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Olio di oliva dalla Tunisia: non è il diavolo. Riflessioni su una vicenda gonfiata ad arte per far perdere di vista le vere criticità del settore

olio di oliva extravergine
La protesta contro l’olio di oliva dalla Tunisia non trova giustificazioni valide

Di seguito pubblichiamo la lettera di Maurizio Agostino, dell’Associazione ABC, Agricoltura Biologica in Calabria, che di fronte alla tempesta mediatica esplosa contro le importazioni di olio di oliva dalla Tunisia, ha voluto condividere con Il Fatto Alimentare alcune riflessioni sull’argomento, fuori dal coro nazionalista che ha accompagnato la vicenda.

Caro Direttore,

si sentono ancora gli echi della tempesta mediatica che si è scatenata per la decisione presa dal Parlamento Europeo sull’importazione senza dazi di una quota aggiuntiva di 35 mila tonnellate di olio di oliva dalla Tunisia. Si tratta, in verità, di un provvedimento di cooperazione allo sviluppo, posto che la filiera olivicola rimane oggi una delle poche attività che in quel paese può determinare crescita economica e stabilità democratica. Eventualità auspicabili anche per noi. Ma tant’è… questa motivazione non ha placato le ire dei rappresentanti delle organizzazioni olivicole di carta, di grandi esperti di olio, chef e politici “anti-tutto”.

Fra i tanti che oggi gridano allo scandalo ci sono quelli che davanti alle scene di migliaia di donne, bambini ed uomini in fuga da ogni terra martoriata dalla guerra e dalla fame, si scagliano contro le azioni di accoglienza umanitaria e urlano “aiutiamoli a casa loro!”. Ecco oggi questa quota di importazione è un gesto concreto di aiuto! Ma la serietà e la coerenza non sono qualità che abbondano di questi tempi.

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In diversi richiamano rischi su legalità e sicurezza dei prodotti.

La forsennata protesta non trova giustificazione nemmeno nei numeri macroeconomici. La quota autorizzata per l’importazione ammonta a circa 100-120 milioni di euro, a fronte di più di 8 miliardi di euro di consumi complessivi! Solo in Italia si produce annualmente olio per circa 300 mila tonnellate, con un valore di oltre un miliardo di euro. Ne consumiamo almeno il doppio (Istat, 2014) e ne esportiamo 300-350 mila (Eurostat, 2014). Quindi l’Italia ogni anno importa oltre 600 mila tonnellate, soprattutto da Spagna e Grecia. Un volume di affari di oltre 1 miliardo di euro. La maggior parte delle transazioni import/export di olio di oliva nell’UE avvengono fuori dal regime doganale. Per intenderci una centrale di imbottigliamento di oli di oliva in Italia che importa direttamente olio extra europeo e lo confeziona per rivenderlo poi fuori dalla stessa Europa, opera senza dazio. È qui che si dovrebbe ragionare di più e pensare strategie concrete di intervento…

Insomma la nuova quota autorizzata per l’olio Tunisino è del tutto marginale nell’ambito dell’import/export del settore e non andrà certo a modificare quella che è la situazione del comparto olivicolo italiano ed europeo.

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La quota autorizzata di olio Tunisino è del tutto marginale per l’import/export

In diversi richiamano anche rischi su legalità e sicurezza dei prodotti. Ma l’ingresso di prodotto irregolare viene favorito proprio dalle limitazioni alle frontiere. Aumentando le possibilità di importazione legale, si accrescono invece le possibilità di azione dei canali ufficiali di controllo. Ma poi, chi sono i protagonisti delle sofisticazioni e delle frodi? I produttori Tunisini o pezzi deviati delle filiere del continente europeo?

