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pesci pesca pescePrevenire è sempre una buona regola, anche quando si tratta di pesca commerciale. In altre parole vuol dire evitare di attingere a banchi già depauperati e usare reti a strascico per catturare pesci toppo piccoli per essere venduti, perché al di sotto della taglia minima di riferimento per la conservazione (Minimum conservation reference size o Mcrs). Solo in questo modo si può preservare il futuro della pesca, e non solo. 

Ne sono convinti i ricercatori della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, del Cnr e di altri istituti italiani e internazionali, che hanno appena pubblicato su Frontiers in Marine Science uno studio in cui propongono un modello per individuare le zone più a rischio, chiamate hot spot, in modo da poterle difendere. Gli autori hanno applicato il modello ad alcune delle zone di mare più frequentate dai pescatori e più soggette tanto alla pesca a strascico quanto allo spreco di pesce: la Sicilia meridionale, la Liguria, il Portogallo (costa continentale) e la Spagna (costa catalana).

I ricercatori hanno analizzato i dati sulla pesca a strascico e sullo scarto di pesci e crostacei sotto la taglia minima di riferimento

Antonio Milisenda, coordinatore del gruppo, e i suoi collaboratori hanno utilizzato i dati degli ultimi 15 anni relativi alle rotte più utilizzate da chi pesca al traino, e al pesce e ai crostacei ributtati a mare. Così hanno dimostrato che molto spesso i due dati coincidono: si continua a pescare pesce immaturo, e lo si fa sempre sulle stesse rotte. 

Ciò, evidentemente, impedisce ai banchi di riprendersi, agli individui di diventare adulti e riprodursi, in un circolo vizioso senza fine. Se invece – è la proposta – si utilizzassero dati come questi per scoprire quali sono le zone più compromesse e metterle a riposo, creando delle Fisheries Restricted Areas (FRAs), probabilmente la situazione migliorerebbe in tempi relativamente rapidi.

Secondo i dati resi noti dall’Unione Europea solo poche settimane fa, l’Europa è ancora piuttosto lontana dagli obiettivi di sostenibilità della pesca e di incremento della biodiversità marina che lei stessa si è data, e che è stata ribadita anche nell’ultima versione della EU Common Fishery Policy. 

Non solo. Secondo la FAO  il 75% dei banchi presenti nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero è in overfishing, cioè sottoposto a prelievi superiori alle possibilità naturali di ripristino. E nonostante questo circa il 40% del pesce pescato viene buttato. Inoltre, circa la metà di quello sprecato nel Mediterraneo arriva proprio dalla pesca al traino su queste rotte. Secondo gli autori è evidente che bisogna fare al più presto qualcosa di incisivo: pianificare la pesca in base a questo tipo di hot spot potrebbe risultare molto utile.

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Roberto
Roberto
13 Marzo 2021 13:14

E lasciare riposare il mare per un anno ? Continuiamo a depredare le risorse di terra e mare come fossero riserve infinite. Madre Natura si trasformerà, e in parte lo è già, in Matrigna. I pescatori potrebbero essere risarciti per il danno subito (lo si fa per tante categorie di lavoratori), consentendo al mare un poco di tregua per ripopolarsi.
Non è utopico. Purtroppo come sempre interessi e politiche di parte e dissennate prevalgono; così forse ci misureremo troppo tardi con le conseguenze.
Cordiali saluti

Carlo Forte
Carlo Forte
13 Marzo 2021 18:09

Si parla ancora di sostenibilità? Cosa c’é di sostenibile nella pesca del tonno, nei bastoncini……. Il ” mare ” sta sparendo altro che tonno o ” pescato in maniera sostenibile”