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Pasta De Cecco: se il grano non è tutto italiano, è corretto scrivere “made in Italy”? Risponde l’azienda

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La frase “made in Italy” e il tricolore sulle confezioni hanno il solo scopo di enfatizzare l’origine italiana del prodotto finito

Sulla pasta De Cecco c’è la frase “made in Italy” sotto la bandiera tricolore. qualche tempo fa, se non sbaglio, all’azienda Voiello è stato proibito di inserire il riferimento all’Italia perché il grano utilizzato non era italiano. Per il grano De Cecco credo valga la stessa cosa anche perché in etichetta non è indicata la provenienza, né il sito internet fa riferimento ad alcunché.

In attesa che il regolamento 1169/2011 entri in vigore, il 13 dicembre 2014, il produttore dovrebbe utilizzare in etichetta indicazioni che non confondano il consumatore. Questa ricostruzione è corretta o la De Cecco può inserire il tricolore con la dicitura “made in Italy”!?

Salvatore

 

Ecco la risposta di Giovanni Alleonato, Direttore Marketing della F.lli De Cecco spa, alle legittime perplessità del lettore.

 

Per quanto riguarda la proibizione al marchio Voiello, non ci risulta che sia stata fatta alcuna contestazione. Non riteniamo che la dicitura “made in Italy” di De Cecco che letteralmente indica solo “prodotto in Italia” e non altro, possa indurre in errore il consumatore lasciandogli pensare che non soltanto la pasta ma anche i grani siano italiani. La frase e il tricolore sulle confezioni hanno il solo scopo di enfatizzare l’origine italiana del prodotto finito.

 

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La scelta dei grani viene effettuata non tanto in base all’origine, quanto soprattutto in base alle caratteristiche merceologiche, chimiche, organolettiche

Del resto, non solo nel comparto alimentare, la dicitura “made in Italy” viene da qualcuno interpretata nel senso che il prodotto finito è di origine italiana, non che anche le materie prime debbano necessariamente esserlo. Anche per gli altri settori vigono le stesse regole, pensiamo all’abbigliamento: un vestito confezionato in Italia e quindi “made in Italy” non intende che le stoffe siano di origine italiane. L’Italia è un Paese manifatturiero e importa la maggior parte delle materie prime impiegate per le produzioni.

I consumatori di tutto il mondo associano la qualità della pasta non tanto all’origine dei grani utilizzati (che sin da tempi storici sono anche di provenienza straniera), bensì al know-how italiano e all’arte dei maestri pastai italiani, che si concretizza principalmente nelle fasi di impasto, taglio, trafilatura ed essiccazione. A monte di tutto questo c’è anche la scelta dei grani, che per ottenere una pasta di qualità viene effettuata non tanto in base all’origine, quanto soprattutto in base alle caratteristiche merceologiche, chimiche, organolettiche.

Quindi l’esperienza italiana, la conoscenza nella produzione della pasta, richiede che al fine di ottenere l’alta qualità di quest’ultima si debbano scegliere anche grani stranieri, se questi possiedono le migliori caratteristiche per garantire un prodotto di alta qualità.

 

Da ultimo, vogliamo precisare che il Reg. CE 1169-2011 è già entrato in vigore il 13 dicembre 2011. La data del 13 dicembre 2014 segnerà invece l’obbligatorietà della sua applicazione, e la cessazione del regime transitorio che consente, nel mentre, di applicare le normative pregresse (vale a dire la Direttiva CE 2000/13 e i relativi atti di recepimento)*.

 

Giovanni Alleonato, Direttore Marketing, F.lli De Cecco spa

 

* Tuttavia, come ribadito dal Direttorato DG Sanco il 31 gennaio di quest’anno, gli operatori del settore alimentare possono già applicare il regolamento citato, purché non entrino in conflitto con le norme pregresse, cioè i requisiti stabiliti dalla Direttiva 2000/13/CE, che come si è detto resterà in vigore fino al 12 dicembre 2014. Ora, la Direttiva 2000/13/CE, sino a quando sarà vigente, nulla stabilisce in merito all’indicazione del paese d’origine delle materie prime impiegate nella pasta, cioè dei grani, e nulla del resto si stabilisce nel suo atto di recepimento italiano, vale a dire il d.lgs.109/92.

L’art.26 del Reg. CE 1169/2011 invece dispone che quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato, e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario, sia indicato anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario; o quantomeno che il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario sia indicato come diverso da quello dell’alimento.