Nella sola regione Calabria ogni anno vengono erogati contributi Europei diretti ai redditi agricoli per un ammontare di circa 100 milioni di euro e gran parte sono riferibili ad attività olivicole. Sono derivazioni dei regimi di aiuto Europeo alla produzione olivicola che, dagli anni ‘70, hanno “sostenuto” il comparto. Senza però evitare tanti fenomeni di drenaggio smisurato di risorse pubbliche (leggi “Modelli F”), corruzione e malaffare. Quelli che sono i titoli di oggi, sono il risultato anche di questi fenomeni di un tempo, impossibili da scovare e sradicare alla luce del sole (sic!).

Dal 2006 ad oggi solo in Italia sono stati spesi decine e decine di milioni di euro per progetti destinati alle organizzazioni olivicole per “monitoraggio, tracciabilità della qualità dell’olio d’oliva e diffusione delle informazioni”.

A fronte di queste ingenti risorse pubbliche sovvengono tante domande. Qual è stata la ricaduta in produzioni olivicole di qualità e competitive? Quanto olio extravergine di oliva è stato realmente caratterizzato e certificato al consumatore? C’è una riduzione degli impieghi di mezzi chimici di sintesi che può essere dimostrata? In assenza di una risposta a queste domande, nulla possiamo dire e imputare in fatto di qualità degli oli ai nostri amici tunisini, che di contributi pubblici come i nostri non ne hanno! Serve un diverso approfondimento in materia di sviluppo olivicolo, dalla produzione in campo fino al post-consumo. Dobbiamo per forza di cose avere il coraggio di guardare oltre il nostro ombelico, per esempio allo scenario mondiale dei prossimi 20 anni.

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La filiera olivicola è una delle poche attività in Tunisia che può determinare crescita economica e stabilità democratica

In questa situazione il comparto si dovrà confrontare con una tendenza dei consumi mondiali dell’olio di oliva in espansione, più di quanto succederà a casa nostra (che di olio ne consumiamo già molto). Infatti vi sono altre aree del pianeta che stanno convertendosi alla coltivazione olivicola (Australia, Sudamerica, Cina…), in aggiunta ai tradizionali oliveti del Bacino Mediterraneo.

Allora logica vorrebbe che invece di considerare a priori come propri nemici o antagonisti i nostri dirimpettai Tunisini (o Marocchini, Algerini e via dicendo), si possa stabilire con questi una politica cooperativa di caratterizzazione qualitativa dei tanti oli di oliva, ognuno con la sua storia e le sue peculiarità, ma con una comune identità di riferimento data dal nostro mare comune. È l’identità del prodotto, improntata su principi di rispetto dell’ambiente, della salute e della dignità delle persone, che può far da base a una corretta informazione dei consumatori e determinare lo sviluppo della nostra olivicoltura, insieme a quella dei popoli a noi vicini. Olio extravergine biologico, tipico, solidale (quindi anti ‘ndrangheta o mafia che sia), con il giusto prezzo, nutraceutico, da oliveti secolari (o comunque di un paesaggio di pregio)… Sono questi i veri argomenti che abbiamo per arginare gli interessi dell’industria, della distribuzione (GDO) e delle multinazionali, che proprio sulle divisioni fra i produttori agricoli fondano le loro strategie di produzione distruttive e anonime, a vantaggio solo dei loro profitti.

E da operatori del settore dovremmo proprio augurarci che sia proprio una buona produzione di olio di oliva a dare finalmente inizio alla pace, alla prosperità e alla coesistenza di tutti i popoli del Mediterraneo!

Maurizio Agostino (Associazione ABC, Agricoltura Biologica in Calabria), Sant’Onofrio (VV), lì 23.03.2016

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8 Commenti

  1. Avatar

    Mah,,,,, uno,,,,,,,, strano articolo.non sono affatto convinto che una importazione cosi ‘ “selvaggia” non danneggi i nostri produttori di olio onesti. Articolo troppo rassicurante e forse,,,, di parte,,,,,

    • Avatar

      Credo che, forse, si dovrebbe collaborare coi Paesi del bacino mediterraneo affinchè producano seguendo disciplinari simili ai nostri, almeno evitando l’uso di pesticidi et sim. proibiti in casa nostra: questo sarebbe “collaborare” nel vero senso del termine, altrimenti…altro che Brancaleone!

