caso di Psa in Italia “Cina e Giappone hanno chiuso immediatamente con le nostre esportazioni“. Un provvedimento cui si sono associati diversi paesi, mentre altri hanno imposto restrizioni. Un danno significativo, “considerato che verso tutti questi Paesi nel 2021 sono stati esportati carni e salumi per un valore di circa 165 milioni di euro”, ricorda Calderone. Le positività  accertate, secondo l’istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte Liguria  Valle d’Aosta incaricato del monitoraggio, sono al momento 104  concentrate nella zona tra Piemonte e Liguria (clicca qui per avere gli aggiornamenti al 22 aprile ). Anche in Emilia ci sono state segnalazioni di carcasse  di cinghiali ritrovate, “ma per ora non sono state riscontrate  positività”, precisa Ferrari. L’allarme è scattato all’ inizio del 2022, in seguito al ritrovamento in Piemonte e in Liguria di alcune carcasse di cinghiale infette. Stiamo parlando di realtà molto diverse, visto che in Liguria prevalgono gli allevamenti familiari mentre il Piemonte è una regione ad alta concentrazione di allevamenti industriali soprattutto nella zona di Cuneo. Le preoccupazioni però riguardano soprattutto il possibile sconfinamento dell’infezione in Emilia Romagna e Lombardia, regioni dove è concentrato il maggior numero di allevamenti di maiali intensivi.

La peste suina africana non è una novità in Italia. La malattia è arrivata dall’Africa negli anni ‘50/’60

La peste suina non è una novità in Italia. La malattia è arrivata dall’Africa negli anni ‘50/’60 del secolo scorso. Dagli anni ’70 è presente in Sardegna, “favorita da un circolo vizioso tra cinghiali, allevamenti domestici e maiali allevati allo stato brado che ha reso endemica l’infezione, anche se in tempi recenti si è riusciti ad arginarla”, spiega Feliziani. La malattia ha cominciato a diffondersi nell’Europa continentale dal 2007, a partire dai paesi dell’ex Unione Sovietica, per poi diffondersi verso Nord e verso Ovest. In teoria dunque il virus sarebbe dovuto arrivare in Italia dalle regioni orientali, “ma è possibile che l’infezione abbia viaggiato lungo l’autostrada grazie a materiali contaminati”, ipotizza Feliziani. “Oppure che sia arrivata attraverso il porto di Genova, o ancora si sia diffusa tramite rifiuti contaminati dispersi nei boschi dai gitanti sulle colline liguri”. Visto che per il momento i vaccini, sui quali sono in corso numerosi studi, non sono ancora disponibili, l’unico modo per contrastare l’infezione è isolare le zone dove sono presenti i selvatici malati. “Ci sono paesi come il Belgio e la Repubblica Ceca in cui l’infezione è stata eradicata, anche se è stato un intervento lungo e doloroso reso possibile da un’azione tempestiva e dalla scelta di recintare l’area infetta per evitare i contatti tra animali sani e malati”, spiega Feliziani. Ed è quello che si sta tentando di fare in Italia: nonostante la difficoltà di controllare un’area così vasta, gli strumenti sui quali si sta lavorando sono recinzioni e biosicurezza, oltre alla sorveglianza passiva che prevede la ricerca delle carcasse di cinghiale infette.

Proprio in questi giorni è stato definito il tracciato, condiviso con tutti i Sindaci dei Comuni che rientrano nella zona di restrizione di Liguria e Piemonte – lungo il tracciato dei percorsi autostradali dell’A7 e dell’A26 – sul quale installare le recinzioni che dovranno impedire ai cinghiali di invadere altri territori. “Il 90% dei casi di infezione si trova tra le autostrade”, ricorda Ferrari, “I maiali che si trovavano in questa zona sono già stati macellati o abbattuti, mentre il prossimo passaggio sarà un’azione di depopolamento dei cinghiali all’esterno della zona recintata”. Resta il problema della biosicurezza, ossia dei provvedimenti necessari a evitare i contatti tra selvatici e allevamenti. Un problema che riguarda soprattutto i piccoli allevamenti familiari e gli allevamenti estensivi -come quelli utilizzati con particolari razze come la cinta senese – in cui le possibilità di contatto con i selvatici è più elevata. “Negli allevamenti intensivi i contatti degli animali con l’esterno sono minimi”, ricorda Feliziani. “Qui i problemi possono sorgere se le norme di biosicurezza non sono rispettate, e sono gli umani a portare l’infezione attraverso gli indumenti o alimenti contaminati” . Per questo è fondamentale che gli allevamenti aumentino la biosicurezza facendo attenzione al lavaggio dei camion, all’igiene degli abiti e delle calzature degli operatori e alle reti di contenimento per evitare contatti con l’esterno. A questo si aggiungono i problemi legati alla sovrappopolazione di cinghiali, perché questi animali, in particolare nelle aree urbane, si nutrono di rifiuti e possono entrare in contatto con alimenti contaminati, contribuendo a diffondere l’infezione.

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Il pericolo è che la Peste suina africana colpisca gli allevamenti industriali

Il 17 aprile è stato convertito in legge il decreto “Misure urgenti per arrestare la diffusione della peste suina africana (Psa)” valido su tutto il territorio nazionale ad eccezione della Sardegna. Il provvedimento riguarda la diagnostica e il contenimento dei cinghiali e dei maiali domestici nella zona infetta, in attesa del decreto che stabilisca parametri tecnici di biosicurezza per gli allevamenti suinicoli, articolati per tipologia produttiva e modalità di allevamento.  Nelle zone a rischio intanto sono state vietate la caccia al cinghiale – “soprattutto per evitare di disperdere gli animali e rimescolare i branchi”, ricorda Feliziani – e molte attività umane nei boschi, come la raccolta di funghi o tartufi, perché gli spostamenti possono trasportare il virus nel caso si venga a contatto con un terreno contaminato. Per questo motivo al ritorno da una passeggiata nel bosco è consigliabile disinfettare le scarpe con la candeggina, e se si trova un cinghiale morto è indispensabile avvertire i servizi veterinari per gli opportuni controlli. Mentre per quanto riguarda gli alimenti è opportuno preferire i capi che provengono da una filiera controllata: anche se la cottura o la stagionatura prolungata disattivano il virus, c‘è sempre il rischio di disperderlo nell’ambiente rifiuti contaminati.

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Roberto La Pira

  Paola Emilia Cicerone

giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. alberto tadini

    Dobbiamo, secondo me, ringraziare anche i cacciatori e i politici che li appoggiano: per favorire i cacciatori sono stati importati dall’est europa cinghiali non autoctoni che sono molto più prolifici e più grossi.
    così i cacciatori possono divertirsi ancor di più con lo spara spara spara.

    • paola emilia cicerone

      Concordo ma questo con la PSA c’entra abbastanza poco, qui i vettori sono soprattutto alimenti o esseri umani e i cinghiali sono vittime .

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