Tuttavia, lo stesso art. 26 appena citato, al comma 8°, stabilisce che l’applicazione di quest’obbligo sia soggetta all’adozione di appositi atti di esecuzione, che la Commissione dovrà adottare a seguito di valutazioni d’impatto, che ovviamente andranno “personalizzate” a seconda della categoria merceologica.

Ora, sino a quando tale valutazioni d’impatto non saranno compiute, e conseguentemente non saranno stati emanati i detti atti di esecuzione, l’innovazione apportata dall’art.26 non sarà operativa, e quindi varrà il quadro normativo pregresso, che in buona sostanza si riassume nella massima che l’indicazione del luogo d’origine di un prodotto alimentare non deve indurre in errore il consumatore.

 

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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52 Commenti

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    Argomento molto interessante.
    La questione che ricordo io era relativa a Divella non a Voiello.
    Comunque io sono dell’idea che la bandiera italiana o la scritta “made in Italy” non richiamino necessariamente il fatto che le materie prime utilizzate nel prodotto siano italiane. D’altra parte come sarebbe possibile se, l’Italia è autonoma solo per quanto riguarda la filiera del riso, del vino, della frutta fresca, del pomodoro e del pollo?
    Ci sono comunque correnti di pensiero differenti secondo le quali questi simboli implicherebbero nel consumatore il dubbio e allora vedremo che interpretazione darà l’UE.
    Volendo poi la questione dell’origine è più complessa: se il grano coltivato in italia avesse origine da sementi straniere sarebbe da considerarsi italiano lo stesso? Un prodotto fatto con sementi italiane coltivate in Italia è “più italiano” di uno fatto con sementi estere e coltivato in Italia? e con sementi italiane coltivate all’estero? D’altra parte la Bresaola della Valtellina IGP è fatta, nel rispetto del disciplinare, con carni del Sudamerica…è italiana o no?

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      No.

      Comunque, volendo essere precisi, non è un problema di nazionalità.

      Io da consumatore VOGLIO sapere vita morte e miracoli di ciò che sto mangiando.

      Se la pasta è fatta con grano coltivato in Argentina io voglio sapere finanche DOVE è stato coltivato.
      Il principio deve essere che il consumatore, se vuole, risale la filiera in modo esatto, preciso.

      Non mi basta che Pomì mi dica che i suoi pomodori sono coltivati al Nord, voglio anche che mi dica dove (latitudine , longitudine, azienda agricola).

      Di solito, rispetto a questa posizione talebana si risponde: IMPOSSIBILE.

      Io invece dico di sì.

      sinbad

    • Roberto La Pira

      L’origine è importante ma non è sinonimo di qualità. I nostri computer in redazione sono fati in Cina e sono ottimi , altri prodotti fatti in Cina sono ottimi. Ci sono poi molti articoli cinesi come le padelle e altri gadget che sono di pessima qualità.
      La stessa cosa si può dire dell’olio italiano c’è quello ottimo e quello mediocre .

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      Un conto sono i diritti del consumatore, garantiti dall’UE, in termini di salubrità e sicurezza del prodotto. Un conto sono le pretese.
      Come giustamente ricorda La Pira, l’origine è la sicurezza alimentare sono cose tra loro scollegate.
      Il consumatore deve avere la certezza che tutto ciò che trova sugli scaffali è sicuro. E questa sicurezza deve essere garantita dagli organi di vigilanza, peraltro pagati con i soldi di tutti i cittadini. Questo bisogna pretendere. Che gli organi di vigilanza, tutti, svolgano efficacemente il loro lavoro, impedendo che prodotti non sicuri arrivino sugli scaffali. Non che le aziende si sobbarchino tutte le spese per dare informazioni che non hanno utilità, ma hanno il solo scopo di soddisfare la morbosa curiosità di qualcuno. A meno che non si voglia sostenere che una certa origine implichi anche una maggiore qualità, ma per farlo bisogna dimostrarlo.

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      utilizzare bandiere o diciture che richiamano l’Italia a mio avviso è fuorviante per il consumatore, non si parla di qualità ma di origine dei prodotti, se si parla di olio, grano, e altri prodotti l’Italia be si che è sinonimo di qualità. altrimenti perchè non mettere la bandiera italiana sulle gomme Bridgestone prodotte al sud Italia? Ma invece la si mette sulla pasta, mozzarelle, acciughe, ecc? A mio avviso è illegale una roba del genere e verrà presto eliminata spero.

