La nuova campagna istituzionale del MASAF invita a scegliere pasta 100% italiana associandola a “più sicurezza” e “più salute”: affermazioni senza riscontri scientifici e potenzialmente fuorvianti.
Dal 21 agosto 2026 sulle reti Rai è in onda del primo spot di una nuova campagna istituzionale dedicata alla pasta, realizzata dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF) diretto da Francesco Lollobrigida, insieme a ISMEA e alla Federazione italiana pallavolo. I protagonisti sono alcuni campioni delle Nazionali maschile e femminile di volley e il messaggio è affidato a volti molto popolari, come Anna Danesi, Carlotta Cambi, Stella Nervini, Paola Egonu, Simone Giannelli, Daniele Lavia, Riccardo Sbertoli.
Lo spot
La scena è ambientata in un supermercato. Davanti allo scaffale della pasta una delle atlete domanda: “Anna, ma quale prendo? A me sembrano esattamente uguali”. La risposta introduce il vero messaggio della campagna: “No, guarda qui, sull’etichetta c’è scritto da dove viene il grano. Se scegliamo grano italiano, difendiamo la nostra terra, il lavoro di chi rispetta l’ambiente e tutta la nostra energia”. Poi arriva lo slogan: “Con la pasta al grano italiano vince l’Italia”. E infine la frase più discutibile: “Non scegliere solo il prezzo. Più sicurezza, più salute, più sostegno alle nostre imprese. Fai la scelta giusta”. La schermata conclusiva ribadisce il concetto: “Leggi l’etichetta. Scegli la pasta 100% italiana”, specificando che si tratta di pasta prodotta con grano 100% italiano. Nel 2023 e nel 2025 lo slogan delle campagne sulla pasta realizzate dal MASAF con ISMEA e FIPAV era “La pasta, integratore di felicità”. Il nuovo messaggio non invita semplicemente a mangiare pasta o a valorizzare un alimento simbolo della cucina italiana, indica quale pasta scegliere in base all’origine del grano.
Il problema
E fin qui si potrebbe discutere di una scelta di politica agricola del Ministero che vuole sostenere i cerealicoltori italiani. Lo spot di Lollobrigida però dimentica di dire che la produzione nazionale di grano duro è di gran lunga insufficiente e le aziende importano da sempre grano in quantità rilevanti (nel 2025 era il 44% del fabbisogno, ma in alcune annate si è arrivati al 60%). Il problema dello spot riguarda la frase recitata da Simone Giannelli, che dice: “Non scegliere solo il prezzo: più sicurezza, più salute, più sostegno alle nostre imprese”. Mentre Paola Egonu afferma: “Con la pasta di grano italiano vince l’Italia”. L ’accostamento fra grano 100% italiano, maggiore sicurezza e maggiore salute è privo di qualsiasi riscontro e del tutto scorretto, perché suggerisce al consumatore l’esistenza di vantaggi sanitari inesistenti.
“Più sicurezza”: rispetto a cosa?
La parola ‘più’ implica un confronto. Se la pasta prodotta con grano 100% italiano offre “più sicurezza”, vuol dire che quella ottenuta con grano francese, australiano, statunitense o canadese dovrebbe essere meno sicura. Il problema è che non esistono dati al riguardo. I controlli ufficiali raccontano una storia molto diversa. Due mesi fa Il Fatto Alimentare ha analizzato gli ultimi dati del Ministero della Salute sui residui di prodotti fitosanitari. La voce “grano duro in granella” riporta l’esito di controlli effettuati su 124 campioni: 92 non presentano residui, 32 contengono residui entro i limiti di legge e nessuno superava i limiti.
Due anni prima, lo stesso MASAF che oggi nello spot parla di “più sicurezza” aveva realizzato un programma straordinario di controlli sul grano duro importato: 19 motonavi, 11 operatori, 21 campioni e circa 420 mila tonnellate di materia prima controllata. Anche in quel caso non era emerso un problema sanitario legato al glifosato o ad altri residui fuori norma. Ma allora perché lo spot evidenzia queste due parole che sicuramente influenzano le scelte dell’ascoltatore. Non esistono elementi che autorizzano il ministero a considerare il grano italiano più sicuro.
“Più salute” perché?
