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L’olio di palma porta benessere in pochi casi, più spesso aumenta le disuguaglianze sociali e di genere

olio di palma Oil palm fruit and cooking oilA partire dalla seconda metà del Novecento, la produzione di olio di palma è cresciuta esponenzialmente, via via che emergevano le indiscusse qualità di questo grasso come ingrediente alimentare, cosmetico e farmaceutico, ma anche come componente di detergenti e, soprattutto, biocarburanti. Per quanto riguarda il cibo, fino a pochi anni fa, era presente in innumerevoli prodotti come quelli da forno, le creme, i gelati, le margarine e il cioccolato. In Italia dopo la campagna portata avanti dal nostro sito la presenza nei prodotti alimentari si è ridotta drasticamente. Ancora oggi, si stima che nel mondo l’olio di palma costituisca, da solo, circa il 35% di tutti gli oli vegetali usati per i più diversi scopi. 

Negli anni, tuttavia, è diventato sempre più chiaro che l’estensione delle piantagioni di palme da olio comporta un prezzo molto elevato, da diversi punti di vista. Le conseguenze più evidenti sono quelle ambientali, perché per creare nuove coltivazioni sono state disboscate aree immense di foreste tropicali, soprattutto – ma non solo – nel Sud Est asiatico. Gli impatti di questo tipo sono stati mostrati e quantificati in decine di ricerche. Ciò che è stato meno studiato, però, è l’aspetto economico e sociale di questa coltura che, per le sue dimensioni, ha inciso profondamente sulla vita di milioni di persone, e continua a farlo.

Palm oil plantation
Un gruppo di ricercatori italiani ha esaminato gli effetti delle piantagioni di palme da olio sulle condizioni socio-economiche delle popolazioni locali

Per comprendere meglio tali risvolti, un gruppo di ricercatori italiani del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici di Viterbo ha effettuato una metanalisi sulla letteratura scientifica degli ultimi dieci anni, e ha trovato 82 studi che hanno affrontato le conseguenze dell’arrivo delle piantagioni sulla vita delle persone. Come hanno poi riferito su Environmental Research Letters, per avere un riferimento omogeneo e chiaro, hanno messo in relazione quanto emerso dai vari studi con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG) e, in particolare, con gli otto punti focalizzati proprio sulle dimensioni sociali ed economiche. 

Pur essendoci dati di vario tipo, alcuni positivi, altri negativi, altri ancora in contraddizione all’interno dello stesso studio, il risultato è stato che, da un punto di vista generale, le coltivazioni di palme hanno portato benessere alle popolazioni interessate, contribuendo alla riduzione della povertà e all’ampliamento dell’accesso al cibo. Tuttavia, analizzando i dati alla luce degli obiettivi dell’Onu più specifici, si è visto che in molte zone esse hanno esacerbato le disuguaglianze sociali e di genere, soprattutto innescando conflitti per la proprietà, contesa tra grandi multinazionali e piccoli coltivatori locali. Inoltre, troppo spesso la crescita economica non è stata ottenuta rispettando i lavoratori né garantendo condizioni di lavoro che la stessa Onu definisce ‘dignitose’. Il  lavoro dei raccoglitori è ancora oggi quasi sempre molto duro, estenuante, protratto per un numero eccessivo di ore ogni giorno. Ore durante le quali tutti, bambini compresi, sono esposti, quasi sempre senza protezioni, a sostanze chimiche pericolose che, oltretutto, restano nell’ambiente a contaminare le poche terre rimaste a quegli stessi lavoratori. Infine, manco a dirlo, il guadagno, per loro, è minimo. E non è tutto. Entrare in sistemi economici di mercato, per chi prima viveva di agricoltura di sussistenza, ha un costo sociale molto elevato: se da una parte il cibo è sempre disponibile, dall’altra viene meno la loro autosufficienza. Le popolazioni locali, una volta entrate nella globalizzazione, sono costrette a rivolgersi al mercato anche quando non possono permetterselo. Questo aumenta le disuguaglianze sociali e crea nuovi poveri.

La buona notizia, in uno scenario che resta preoccupante, è che stanno aumentando le filiere sostenibili certificate che, ormai, secondo il Rspo (Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile) rappresentano il 19% del totale, e queste riescono a garantire anche benefici sociali ed economici alle popolazioni locali. Quando la produzione è di questo tipo, concludono i ricercatori, è più facile che si raggiungano alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile quali l’aumento della qualità dell’istruzione e il miglioramento della salute perché migliorano le condizioni di lavoro e i guadagni per i lavoratori, così come le infrastrutture e tutti i servizi. Se proprio non se ne può fare a meno, quindi, sarebbe opportuno cercare di utilizzare solo prodotti realizzati con olio di palma proveniente da filiere sostenibili certificate.

© Riproduzione riservata Foto: Fotolia, iStock

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

giornalista scientifica

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2 Commenti

  1. sarebbe più corretto limitare la produzione mondiale di olio di palma, dato che, secondo questi studi, solo il 19% risulta esserne sostenibile, informando maggiormente i consumatori sui problemi da essa recata all’ambiente e alla salute.

  2. Articolo che chiarisce come il problema dell’Olio di Palma è innanzitutto un problema di “sostenibilità” ambientale e sociale e non solo, come spesso travisato, un problema di salubrità del prodotto!