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    Per me Made in Italy significa prodotto interamente in Italia, quindi materia prima, lavorazione e confezionamento.
    Una volta le Timberland erano made in USA con componenti importati. Quindi usavano un’etichetta che serviva a spiegare che le scarpe erano assemblate o costruite negli USA, ma i materiali avevano un’altra provenienza. Ora, giustamente, vengono prodotte e confezionate in Cina o nella Repubblica Dominicana e questo viene indicato con Made in China.
    Troverei più corretto che un produttore italiano scrivesse, tanto per fare un esempio, che l’olio da lui prodotto è fatto con olive coltivate e raccolte in Italia. Io pretendo di sapere che il mio prodotto è italiano altrimenti la pasta me la faccio in casa, con la speranza poi di usare farina nostra, altrimenti ci prendiamo in giro in ogni dove.

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      Lei lo pretende per quale motivo? Qualitativo? Territoriale?
      Se il grano italiano (che copre all’incirca il 30% del fabbisogno totale da quello che so) non è abbastanza, cosa si fa, si smette di produrre pasta?? Lei ha il diritto di pretendere ciò che vuole. Serve la consapevolezza però di capire che se tutti pretendessero quello che pretende lei non ci sarebbe prodotto sufficiente. E non solo relativamente al grano.
      Non è questione di prendersi in giro è questione di capirsi: se la bresaola della Valtellina è un IGP e pertanto alfiere dell’italianità (DOP e IGP sono nate proprio per tutelare le tipicità e quindi il territorio) e viene prodotta, legittimamente, con carne sudamericana, col beneplacito dell’UE e degli stessi stakeholder che adesso invocano a gran voce l’italianità delle materie prime, capisce che forse le contraddizioni e le prese in giro stanno altrove…

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    Sono un altro Alessandro. Credo che la confezione de cecco non inganni il consumatore né lo porti a pensare altro se non che la pasta sia fatta in italia, che poi, diciamocelo, è la vera cosa importante dal punto di vista organolettico. Ma vorrei anche che qualcuno mi spieghi perchè la produzione del grano in italia debba essere un plus qualitativo, quando sappiamo bene che molti grani stranieri hanno caratteristiche superiori. Diamoci una regolata: le cose fatte dietro l’uscio di casa non devono necessariamente essere sicure, buone, migliori. “Territorio”, parola abusata e della quale comincio a non poterne più e diventata sinonimo fuorviante, se non ingannevole, di qualità. Un saluto

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      dal punto di vista marketing non è affatto così anzi mettere la bandiera italiana su prodotti come pasta, mozzarella o olio per il consumatore VALE eccome qualità che lo sia o meno e chissà come mai non lo si indica per le daygum, pneumatici o cereali kellog’s?
      se si indica italiano un prodotto deve essere 100% oppure si indica PRODOTTO oppure con MATERIE PRIME

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      Che la bandiera implichi che debba essere 100% italiano è una sua interpretazione. Ancor più se De Cecco scrive “made in Italy” e non “100% italiano”. Ha scritto giustamente lei nell’altro commento: “si parla di origine del prodotto”. Qual è il prodotto di De Cecco? è la pasta, non il grano. Lei può sostenere che quella pasta non sia fatta in Italia? No. Lei da una bandiera desume che il grano sia italiano. Dal mio punto di vista non è un’associazione logica, ma la rispetto.
      Torno a fare l’esempio della Bresaola della Valtellina IGP. Che carne si aspetterebbe venisse usata? Italiana…eppure così non è. Io non so cosa deciderà l’UE sulla spinosa questione dell’origine. Certo è che non si potrà non tenere conto che disciplinari come quello della Bresaola della Valtellina IGP sono stati approvati dall’UE stessa. Se il suffisso “della Valtellina” non presume l’italianità della materia prima, perchè una bandiera dovrebbe presumerlo?

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      non parlo per me infatti ma per lavoro, le diciture e soprattutto le bandiere, posso assicurare che tendono ad essere associati a prodotti di quel paese soprattutto se si parla di alimenti tipici della tradizione italiana.
      Sulla bresaola mi devo documentare. Sui prodotti industriali, se si parla di Made in Italy e bandiera italiana a mio giudizio tutto deve essere italiano altrimenti si può indicare il claim “prodotto in Italia”. C’è un noto produttore di acciughe siciliane in GDO che addirittura mette i colori della bandiera italiana ma la disposizione dei colori è come quella ungherese…. vogliamo chiedere ai consumatori in quanti ci sono cascati? chiederei anche ai venditori e ai buyer….
      è palese l’intento per cui su alcuni prodotti vengono stressati gli argomenti in questione e non per altri, come già detto prima anche Kellog’s può dire cereali made in Italy? anche Bridgestone? che valore avrebbe allora tale dicitura? solo che è prodotta in Italia come processo fisico? a me non pare la stessa cosa eppure sono tutti prodotti in Italia ma non si fa mai riferimento a quest’ultima perché argomento privo di interesse commerciale

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    X Roberto LA Pira:
    i computer sono una cosa,le cose che si mangiano sono un altra.
    Ma se il grano viene dall’estero non dovrebbe costare di piu’per le spese di trasporto? Invece la pasta si vende a prezzi stracciati come l’olio extravergine comunitario..qualcosa non quadra.

