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Continua la battuta di arresto dei prodotti “senza…”. Bene solo i “senza zuccheri”. I dati dell’Osservatorio Immagino

Diet food concept - cake with sign sugar freeIl 2019 è stato un altro anno di crescita quasi zero per i prodotti “senza …”, che dopo un periodo di grande successo segnano un misero +0,1% nelle vendite, proprio come nel 2018. Con un’importante eccezione: gli alimenti senza zuccheri. Lo rivelano i risultati della settima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy e Nielsen, che ha analizzato i dati su etichette e vendite di oltre centomila prodotti di largo consumo esposti sugli scaffali di supermercati e ipermercati.

Per la precisione, sono 112 mila le referenze prese in considerazione nell’ultima edizione, di cui quasi 72 mila alimentari. Di questi, oltre 13 mila in etichetta mettono in evidenza l’assenza di un ingrediente, di un nutriente o di qualcos’altro, dagli Ogm agli antibiotici. I prodotti “free from” rappresentano circa il 18% del totale dei prodotti alimentari, per un fatturato pari a poco meno di 7 miliardi euro, con un piccolo aumento rispetto all’anno precedente (0,5%).

senza lattosio
I prodotti “senza glutine” e/o “senza lattosio” rappresentano una quota significativa del paniere alimentare dell’Osservatorio Immagino

Se l’universo dei prodotti “senza …” nella sua totalità cresce poco, non è così per il mondo dei cibi “senza zuccheri”, che ormai rappresentano il 4,4% dei prodotti alimentari esaminati dall’Osservatorio. A registrare i migliori risultati nel 2019, sono stati infatti gli alimenti “senza zuccheri aggiunti” e con “pochi zuccheri”, che sono cresciuti rispettivamente del 9,1% e del 7,6%. Crescono anche gli alimenti con claim come “non fritto” (6,1%), “senza glutammato” (+4,9%), “senza additivi” (+2,7%), “senza lievito” e “senza olio di palma” (+1,6%). Il vero boom, però, alla novità “senza antibiotici”, che registra un aumento del 62%, anche se presente ancora su un numero limitato di prodotti (0,1%).

Non possono mancare le diciture che fanno riferimento alla celiachia, ad allergie e a intolleranze alimentari. Solo prendendo in considerazione i prodotti “senza glutine” o “senza lattosio”, in commercio si possono trovare quasi 9.500 referenze, che rappresentano il 13,1% di tutti gli alimenti analizzati. Nel 2019, questi prodotti hanno generato un fatturato di 3,7 miliardi di euro, pari al 14,5% del paniere alimentare, con un aumento del 2,6% delle vendite.

Il comparto è dominato dai prodotti senza glutine, che nel 2019 hanno prodotto un rappresentato il 13,8% del giro d’affari del alimenti analizzati. In particolare, l’11,5% delle referenze presenta in etichetta la dicitura “senza glutine’, mentre il 2,7% possiede il logo della spiga barrata dell’Associazione italiana celiachia (sulla confezione di un singolo prodotto potrebbero esserci sia logo che dicitura). I prodotti “senza lattosio”, invece, sono meno numerosi – rappresentano il 2,7% del totale delle referenze alimentari – ma hanno fatto registrare una maggiore dinamicità rispetto al “senza glutine”, con un aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente.

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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2 Commenti

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    La bolla del “senza” doveva prima o poi scoppiare, perché i consumatori sono facili da suggestionare ma sono anche facili da disamorare, e se sono pronti a correre dietro alla moda del “senza glutine” scoprendosi all’improvviso celiaci o allergici a milioni (magari grazie a uno dei tanti test fasulli nati contemporaneamente alla moda del senza glutine) sono altrettanto veloci nello scoprirsi famelici consumatori di questo o quell’altro inutile semino o spezia ben pubblicizzato.

    Scoperto che il “palma” non è il diavolo (è un grasso persino meno nocivo del burro, e distrugge oto volte meno foresta della soia), che “senza glutammato aggiunto” non significa assolutamente niente in quanto il glutammato è presente in modo massiccio nella maggior parte degli alimenti (soia e grana in testa), che “senza glutine” non è affatto equivalente a “dimagrante” o “più sano” il consumatore è pronto per correre dietro a una nuova moda, questa volta del “con”.

    Anche il “senza zuccheri” ha senso solo se veramente non sono presenti saccarosio, glucosio, fruttosio… condizione che implica la dolcificazione con stevia, aspartame o altri dolcificanti: perché se la dizione è “senza zuccheri aggiunti” il prodotto può comunque essere ricchissimo dei suoi zuccheri naturali, e se è “zuccherato naturalmente con [succo d’agave, mosto cotto, succo di mela…]” gli zuccheri ci sono esattamente come se ce li avessero versati a palettate dal sacco della raffineria, sono solo stati introdotti sotto mentite spoglie.

    Servirebbe una maggiore educazione alimentare, che spiegasse al consumatore che il davanti dell’etichetta è bello da vedere ma ingannevole, ma è sul retro che (a saperle e volerle leggere) ci sono le sorprese e che, ops, il prodotto “senza questo” e il prodotto “con questo” in genere differiscono dall’analogo prodotto privo di strilli in etichetta per delle percentuali del tutto insignificanti: eccetto che per il prezzo, per il quale un prodotto “senza/con” spesso arriva a raddoppiare rispetto al “normale”.

    Potrebbe essere d’aiuto un’etichetta unificata obbligatoria come l’italiana “a batteria”, enormemente più completa di quella “a semaforo” prediletta dall’industria (perché non piazza in bella vista un generico “semaforo verde” ma analizza tutti i componenti e li valuta singolarmente), e necessita solo di una grafica più accattivante (a colori, invece dello spento e poco leggibile azzurrino) e di un riferimento fisso imposto a 100 grammi di prodotto anziché a una “porzione” di fantasia scelta secondo il proprio comodo da ogni singolo produttore.

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    Le tabelle nutrizionali sono per legge riferite a 100 g; è facoltà del commercializzatore espliciitrae anche quella per porzione (la cui quantità è a sua discrezione).
    Ribadisco che per legge i dolcificanti sono quelli come saccarosio, glucosio fruttosio mentre gli edulcoranti sono additivi che devono essere consentiti (la stevia non lo è, solo gli steviosidi).