Un censimento globale senza precedenti mette a nudo i danni della pesca a strascico: fondali devastati e migliaia di specie vulnerabili catturate nell’ombra della burocrazia.
La pesca a strascico sui fondali, praticata ormai da 150 anni, sta decimando le specie ittiche marine a causa delle sue caratteristiche intrinseche, e cioè per il fatto che non distingue e ara i fondali, travolgendo tutto ciò che vi si trova e portando a bordo dei pescherecci qualunque cosa viva in un certo tratto di mare. Lo dimostrano dati provenienti da centinaia di fonti di tutto il mondo e raccolti per decenni, che dimostrano che i pescatori stanno rischiando di esaurire le risorse su cui basano la loro stessa sussistenza.
Sarebbe quindi urgente avviare la discussione su nuovi trattati nazionali e internazionali che cerchino di fermare o controllare queste pratiche.
Migliaia di specie, molte delle quali a rischio
I ricercatori dell’università della Columbia Britannica di Vancouver hanno pubblicato, su Reviews in Fish Biology and Fisheries, la più completa analisi probabilmente mai effettuata sulla pesca a strascico sui fondali. In essa sono stati infatti riportati e analizzati i dati provenienti da 236 archivi depositati presso la FAO raccolti in tutto il mondo, risalenti al 1895 (fino al 2021) e con informazioni relative alle zone di pesca, alla taglia dei pesci, al tipo di pesca, alla posizione delle liste delle specie a rischio estinzione dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature Red List), alle dimensioni della flotta e ad altri parametri.
Animali e pesca a strascico
In totale, gli autori hanno censito oltre 9.600 segnalazioni relative a poco meno di tremila specie (oltre mille generi, 330 famiglie e 75 ordini). In un terzo delle famiglie circa metà degli esemplari sono stati pescati a strascico e, tra questi ultimi, almeno una specie su sette era a rischio, presente nelle liste IUCN con diversi gradi di pericolo o già a rischio di estinzione. Per una specie su quattro, poi, non c’erano dati sufficienti. Il che significa, anche, che non si sa quante siano realmente le specie ad alto rischio pescate a strascico, e che quindi i pescherecci operano al buio.

Tra i pesci più vulnerabili di cui invece ci sono dati vi sono almeno tre specie di cavallucci marini, il pesce chitarra gigante (Rhinobatos rhinobatos), lo squalo zebra (Stegostoma tigrinum) e intere famiglie che vanno dalle due dei pesci più nutrienti e commerciabili degli oceani come i carangidi e le corvine (Sciaena umbra) a quella di pesci rari come appunto quello chitarra e la chimera dal muso d’aratro (Callorhinchus milii).
C’è poi il grande ambito dei pesci definiti genericamente di scarto, all’interno dei quali può esserci di tutto e che di solito non sono censiti singolarmente. Si tratta di pesci di piccola taglia, che nel 95% dei casi (secondo le poche informazioni disponibili) non rientrano tra quelli pescabili e che nel 64% dei casi finiscono ad essere comunque trascinati su con le reti.
L’interpretazione
Secondo gli autori, questo censimento rappresenta una visione parziale, per la carenza di dati: si può ragionevolmente pensare che le specie pescate a strascico siano almeno il doppio. Oggi ci sono non meno di centomila pescherecci autorizzati a dragare i fondali senza neppure sapere che cosa stanno tirando su, e il 99% di essi opera in acque nazionali. I governi hanno dunque l’autorità e soprattutto la responsabilità per ripensare tutta la filiera e per avere un quadro molto più realistico e aggiornato, lavorando su ogni aspetto, dalla documentazione alla gestione di ciò che si cattura alle valutazioni più complessive sullo stato delle specie. E hanno il dovere di siglare accordi con gli stati confinanti per rendere le misure sempre più incisive.
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Giornalista scientifica