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    roberto pinton

    Condivido le considerazioni di Maurizio Agostino.

    La sospensione temporanea del dazio sull’olio extra vergine tunisino non danneggia affatto gli olivicoltori italiani, al più danneggia (poco, come spiega l’interventi dettagliando schematicamente le quantità) i produttori spagnoli e greci che da sempre vendono in Italia, dato che la produzione italiana non basta per il consumo interno (un po’ come il grano duro: nin ne produciamo a sufficienza per produrre la pasta che consumiamo, è inutile strepitare che non dobbiano importare grano duro).

    Chi parla (non qui, ma in sede politica: sul web ci so dozzine di interbenti infuocati) di schiaffo ai produttori italiani e di ecatombe dell’olivicoltura nazionale lo fa strumentalmente (se sa di cosa parla) o del tutto a vanvera (se non lo sa, ma vuol dir la sua ugualmente).

    Altri sono i problemi dell’olivicoltura nazionale.
    Anche le ingenti risorse che da mezzo secolo si accaparrano le associazioni olivicole, senza produrre alcun risultato apprezzabile se non l’occasionale strillo “mamma li turchi”, ma soprattutto la scelta dei consumatori (anche di quelli che sembrano voler difendere i produttori italiani contestando ora la decisione europea) di cercare in supermercato olio extra vergine intorno ai tre EUR (questo mese Adiconsum comprende nella sua “Tabella della convenienza” extra vergine da 3.29 EU/litro).

    Acquistare un prodotto a un prezzo assai inferiore a quello che questo prodotto costa coltivare, raccogliere, trasformare, imbottigliare, inscatolare e trasportare nei punti vendita non è “convenienza” e non è, certamente, sostenere la produzione nazionale.

    Un modo per far sì che più agricoltori italiani seminino grano duro o piantino oliveti?
    Esser pronti a pagare un prezzo che renda loro economicamente sostenibile tali produzioni e smetterla di considerare più “conveniente” dell’olio a 3.29 EUR/litro: a questo prezzo l’olio non può che esser tunisino (o marocchino, turco, spagnolo, greco…).

    Ma non si conti sul fatto che, aumentando la produzione, i prezzi scendano in misura avvertibile: i prezzi della manodopera sono incomprimibili, a meno che non si preferisca un olio sì “conveniente”, ma raccolto da schiavi senza diritti che dormono lungo le scoline.

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      Condivisibili molte affermazioni etiche e filosofiche sia dell’articolo che di questo commento, ma vorrei riflettere su alcuni semplici ma interessanti aspetti:

      1) I dati macroeconomici evidenziano che le importazioni di olio tunisino sono più del 10% circa della produzione nazionale, ed è una quantità importante considerando che ha un costo nettamente inferiore.

      2) La produzione nazionale non è sufficiente a soddisfare i consumi. Ma Perchè? Non abbiamo spazio a sufficienza per gli ulivi? o perché con l’importazione di olio a prezzi più bassi si induce un’abbassamento dei prezzi nazionali al produttore che di conseguenza riduce lo sviluppo del settore? In questa situazione il comparto non si allarga perché bisogna raggiungere economie di scala rilevanti per avere dei margini: quindi meno produttori e meno olio nazionale a prezzi concorrenziali. Le esportazioni di olio italiano sono una conseguenza di tutto questo, e non la causa!!!

      3)Aprirsi liberamente al mercato internazionale per determinati comparti economici è deleterio per un paese. Questi comparti in genere sono quelli dove si ha un grado di occupazione importante e un costo di filiera nettamente superiore a quello di paesi esteri esportatori.