    • Roberto La Pira

      Il latte tedesco è migliore di quello italiano, così pure il burro e altri prodotti . Il grano italiano è poco e dobbiamo importarlo. A questo punto si può importare quello che si vuole . In genere arriva grano di buona qualità. Sui prezzi il discorso è più complicato ma tenga conta che la materia prima non è così determinante sul prezzo finale . Ci sono altre logiche

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      Gent.mo Sig. La Pira, mi stupisco che sostenga , a proposito dell’olio che ci sia qualcosa che non quadra. Quadra tutto invece e lei lo sa bene ormai. I costi di produzione degli oli spagnoli , per il metodo di coltivazione adottato, sono molto più bassi di quelli italiani. Conseguentemente è normale che i prezzi siano inferiori, nonostante i costi di trasporto. Inoltre, anche la pasta come l’olio essendo prodotti “quotidiani” sono banalizzati dalla GDO che sia per conto loro, che con l’ausilio delle aziende, tagliano i prezzi. In questo periodo anche i panettoni o il Pandoro, sono venduti a prezzi stracciati.

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    Interessante argomento la filiera;
    ora – domanda assolutamente non provocatoria – nel caso del vino, l’utilizzo di lieviti selezionati stranieri (Usa – Aus ecc.), di gomma arabica, di bentonite e di altri eventuali additivi esteri è sufficiente a escludere la possibilità di definire la filiera al 100% italiana?

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    Con questo non voglio scoperchiare il calderone della polemica sull’indicazione degli “ingredienti” del vino.

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      E perché no? Solleviamola. Perché nell’alimento vino non vengono indicati gli ingredienti? è vergognoso. è obbligatorio indicare il mosto d’uva concentrato negli ingredienti dell’aceto balsamico, non in quelli del vino.Che proprio non figurano. Direi che le norme sono al servizio del mercato, non fatte per il consumatore.

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    Aggiungo poi che la legge 166 del 2009, all’articolo 16 sul “made in Italy” così recita: “Si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano”.
    Non viene menzionata l’origine delle materie prime…

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    L’unica normativa applicabile per la determinazione dell’origine delle merci, quindi le regole per cui si può definire una merce “Made in Italy, è quella comunitaria.
    A chiarire definitivamente la questione, in particolare sotto gli aspetti tecnici-doganali, è intervenuta a sua volta l’Agenzia delle Dogane con nota prot. 155971 del 30 novembre 2009 che dirama istruzioni circa la corretta applicazione della citata circolare del Ministero dello sviluppo economico prot. 124898/2009.
    Nella sua nota, l’Agenzia delle Dogane al punto 2. titolato “Full made in Italy”, specifica che: “l’art. 16 presuppone l’esistenza delle due fattispecie: quella del made in Italy semplice che qualifica le merci di origine italiana ai sensi della normativa europea sull’origine; l’altra riguardante un full made in Italy, attribuibile a merci interamente ottenute sul territorio italiano”.

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    Sul fatto che il grano che arriva dall’estero sia di solito di buona qalità, avrei qualche perplessità, ..i produttori italiani ne comprano tanto in russia, il granaio del mondo, dove vorrei vedere quali politiche di trasparenza concede Putin
    sui pesticidi usati, diserbanti, per non parlare delle ricadute di Cernobyl.

    Mi dispiace molto per loro ma i PRODUTTORI DEVONO INDACARE L’ORIGINE GEOGRAFICA DELLE LORO MATERIE PRIME. poi io scelgo, se il loro grano duro viene dal nord america compro la loro pasta, se viene dalla russia no.

    Secondo me più che questione del made in Italy è importante la questione della PROVENIENZA.