Ancora più pretestuoso e privo di riscontri è il richiamo alla “più salute”. Le caratteristiche della pasta dipendono dalla varietà del grano, dal contenuto e dalla qualità delle proteine e del glutine e dal processo di produzione. Non dal passaporto della materia prima. Un ottimo grano italiano permette di produrre un’eccellente pasta al pari di un grano importato dal Canada, Stati Uniti, Francia o Australia, spesso pagato molto di più. Chi lascia intendere una cosa diversa dice una falsità. La differenza la fa la selezione della materia prima, non la bandiera.

L’origine del grano è un’informazione importante e deve essere indicata in etichetta. Il consumatore può scegliere il 100% italiano perché vuole sostenere gli agricoltori del nostro Paese, perché preferisce una filiera nazionale o semplicemente perché attribuisce valore all’origine. Sono tutte motivazioni legittime. Ma trasformare l’origine geografica in un indicatore di salubrità è profondamente scorretto. Sono proprio queste due parole a fare diventare una campagna di promozione della filiera nazionale in un messaggio fuorviante.
L’espressione “più salute” solleva anche un problema sotto il profilo delle regole europee sui claim. Il Regolamento 1924/2006 si applica anche alle campagne promozionali sostenute dalle autorità pubbliche e consente i riferimenti generici a benefici per la salute solo quando sono accompagnati da un’indicazione salutistica specifica autorizzata. Lo stesso Regolamento vieta inoltre messaggi che possano suscitare dubbi sulla sicurezza di altri alimenti. In questo senso lo spot sembra non rispettare la normativa.
I test sulle paste smentiscono l’equazione italiano = migliore
Anche i test comparativi realizzati negli anni dalle riviste dei consumatori non mostrano una superiorità delle paste ottenute esclusivamente con grano italiano rispetto alle altre. Nel test di Altroconsumo sulle penne, pubblicato nel 2025, la valutazione migliore è andata a una pasta prodotta con grano proveniente da Paesi UE e non UE, risultando contemporaneamente Migliore del test e Miglior acquisto.
Nel test sugli spaghetti pubblicato da Altroconsumo nel gennaio 2026 il quadro sulla sicurezza è risultato complessivamente molto rassicurante: pesticidi assenti nella maggioranza dei campioni, glifosato individuato in un solo prodotto in quantità molto basse e giudicate senza rischi per la salute. Tra le paste in cima alla classifica troviamo marchi che utilizzano miscele di grani italiani e stranieri. Quando la pasta viene analizzata in laboratorio, l’origine nazionale del grano non determina automaticamente né la sicurezza né la qualità del prodotto.

Senza grano importato addio pasta Made in Italy
C’è un altro elemento che lo spot dimentica. L’Italia importa grano duro di alta qualità da oltre un secolo perché i pastifici hanno bisogno di grani capaci di garantire contenuto proteico, qualità del glutine, colore e tenuta alla cottura e quello italiano è troppo poco. È paradossale che una campagna istituzionale dica “Con la pasta di grano italiano vince l’Italia” senza ricordare che il successo mondiale della nostra pasta è stato costruito grazie alla capacità dei nostri molini e pastifici di selezionare e miscelare ottimi grani provenienti da diverse parti del mondo.
L’Italia è il primo produttore, consumatore ed esportatore di pasta in Europa e senza importazioni di grano duro l’industria non potrebbe produrre circa quattro milioni di tonnellate di pasta l’anno, esportandone circa il 60%. Se una grande azienda alimentare invitasse in uno spot ad acquistare la propria pasta perché garantisce “più sicurezza” e “più salute” rispetto ai prodotti concorrenti, sarebbe naturale chiedere su quali studi e su quali dati poggiano queste affermazioni. E, in assenza di prove, un messaggio del genere meriterebbe quantomeno l’attenzione degli organismi chiamati a vigilare sulla correttezza della pubblicità.
La situazione è più delicata perché a parlare è il Ministero dell’Agricoltura, insieme a ISMEA, attraverso una comunicazione istituzionale trasmessa dalla Rai e affidata alla credibilità dei campioni delle Nazionali di pallavolo. Valorizzare il grano italiano è legittimo. Lasciare intendere che il grano italiano garantisce una pasta più sicura e più salutare di quella prodotta con ottimi grani importati non lo è.
