Tra riconoscimento giuridico e boom dei farmaci agonisti del GLP-1, il dibattito su cosa significhi davvero definire l’obesità come malattia
L’Italia è stata il primo Paese a riconoscere per legge l’obesità come malattia, una decisione apprezzata da chi combatte con l’eccesso di peso e le sue conseguenze sulla salute. Ma oggi di obesità si parla soprattutto a proposito dei farmaci agonisti del recettore GLP-1, come la semaglutide nelle diverse formulazioni, nati per il trattamento del diabete di tipo 2 e oggi utilizzati per perdere peso. E sempre più diffusi nonostante il costo, e il fatto che probabilmente per mantenere il risultato dovrebbero essere assunti a vita. Ne abbiamo parlato con Roberta Villa, divulgatrice scientifica e scrittrice, che ha anche affrontato più volte il tema sulla sua newsletter Fosforo e miele.
L’obesità è una malattia?
“Intanto è un problema di principio: non si dovrebbe definire una malattia in base ai farmaci che esistono per trattarla, mentre qui la sensazione è che l’attenzione a questo tema vada di pari passo con la disponibilità di terapie”, sottolinea Villa. E in effetti, la regione Lombardia ha già annunciato di aver intenzione di proporre i farmaci a prezzo calmierato ad alcune fasce di pazienti. “Non mi convince l’idea che definire l’obesità una malattia serva a combattere lo stigma, con una logica opposta a quella seguita per molte altre condizioni, – aggiunge Villa. – È giusto dire che essere obesi non è una colpa, ma questo non significa negare che esista un rapporto di causa ed effetto tra peso corporeo e comportamenti, per quanto questi siano indotti o favoriti da molti fattori esterni: a parte casi eccezionali legati a sindromi genetiche, l’obesità dipende da uno squilibrio tra calorie assunte e consumi energetici”.

Gli effetti di una società obesogena
E visto che fino a qualche decennio fa l’obesità era assai meno diffusa, è proprio su questo squilibrio che dobbiamo intervenire: “Il problema è che oggi viviamo in una società obesogena, non facciamo più lavori faticosi e siamo martellati da offerte di cibo ipercalorico, – prosegue l’esperta. – E di fronte a tutto questo trovo ipocrita blandire i pazienti negando le basi fisiologiche dell’aumento di peso, descritto come una fatalità contro cui non si possa far altro che assumere farmaci”. Questo approccio emerge anche dalla definizione dell’obesità “che l’OMS descrive come malattia cronica e recidivante, mentre il nostro governo ha aggiunto il termine progressiva, che si usa per le malattie degenerative, – sottolinea Villa. – Questa definizione dà alla malattia un senso di ineluttabilità che non è certo utile, oltre ad essere poco corretta, perché per quanto sia difficile ci sono obesi che perdono peso senza recuperarlo”.
I nuovi criteri diagnostici
E anche la comunità scientifica non è del tutto concorde sul definire l’obesità una malattia o un fattore di rischio: “Sappiamo che una persona può essere obesa e avere gli esami a posto e nessun disturbo, anche se si tratta di un fattore di rischio importante”, ricorda Villa. Tanto che lo scorso anno The Lancet ha ridisegnato i criteri per definire l’obesità – prendendo in esame oltre all’indice di massa corporea (IMC), il giro vita e la massa muscolare – e distinguendo tra l’obesità clinica, che in quanto tale provoca danni alla salute, come dolori articolari, problemi respiratori o depressione, e un’obesità preclinica.
“Una distinzione importante anche per capire chi avrebbe diritto alle terapie, – ricorda Villa, – perché se per l’obesità clinica si dovrebbe definire una possibilità di intervento medico anche a carico del servizio pubblico, per le forme precliniche si dovrebbe pensare soprattutto ad azioni sullo stile di vita”. Che sono comunque necessarie per tutti: “I farmaci possono servire a rompere un circolo vizioso, dare lo slancio per ripartire ma devono comunque essere accompagnati da un programma nutrizionale e di attività fisica”.

Intanto perché pensare di curare tutti con i farmaci non è economicamente sostenibile, anche se è probabile che in futuro i prezzi diminuiscano, “ma anche perché non ha senso pensare di medicalizzare in questo modo tutta la società, – spiega Villa, – Questi farmaci sono ben tollerati, ma più si diffonderanno più potrebbero emergere effetti indesiderati. Inoltre, gli studi più recenti tra cui quello pubblicato dal British Medical Journal segnalano che una volta sospesa la terapia è probabile riprendere peso, come succede anche per la chirurgia bariatrica”.
La vera emergenza è l’obesità infantile
Resta il fatto che un intervento chirurgico – che con le nuove norme potrebbe essere inserito nei LEA per alcuni pazienti – è qualcosa che non si affronta a cuor leggero, mentre i farmaci sono spesso visti come una scorciatoia per perdere qualche chilo di troppo. “E questo è sbagliato, – sottolinea Villa, – in Italia poi abbiamo una situazione diversa rispetto agli Stati Uniti, con pochi grandi obesi tra gli adulti”.
Siamo invece ai primi posti in Europa per l’obesità infantile, per la quale più che con le cure si dovrebbe intervenire sulla prevenzione e gli stili di vita. “Che significa promuovere un’alimentazione corretta e attività fisica”, ricorda l’esperta. Garantire che i distributori presenti nelle scuole forniscano snack sani ma anche gustosi, favorire dove possibile il tragitto a piedi per andare a scuola – i cosiddetti pedibus già diffusi in molte città – creare campetti e spazi verdi, oltre che disincentivare l’uso dell’automobile: “Camminare è gratis e assicura benefici enormi, – conclude Villa. – Non dimentichiamo che l’attività fisica, oltre a combattere l’obesità, garantisce una salute migliore anche su tanti altri fronti”.
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