    Se i succhi di frutta sono fatti con frutta che viene dalla Spagna, che ogni volta che i NAS fanno un’indagine sui mercati italiani quella frutta risulta con fungicidi e persicidi 4 volte i limiti europei, allora non compro quel succo di frutta per mio figlio…

    • Valeria Nardi

      Gentile Grazia,
      in parte condividiamo le sue preoccupazioni, ma generalizzare è sempre rischioso. Purtroppo le aziende disoneste o che aggirano le leggi si trovano in Russia come in Nord America o in Italia. Inoltre Černobyl’ è in Ucraina e le ricadute del disastro si sono registrate anche nell’Italia settentrionale. Comunque la Russia é molto estesa. https://maps.google.it/maps?q=ucraina&ie=UTF-8&hq=&hnear=0x40d1d9c154700e8f:0x1068488f64010,Ucraina&gl=it&ei=SgCXUv3vB6fo7Ab7-YCABg&sqi=2&ved=0CKMBELYD

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      Sulla base della provenienza lei non può fare scelte consapevoli. Semplicemente si illude di farle. Non mi rivolgo a lei come persona, prendo spunto dal suo commento per fare una considerazione generale.
      Non è un servizio delle Iene o la consultazione di questo sito, per quanto ben fatto, a dare le informazioni sufficienti a scegliere consapevolmente cosa comprare. E’ il principio che è sbagliato: non è il consumatore che deve autotutelarsi, perchè non ha i mezzi per farlo, anche se crede di averli. Il consumatore va tutelato. E va tutelato facendo in modo che gli enti preposti al controllo svolgano il loro lavoro e lo facciano bene per evitare che prodotti non conformi arrivino sugli scaffali.
      Nello scandalo della carne di cavallo ad esempio, dov’erano i veterinari ufficiali che avrebbero dovuto controllare le aziende?? Parlo di quelli italiani. Hanno voglia ad inculcarci continuamente che i controlli italiani sono i migliori. A forza di dirlo ci credono pure loro e ci crediamo noi.
      Lei può pure comprare succhi di frutta fatti con frutta italiana, ma se pensa così di avere la certezza che i livelli dei pesticidi, solo per il fatto di essere coltivata in Italia, siano necessariamente diversi da quelli spagnoli si illude. Come dice giustamente Valeria e come dice il buon senso d’altra parte, le aziende disoneste si trovano ovunque. Non mi pare oltretutto che, a partire dalla politica, per arrivare all’evasione fiscale, il nostro paese brilli per onestà pertanto, avere la presunzione di ritenersi migliori di altri lo trovo fuori luogo.

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    Buongiorno.
    Premesso che, a mio giudizio, l’etichetta della pasta è stampata nel rispetto delle leggi comunitarie e nazionali, che il grano italiano non basta più (perchè i produttori hanno smesso di produrlo, in quanto veniva loro offerto una miseria dalle industrie che preferivano acquistarlo all’estero a prezzi stracciati e sorvolo sulla qualità estera del grano), volevo solo fare presente che i consumatori del presente ( e spero anche del futuro prossimo) sono ottimi selezionatori di qualsiasi prodotto acquistino. Ecco, per le aziende, tale aspetto dovrebbe essere, non un obbligo, non una provocazione, non una contradizione in termine, bensì una nuova sfida. Una sfida di qualità ovviamente che non può essere commerciale, laddovè per commerciale si intende solo rifarsi esclusivamente al prezzo dei prodotti. Il mio invito è rivolto soprattutto ai consumatori. Noi consumatori abbiamo un grande potere: l’acquisto o il non acquisto dei prodotti. Vale più delle leggi comunitarie, nazionali, delle lobby e delle industrie. Segliamo le aziende che oltre al rispetto delle leggi (alle quali non possono sottrarsi) scelgano anche il rispetto delle tendenze, dei gusti e delle aspettative dei consumatori. Mi pare che questo si chiami marketing. Solo che viene tirato in ballo sempre, eccetto quanto si tratti di non fare capire che si seleziona materia prima da un’altra parte del mondo solo per una questione di prezzo. Meno si paga una materia prima più salgono gli utili per l’azienda. La materia prima è il primo costo per un’azienda, sui costi derivanti dalla produzione si possono fare pochi tagli. Ecco, sta al consumatore decidere che pasta acquistare…. sperando che scelga sempre il made in italy!

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      Che si scelgano materie prime estere per una questione di prezzo non è corretto. Non lo è in senso assoluto almeno, anche se per certe aziende può essere vero. Il dato di fatto però è che per gran parte delle materie prime, il nostro fabbisogno è superiore all’offerta e da qualche parte le materie prime dobbiamo prenderle. C’è chi prende materie prime di scarsa qualità e chi opta per materie prime di alta qualità. Ma sempre estere sono. L’alternativa d’altra parte è non produrre!
      Come non è corretto dire che se una cosa costa meno è automaticamente di qualità inferiore.
      Di certo è che se aumenta la domanda di un prodotto, aumenta anche il suo prezzo. Bisogna capire perchè aumenta la domanda però. Aumenta perchè effettivamente il prodotto è migliore o per una “necessità indotta”? Farci credere che le materie prime italiane siano le migliori, come sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte, porta ovviamente ad una maggiore domanda dei consumatori in tal senso e ad un conseguente aumento di prezzi senza che ciò significhi che ciò che costa meno sia necessariamente inferiore.