© Riproduzione riservata Foto: Spot MASAF

Giornalista professionista, direttore de Il Fatto Alimentare. Laureato in Scienze delle preparazioni alimentari ha diretto il mensile Altroconsumo e maturato una lunga esperienza come free lance con diverse testate (Corriere della sera, la Stampa, Espresso, Panorama, Focus…). Ha collaborato per 7 anni con il programma Mi manda Lubrano di Rai 3 e Consumi & consumi di RaiNews 24



Purtroppo la cattiva e distorta informazione è ormai sistematicamente distorta. Quindi grazie alle precisazioni de “Il fatto alimentare” che sono uno strumento prezioso per i consumatori
Premesso che sono d’accordo con l’articolo, dico però che a voler proprio difendere l’intenzione del Ministero di promuovere i prodotti italiani, si potrebbe affermare che un ipotetico rischio salute ci potrebbe essere con prodotti importati da paesi indefiniti con regole meno severe delle nostre, da cui anche il beneficio salutare. In altre parole fino ad oggi è andata bene ai controlli, mentre con il prodotto italiano c’è la garanzia all’origine.
Non entro nel merito in discussione, made in Italy o meno, anche se in un report della FAOSTAT sul consumo di pesticidi in Europa il bel paese è tra i primi utilizzatori di tale prodotto, e ciò la dice lunga sulla qualità, ma con questo articolo si va allo scontro frontale con il dominus attuale del ministero dell’agricoltura. Poiché ritengo il Fatto Alimentare la massima espressione nel fare le pulci a chi froda, sarei molto dispiaciuto se venisse applicato il METODO RANUCCI dai Falsi Patrioti.
Continuate a confondermi! Proprio su “il fatto alimentare” ho letto qualche anno fa che alcuni stati come l’America e l’Australia adoperano il glifosato in misure proibite nei loro raccolti…Sono una italiana e da allora sto molto attenta alla provenienza del grano,compro solo pasta di grano Italiano perché “il fatto alimentare” mi ha informata che il grano Italiano non contiene glifosato!
Il grano duro che arriva in Italia di fatto è in regola.
Ma quelli che dichiarano sulla confezione grano 100%italiano allora? Nn credo siano bugie e credo che le regole x la coltivazione negli altri paesi siano meno restrittive delle nostre. E quindi?? Nn so piu a chi e a cosa credere
Chi dichiara grano 100% italiano usa grano 100% italiano, ma questo non vuol dire che la pasta sia più sicura più salutare come dice lo spot.
Ma se il 44% di grano duro viene importato basterebbe per produrre il 60%di pasta esportata e lasciare ai consumatori italiani tutta e solamente la pasta prodotta con grano italiano.
I calcoli sono semplici, ma in concreto sarebbe un’operazione molto complessa da gestire
Sono d’accordo con le riflessioni riportate nell’articolo. Aggiungo solo un particolare relativo alla “difesa” della produzione italiana. Nei giorni scorsi ho parlato con un piccolo produttore di grano biologico italiano di qualità. Ebbene ha deciso di non vendere ancora il suo grano al Consorzio di competenza per l’assoluta insufficienza del prezzo offerto (22 dollari al quintale). Con questo prezzo-ci diceva l’agricoltore- non copro neppure i costi di produzione! Altro che comprate pasta al 100% italiana:
Si è parlato di glifosato e di residui di fitosanitari ma non di micotossine (aflatossine), per esempio. Questi contaminanti chimici (naturali, eh!) possono facilmente svilupparsi nelle stive delle navi che trasportano il cereale in questione, specie se le condizioni climatiche sono favorevoli e se i viaggi per il trasporto sufficientemente lunghi. Insomma: meglio un grano locale che viaggia poco. Altro punto: il 50% del grano duro deve essere per forza importato perchè il fabbisogno interno non sarebbe soddisfatto. Non potrebbe essere che qualche pastificio, magari di produzione locale limitata, usi il 50% nazionale anzichè i mix dei grandi marchi famosi?
Oltre a quanto già detto in altri commenti, c’è il problema dell’incompatibilità con il diritto europeo, secondo il quale l’azione della Comunità importa la creazione di un regime teso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune, escludendo qualsiasi discriminazione fra produttori o consumatori della Comunità.
