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Il disastro ambientale dei biocombustibili. Reportage del New York Times Magazine sulla deforestazione causata dall’olio di palma

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L’olio di palma doveva aiutare a salvare il pianeta. Invece ha scatenato una catastrofe”. È il titolo di un reportage del New York Times Magazine dall’isola indonesiana del Borneo, da dove racconta le conseguenze della scelta fatta nel 2007 dagli Stati Uniti, quando decisero di puntare sui carburanti vegetali per diminuire le emissioni inquinanti prodotti da diesel e benzina e ridurre la dipendenza dal petrolio. Buone intenzioni, a cui si unirono ben presto gli altri paesi occidentali, frutto di un calcolo sbagliato. La produzione di biodiesel negli Usa è passata dai 950 milioni di litri del 2007 a circa 5,7 miliardi di litri nel 2016. Le importazioni sono passate da quasi zero a oltre 380 milioni di litri al mese, portando a una deforestazione su scala industriale e a un enorme picco di emissioni di carbonio.

Infatti, scrive il magazine statunitense, le leggi a favore dei biocombustibili sono state elaborate sulla base di una contabilità incompleta dei veri costi ambientali. Nonostante vi fosse chi avvertiva che avrebbero potuto avere un effetto opposto a quello previsto, sono state comunque implementate, producendo quella che ora appare come una calamità con conseguenze globali.

Le foreste pluviali tropicali dell’Indonesia, in particolare le regioni delle torbiere del Borneo, e quelle della Malesia hanno grandi quantità di carbonio intrappolato all’interno degli alberi e del suolo. Tagliare e bruciare le foreste esistenti per far posto alla coltivazione delle palme da olio ha avuto un effetto perverso: ha fatto sì che fosse rilasciato più carbonio rispetto ai combustibili tradizionali. Molto di più.

Infatti, in risposta alle politiche statunitensi sui biocombustibili, che non potevano essere soddisfatte con le sole colture di soia negli Usa, in Indonesia le banche statali e regionali concessero prestiti per oltre otto miliardi di dollari a progetti di sviluppo legati all’olio di palma, che prevedevano la conversione di oltre 13 milioni di acri di foresta alla coltivazione industriale di palme da olio. La realizzazione di quei progetti di deforestazione è stata accompagnata da una corruzione endemica, da violenze armate nei confronti delle popolazioni locali e da abusi nei confronti dei lavoratori impiegati nelle piantagioni.

Quello che nel 2007 appariva come uno sforzo americano per diminuire le emissione di CO2 e contribuire a salvare il pianeta si è trasformato esattamente nel suo opposto.

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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Un commento

  1. Buongiorno.
    Purtroppo l’olio di palma è solo una delle cause della deforestazione nel mondo.Olio di palma e cioccolato sono gli ingredienti principali di tante merendine, e dolci in generale, che abbondante spazio trovano nei banchi dei supermercati.
    Vale la pena di chiedersi se non sia il caso di intervenire in modo drastico e più diretto, ovvero concordando dei limiti con i principali paesi produttori (a fronte, magari, di aiuti economici per quelli più poveri) allo scopo di limitare la distruzione di massa degli ambienti naturali.
    E poi di imporre dei limiti di produzione (ma questo varrebbe per tutto, carne compresa) anche alle stesse aziende, perché non si può distruggere il pianeta per inondare i supermercati di barrette di cioccolato, cioccolatini, caramelle, biscotti ecc.
    Non si può non fissare un tetto alla produzione mondiale, quando questa, allo stato attuale, comporta spreco di risorse e distruzione dell’ambiente.
    La tassa sugli zuccheri potrà essere anche uno strumento, ma non può essere l’unico.
    Bisogna intervenire più direttamente.

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