      Finisco con un meraviglioso esempio di un caro amico: Proviamo a paragonare il paese ad una famiglia che vive sotto lo stesso tetto, dove ognuno collabora reciprocamente per il sostentamento dei vari componenti. Uno dei fratelli lava la macchina al papà e falcia l’erba e in cambio riceve una paghetta che spende per comprare i vestiti al fratellino più piccolo (dalla mamma che fa la sarta), e per comprare da mangiare (dalla sorella che ha un supermercato). Ora un bel giorno il papà decide di far tagliare l’erba ad un altra persona che abita in un altra casa, perché gli costa di meno. Cosa succede? che il fratellino non si veste più e la sorella non vende più alimenti e la mamma non fa più la sarta (e non esportano vestiti e cibo nell’altra famiglia perché troppo cari!) ma tanto il padre ha la macchina pulita e il prato in ordine ad un costo inferiore…economicamente vantaggioso no?
      Questo per far capire come i flussi di distribuzione del reddito siano più importanti della bilancia di un Paese. I vari accordi internazionali mirano ad abbassare le barriere…ma per un paese che ne trae vantaggio ce n’è un’altro che ci va male!

      Ah, se da domani l’Europa non erogasse più i contributi alla produzione agricola…addio al 50% degli agricoltori d’Italia, lo sapete si?

      Ben venga il commercio internazionale, ma non per tutto.

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      Completamente d’accordo. E’ questa la pura e semplice verità. Al netto di tanti starnazzamenti senza alcun fondamento reale.

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    condivido molto l’articolo di Agostino e di Pinton.
    Da consumatrice vorrei maggior chiarezza sulla provenienza dell’olio in modo che ognuno sia libero di decidere come vuole ,coscientemente .
    Sicuramente investire nella produzione “mediterranea” dell’EVO è auspicabile per i molteplici benefici che un corretto utilizzo di questo ingrediente comporta.
    Più se ne importa legalmente migliore sono i controlli .
    Vorrei anche nominare l’utilità dell’olio di oliva nella produzione di prodotti cosmetici e non solo,chissà a quanto ammonta questo comparto ????
    Insomma di spazio in prospettiva ce ne sarà per tutti sempre più ,a patto che si riconosca meglio la provenienza e le qualità dell’olio utilizzato

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    Renato Delfiol

    Non sono un esperto del settore e quindi faccio solo una considerazione dal punto di vista del consumatore. Personalmente non credo che l’olio tunisino (o greco) debba per forza essere peggiore di quello italiano. Che diano fatti dei disciplinari comuni mi sta bene, anche se non credo che in Tunisia o in Grecia il problema siano i pesticidi. Ho l’impressione che lì si tratti di olivicoltura estensiva e i pesticidi costano. Se poi serve ad aiutare un Paese in difficoltà, ben venga. L’olio italiano di qualità ha un prezzo insostenibile per il consumatore comune e quello che va all’industria, giù per su, è equivalente.

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    Giuseppe Pastori

    In parziale risposta a Sergio Z 010416 – In merito al punto 2 del tuo commento dobbiamo però smettere di tirare la coperta da una parte o dall’altra, perché riguardo al territorio italiano (per come è la nostra morfologia) non ci possiamo coprire in modo assoluto sulla produzione nazionale SE…
    Parliamo di grano duro, parliamo di olio, parliamo di allevamenti, ecc, e ogni volta affermiamo che se avessimo più spazio da dedicare per ciascuna tipologia di prodotto in modo esclusivo saremmo autosufficienti, però è questo il punto, le filiere sono differenti e ciascuna con la propria peculiarità.
    Ma resta il dato di fatto che il mercato consuma di più di quello che produce: per l’olio, per la carne, i salumi, la pasta.
    E io sono parzialmente d’accordo che il prezzo di mercato a 3.29 €/l, come riferisce Pinton, sia fuori dai criteri di produzione italiani, ma io personalmente di spenderne 20 al l (come qualche altro indignato esponente della filiera olivicola ha affermato essere il valore di riferimento della produzione di qualità italiana, di ottimi produttori di qualità ma di poche migliaia di bottiglia prodotte) non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello, considerando le capacità di spesa generali della mia famiglia.