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      Ma se queste materie prime estere sono talmente superiori di qualità alle nostre, perchè tutte le aziende ne nascondono la provenienza????
      Scrivetelo chiaro e tondo: Pasta prodotta in Italia con grano estero provveniente da ……
      Chi si nasconde è solo perchè o ha qualcosa di cui preoccuparsi oppure perchè in modo ambiguo gli piace fare capire che il prodotto è interamente italiano. In quanto dire Made in Italy significa QUALITà in tutto il mondo!

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    Giampiero, che le bandiere e le diciture siano frutto del marketing non ci piove, d’altra parte l’etichetta è marketing.
    Ripeto, che secondo lei la bandiera o la dicitura “made in italy” presuppongano l’utilizzo di materie prime italiane è un’opinione legittima. Ma allo stato attuale, non è così, legislativamente parlando. Che poi lo possa diventare, è probabile. Ma questo andrebbe a cozzare con l’esempio della bresaola che mi sta tanto a cuore.
    Allo stato attuale si parla di “trasformazione sostanziale”. E questa prescinde dall’origine delle materie prime.

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    Corrado, non credo di aver scritto che le materie prime estere siano superiori alle italiane, d’altra parte sto proprio contestando il fatto che si voglia sostenere che le materie prime italiane siano superiori a quelle estere. Il concetto è che ci sono ottime materie prime sia in Italia che all’estero. I motivi per cui non vengono indicate le origini sono tanti e non serve necessariamente scendere a teorie complottistiche, Corrado.
    Tralasciando i costi che tale indicazione porta con se (sempre troppo spesso trascurati) e il fatto che ad oggi non sia obbligatorio farlo, semplicemente non sempre un prodotto migliore viene percepito come tale dal consumatore. Ad esempio, come giustamente La Pira dice il latte tedesco è meglio di quello italiano.
    Eppure secondo lei, se si scrivesse “latte 100% tedesco” pensa che questo verrebbe considerato un valore aggiunto da un consumatore italiano? Ovviamente no, perchè da sempre ci hanno convinto a pensare che il nostro latte (è solo un esempio) sia il migliore…Questo vale per infiniti altri esempi.
    E allora, perchè io, azienda, devo rischiare di perdere clienti quando questi basano i loro acquisti su convinzioni errate, seppur legittime?? Con questo non dico che sia sbagliato voler acquistare italiano, anzi, ci sono mille motivi validi per farlo. Tra questi motivi però non c’è certo la superiore qualità delle materie prime. Non in senso assoluto perlomeno.

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    Io so che una buona parte del grano italiano viene esportato.
    Le aziende italiane che usano esclusivamente grano italiano si contano sulle dita di una mano, le aziende italiane preferiscono comprare grano estero perché è estremamente conveniente. Ognuno ne tragga le sue conseguenze…
    Vorrei puntualizzare una cosa sul discorso latte: il latte delle nostre Alpi è un ottimo prodotto che non ha nulla da invidiare a quello tedesco, il problema è che i politicanti dell’UE ci impediscono di produrne di più e ci costringono ad importarlo per interessi esteri…e anche qui, che ognuno ne tragga le sue conseguenze..

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      Mettiamo che sia più conveniente (e non ho problemi a crederlo, basta fare un confronto tra la superficie coltivabile a grano della Russia/Ucraina rispetto all’Italia). Il fatto che costi meno significa che è inferiore? Certamente no. Non è certo il prezzo il metro per giudicare la qualità di un prodotto. E mi pare logico che se io avessi un’azienda, a parità di qualità di materia prima, sceglierei quella che costa meno ovviamente, come farebbero tutti del resto.
      D’altra parte se la superiorità del grano italiano fosse così schiacciante, non mi spiego perchè in tutti questi anni non ci sia stato un massiccio spostamento dei consumatori verso quelle “aziende italiane che usano esclusivamente grano italiano che si contano sulle dita di una mano”. Inoltre De Cecco così come Garofalo tanto per fare un altro esempio di pasta con grano estero, é considerata e sono stati svolti anche test di assaggio a supporto, tra le paste di maggior pregio.
      Aggiungiamo che se uno degli indici principali per valutare la qualità della pasta è la quantità di glutine, probabilmente il grano italiano non è il migliore…