Per il Trattato, sono incompatibili con il mercato comune gli aiuti concessi dagli Stati sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza.
A nome della Commissione nel 2009 Mariann Fischer Boel, allora commissaria all’agricoltura e dello sviluppo rurale rispondeva a un’interrogazione parlamentare “Le campagne pubblicitarie sovvenzionate dallo Stato e dirette a rafforzare le preferenze dei consumatori nazionali a favore dei prodotti degli stessi Stati membri sono incompatibili con l’articolo 28 del Trattato CE perché idonee a impedire l’ingresso nel mercato dei prodotti provenienti da altri Stati membri. Ciò significa che, come regola, la Commissione non autorizzerà aiuti di Stato per campagne pubblicitarie il cui messaggio principale sia l’origine del prodotto. Gli aiuti per la realizzazione e l’utilizzo di un’etichetta che menzioni l’origine come messaggio principale sono considerati aiuti alla pubblicità, poiché lo scopo dell’etichetta è indurre gli operatori economici o i consumatori ad acquistare quel prodotto”.
Negli anni non sono mancate sentenze della Corte di giustizia europea che hanno cassato l’ipotesi di marchi nazionali o territoriali non legati ad aspetti qualititativi (com’è invece il caso delle DOP, delle IGP e dei prodotti biologici, che hanno gli stessi standard e gli stessi controlli nei 27 Paesi della UE e in alcuni altri riconosciuti equivalenti).
Non ci sarebbero problemi se l’Italia adottasse uno standard tecnico particolare per la produzione del grano duro, che garantisse migliori performance ambientali (drastica riduzione dei fitofarmaci ammessi e dei fertilizzanti azotati, obbligo di habitat per gli impollinatori e di interventi per la tutela, il ripristino e la valorizzazione del paesaggio agrario, ecc.) o tecnologiche (contenuto in proteina, indice di giallo, ecc.): se il prodotto ha caratteristiche oggettivamente misurabili che lo differenziano dallo standard, si può ben promuoverlo (ma la promozione deve coprire anche il prodotto estero che abbia le stesse caratteristiche distintive).
Se, invece, l’unica distinzione è l’origine nazionale casca l’asino: ogni attività di promozione è anticoncorrenziale e cozza contro l’impianto del mercato unico.
La legge di bilancio (quella che una volta si chiamava legge finanziaria) del 2026 valeva 22 miliardi di euro. Beh, il nostro export alimentare ne valeva oltre 70, più di tre volte tanto: abbiano tutto l’interesse a che il mercato rimanga libero e gli Stati membri non si ritengano autorizzati a adottare norme protezionistiche che possano ostacolare il nostro accesso ai mercati internazionali.
Se promuoviamo illegittamente le produzioni nazionali a danno di quelle dei partner, con quale forza e credibilità potremo contestare politiche protezionistiche che domani saltassero in testa a Germania, Francia, Spagna e Olanda?
Ma la domanda è retorica, per nostra fortuna negli altri Paesi UE i trattati si rispettano…
che sia sanzionabile ai sensi della rcente legge n. 75 del 2026?
perché L’osa è SANZIOANBILE ai sensi dll’ Art. 517-septies (Commercio di alimenti con segni mendaci). – “Chiunque, al fine di trarne profitto, nell’esercizio di un’attività agricola, industriale, commerciale, di importazione, di esportazione, di introduzione in custodia temporanea o in deposito doganale ovvero di intermediazione di alimenti, acque e bevande, utilizza segni distintivi o indicazioni, ancorché figurative, che sa essere FALSI o INGANNEVOLI al fine di indurre in errore il compratore, anche con tecniche di comunicazione a distanza o con strumenti digitali nelle reti telematiche, sull’origine, sulla provenienza, sulla QUALITA’ o sulla quantità degli alimenti ….” e il MASAF da il cattivo esempio?
Mi rendo conto che sono posizioni diverse ma un minimo di rigore non guasterebbe.
Lo spot che ho visto su una rete Rai è veramente brutto e fuorviante, già l’aggiunta “sovranità alimentare” al ministero dell’agricoltura e foreste rievoca una triste memoria autarchica.
Se penso che questi spot sono pagati da tutti noi….
Grazie alla redazione per aver chiarito le falsità contenute in questa pubblicità.