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      Sig. Alessandro, se possedessi un’azienda mi chiederei prima di tutto in che fascia di mercato mi voglio posizionare.
      Il consumatore (come lei saprà bene) si lascia infatuare dal marketing del packaging, vale a dire che se trova una bandiera italiana in confezione lo associa subito all’Italia. La confezione è molto più importante del contenuto. Mi lasci dire che si stanno riscoprendo i prodotti a km zero, e chi ne ha la possibilità ne approfitta. Quindi i consumatori, dove possono, si difendono. I marketing manager farebbero bene a puntare altrove le proprie stategie

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    Perdonate l’esempio forse un pò fuori tema. Avete presente la pubblicità di un noto cioccolato dove su una montagna due alpinisti si incrociano ed uno dice all’altro :”svizzero?” e l’altro risponde “no…” riportando la marca del prodotto. Non mi sembra che questa pubblicità abbia sollevato particolare scalpore. Non credo neppure che ci sia stata la coda di persone che esigeva di sapere in quale provincia del Sud America o dell’Africa fosse stato coltivato. Eppure è chiaro che la pianura Padana non sia ricoperta di piantagioni di cacao. Parimenti il cioccolato svizzero è un sinonimo di qualità perchè la preparazione e la trasformazione ne fanno un prodotto generalmente di alta qualità.

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    Dal numero di interventi si deduce che l’argomento è molto sentito e mi pare di capire anche molto distante fra i “desiderata” dei consumatori e la realtà del mercato.
    Personalmente è l’effetto campanilismo che anima la mia scelta di consumatore di fronte alla provenienza del prodotto, conscio come la qualità dello stesso sia un’altra cosa.
    Mi preme ricordare, purtroppo, come la presunzione di italianità alimentare si riempia prevalentemente di desideri ma non di contenuti in quanto spesso sacrificata sull’altare dei baratti politici.
    Vi ricordate la riforma OCM zucchero del 2006?
    Chiuse 16 zuccherifici italiani su 19 con il risultato che gli zuccherieri italiani sono diventati commercianti di zucchero ed ora anche produttori di energia – questa si italiana!
    (esaspero il concetto ma il senso è questo).

    La seconda conseguenza di tale riforma è stata che la produzione italiana di lievito per panificazione si è ritrovata senza materia prima (melasso) e quindi costretta ad importarlo, producendo lievito (italiano) con melasso estero.
    Si parla di pasta, ma si potrebbe dire pane.
    Quale consumatore penserebbe di chiedere al proprio panettiere l’origine delle materie prime?
    La risposta certa sarebbe che l’aria e l’acqua sono tricolori!
    E si continuerebbe ad andare nel suo negozio perchè fa il pane buono.

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    Da esperienza confermo che queste tematiche interessano tantissimo i consumatori (e anche me). Reputo che le informazioni sulle etichette circa la provenienza degl ingredienti dovrebbero essere il più trasparenti possibile. e forse col reg. CE 1169/2011qualche risultato in più lo otterremo… Lo sapremo solo vivendo. Dall’altra parte c’è un mercato globale sempre più complesso che talvolta rende difficile fare comprendere da dove arrivini le materie prime. Sopratutto se parliamo di grosse aziende che trattano tonnellate di prodotti. Vedremo che succederà nei prossimi anni.

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    Il concetto fondamentale è: informare in modo chiaro e trasparente il contribuente!
    Il grano viene da fuori, bene. Nulla in contrario, basta semplicemente scriverlo.
    Il cacao viene dalla Colombia. Bene. Nulla in contrario, basta scriverlo.
    Le industrie ci marciano invece sulla non informazione!
    Perchè la legge, al momento, glielo permette.
    Io consumatore, posso acquistare un prodotto o perchè è più buono, o perchè è più di qualità, o perchè è italiano, o perchè è più economico.
    Ma in tutti questi casi, desidererei sapere l’origine della materia prima del prodotto!
    L’industria vuole servirmi in questo desiderio? Bene!
    L’industria vuole continuare ad andare per la sua strada? Bene! La cosa non mi tocca! Scelgo i prodotti che mi soddisfano e mi informano su tutto.
    Oggi sono solo io. Domani saremo in cento. Nel futuro saremo la maggioranza. E quelle industrie, e i loro manager farebbero bene anche a leggersi “Chi ha spostato il mio formaggio” di Spencer Johnson. Pensate un po’ scritto negli anni 90. E visto che alcuni pensano che al consumatore non interessa niente sulla provenienza della materi prima. Bene! Motivo in più per scriverlo sulle etichette.

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      Io capisco il suo punto di vista e la ragione delle sue “pretese”. D’altra parte ad esempio, se in TV raccontano che la soluzione al problema dello scandalo della carne di cavallo è l’indicazione dell’origine è normale che la gente ci creda e che pretenda di conseguenza l’indicazione dell’origine. Infatti il problema è proprio la poca corretta informazione che viene fatta su queste problematiche.
      E’ anche vero che è difficile ragionare in modo sereno sull’argomento partendo dalla convinzione che le aziende abbiamo come scopo primario truffare il consumatore. Bisognerebbe invece fare lo sforzo di considerare tutti i punti di vista, sopratutto quando si conosce poco o per nulla il punto di vista opposto. Giuseppe ad esempio ha spiegato correttamente (e molto più chiaramente di quanto io sia riuscito fin’ora) uno dei problemi dell’indicazione d’origine.

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    E’ impensabile ed assurdo ogni volta scrivere tra gli ingredienti della semola da cui si produce la pasta la diversa derivazione delle varieta’ o delle tipologie di grano duro, in quanto i Semolifici possono variare anche mensilmente le loro miscele ed usare oltre al grano duro italiano una volta il grano francese , una volta lo spagnolo, una volta il greco, una volta il canadese, un’altra l’arizona o americano..e cosi’ via….Sarebbe cosi’ impossibile cambiare mensilmente tutte le confezioni e le etichette della pasta ed in piu’ il consumatore non ne trarrebbe comunque giovamento , giacche’ anche i piu’ grandi scienziati del settore delle tecnologie agrarie ed alimentari sono in grado difficilmente di distinguere se una stessa varieta’ di grano derivi per esempio da un terreno greco piuttosto che da un terreno italiano o francese….

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    Filippo Inversi

    Come dice giustamente Giuseppe, le forniture variano nel tempo. Non a caso troviamo su ogni confezione dei prodotti anche il numero del lotto così da poter intervenire, se necessario, ritirando tutti i prodotti di una determinata partita. Si dirà: allora è possibile sapere con quale grano è prodotta quella pasta! si è sicuramente possibile, ma i costi per aggiornare continuamente le etichette degli ingredienti con le provenienze sarebbero altissimi perchè potremmo avere decine di provenienze diverse. Voglio portare all’estremo il discorso, se volessimo avere una etichetta completa accanto ad ogni pacco di pasta (e per ogni prodotto trasformato) dovremmo avere un libro. Si, perchè mica ci può bastare, nell’esempio della pasta, la sola provenienza del grano, ci serve anche sapere se e che tipo di fertilizzanti sono stati usati e la loro provenienza, se e quali tipi di antiparassitari sono stati usati e la loro provenienza, se e quali tipi di diserbanti sono stati usati e la loro provenienza. Ci basta questo? no dovremmo sapere quali tipi di prodotti chimici e la loro provenienza, ecc. ecc. e l’acqua ne vogliamo parlare?

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    Rispondo a Lettore: la questione del “km 0” non sposta il problema. Ho già avuto modo di dire la mia opinione su questo commentando un altro articolo: se la domanda supera l’offerta, km 0 o no, non cambia nulla. Non é che se tutti decidessero dall’oggi al domani di acquistare solo a km 0 automaticamente si materializzerebbero dal nulla le materie prime necessarie.
    I consumatori si possono difendere solo se vengono informati correttamente. Se peró viene loro raccontato che l’indicazione dell’origine è la soluzione, è chiaro che la pretendano. Ma non si stanno difendendo in questo modo. Stanno facendo, in buona fede, gli interessi delle parti che da questa situazione hanno tutto da guadagnare.

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      E rincaro su quanto afferma Alessandro sui km 0. Se si operasse così la nostra esportazione alimentare dovrebbe essere frenata o eliminata, con danni intuibili per l’economia, e pomodori che viaggiano 1500 km per arrivare al Nord pure non avrebbero senso.
      Se dovessero essere aggiornate tutte le etichette queste sarebbero in continuo cambiamento, morale: costi pazzeschi per l’industria che ovviamente sarebbero tutti o quasi riversati sui consumatori con aggravamento della crisi e, dove non è possibile soprattutto per i piccoli produttori ci sarebbe la chiusura.
      Esiste un principo in Europa che è quello della proporzionalità, non si può imporre un onere superiore al beneficio che se ne otterrebbe.