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Nocciole: Ferrero vuole ampliare la produzione italiana, ma non tutti sono d’accordo

hazelnutÈ il 2018 quando la multinazionale italiana Ferrero lancia il “Progetto nocciola Italia”, un piano agroindustriale che prevede un aumento entro il 2025 di 20 mila ettari di nuove piantagioni di noccioleto da aggiungere agli oltre 70 mila ettari già presenti con l’obiettivo di utilizzare una produzione corilicola 100% italiana. Con questo programma, l’azienda vuole ridurre la quota acquistata all’estero e accorciare la catena di approvvigionamento. Questa scelta è stata fatta anche se l’Italia è il secondo produttore di nocciole al mondo, dopo la Turchia che registra una quantità pari a 710 mila tonnellate, a fronte delle 165 mila italiane.

Il progetto promosso da Ferrero Hazelnut Company, la divisione interna del Gruppo Ferrero interamente dedicata alla nocciola, è rivolto sia ai grandi produttori singoli sia ad associazioni di coltivatori. Per accedere al contratto, è necessario avere a disposizione un target iniziale di 100 ettari che, per essere remunerativi, devono arrivare ad almeno 500 in cinque anni. Del prodotto ottenuto, Ferrero si impegna ad acquistare sino al 2037  il 75% del raccolto, il cui prezzo è calcolato in base alla media tra il listino italiano e quello turco, più una serie di bonus che dipendono dall’adattabilità, produttività, pelabilità, rotondità e fragranza delle nocciole. Qualora il mercato non andasse bene a causa della contrazione del mercato turco, Ferrero garantisce un prezzo minimo di acquisto pari a 1,94 €/kg (a fronte di una media di € 2,5). Per evitare eventuali “salti nel buio”, l’azienda dichiara di mettere a disposizione le proprie competenze, oltre ad assicurare la già citata garanzia d’acquisto, gli strumenti tecnologici per la gestione delle piantagioni e un’attività di consulenza e assistenza tecnica con l’istituzione di seminari di formazione per la corretta gestione.

Dal 2018 Ferrero è impegnata in un progetto agroindustriale per l’espansione della produzione italiana di nocciole

Seppur le condizioni dettate da Ferrero possano sembrare particolarmente favorevoli, è necessario tenere conto di due fattori importanti. Il primo riguarda il fatto che i noccioleti ci impiegano cinque anni per dare i primi frutti e per questo motivo l’accesso al progetto è previsto attraverso un prestito bancario che funzioni da pre ammortamento. Chi desidera aderire, deve dunque chiedere soldi in prestito da restituire solo dopo la prima raccolta. Il secondo punto affronta la questione legata alla messa a rischio della biodiversità del territorio e della salute delle persone legate all’avanzare della coltivazione esclusiva della nocciola – così come qualsiasi altro tipo di monocoltura. Un’eco importante rispetto a quest’ultima questione è stata data dalla regista Alice Rohrwacher che, insieme all’artista francese JR, ha diretto Omelia contadina.

Il cortometraggio, presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2020, mette in scena le preoccupazioni rispetto alla distruzione del paesaggio agrario dell’altopiano dell’Alfina, violato dal proliferare di monocolture intensive. Il territorio dell’altopiano dell’Alfina si estende sul confine tra Umbria, Lazio e Toscana, in particolare si trova a nord di Viterbo (nella Tuscia viterbese), dopo il Lago di Bolsena, nella cui provincia si producono 45 mila tonnellate annue di nocciole. Dal 2018 l’area della Tuscia ha visto sorgere diversi campi legati al “Progetto nocciola Italia”, uno sviluppo, quest’ultimo, osteggiato da diverse realtà tra cui l’Osservatorio Ambientale del Lago di Bolsena e l’Isde, l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente.

Ormai da tempo, l’Osservatorio manifesta una certa preoccupazione sul fatto che il Lago di Bolsena rischia di fare la fine di quello di Vico. Situato nel Viterbese, il Lago di Vico ha visto alterare il suo equilibrio a causa dell’eccessiva quantità di sostanze nutrienti utilizzate per concimare i terreni destinati ad agricoltura intensiva che si estendono nelle vicinanze. I fosfati e gli azotati che hanno raggiunto le acque del lago hanno innescato un fenomeno di eutrofizzazione: l’arricchimento del bacino idrico in sali nutritivi ha fatto sì che l’alga rossa si sviluppasse a dismisura riducendo l’ossigeno e dando luogo alla produzione di microcistine tossiche e cancerogene. L’acqua del lago – la cui qualità è inevitabilmente peggiorata – è quella utilizzata per irrigare i noccioleti limitrofi: in questo modo le nocciole rischiano di avere al loro interno la presenza di questa microcistina tossica.

Come spiegato da Antonella Litta dell’Isde al convegno “I Noccioli del problema” che ha avuto luogo a Orvieto nel 2019, l’esperienza del Lago di Vico è il frutto amaro dell’agricoltura intensiva, cioè quel tipo di agricoltura che trasforma la natura in una macchina produttrice. Nel rapporto 2020 “I tumori in provincia di Viterbo”, l’Isde Viterbo, davanti ai numeri particolarmente elevati di diagnosi oncologiche, ritiene necessaria una forte azione di prevenzione che non coincide solo con la diagnosi precoce, ma comprende la riduzione di tutte le fonti di esposizione a inquinanti ambientali tra cui “l’esposizione delle persone, in particolare dei bambini e delle donne in gravidanza ai pesticidi anche con interventi di contrasto all’espansione della monocoltura della nocciola e di altre monocolture estese”.

Oltre alle terre del Centro Italia, Ferrero punta anche al Sud per valorizzare la filiera corilicola. A giugno di quest’anno, è stato approvato uno schema di intesa tra il colosso di Alba e la Campania, quinta regione in Italia nella produzione di nocciole. Tale collaborazione suscita però nel Wwf alcune preoccupazioni connesse alla politica della multinazionale volta alla promozione della monocoltura con metodi di produzione industriale. Il timore è di assistere a una radicale trasformazione del paesaggio e a un impoverimento della biodiversità così come accaduto nella Tuscia.

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Roberto La Pira

  Francesca Faccini

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Un commento

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    Complimenti per l’articolo chiaro e approfondito.
    È necessario sottolineare che l’eutrofizzazione del lago di Vico ha compromesso anche la sua fauna ittica. Il coregone, specie pregiata che vive solo in acque salubri e ben ossigenate, si è ormai quasi estinta a causa dell’anossia al fondo del lago. Inoltre, in base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, nel coregone del lago di Vico sono state rilevate tossine fino a 38 volte superiori alla soglia consentita.
    Per il lago di Bolsena il coregone è una risorsa ittica molto importante. Decine di famiglie di pescatori vivono di questa risorsa e la loro preoccupazione è che l’eutrofizzazione rovini l’ecosistema lacustre e l’economia del territorio. Il lago di Vico ha un tempo di ricambio di circa vent’anni, ovvero un tempo teorico di deflusso completo della massa d’acqua molto lungo, troppo lungo per un suo eventuale ripristino, che richiederebbe decenni, ammesso che utopisticamente tutte le coltivazioni circostanti si trasformino in biologiche. Diversamente, benché il lago di Bolsena sia 30 volte più grande di Vico, e quindi con un degrado più lento, esso ha un tempo di ricambio di 300 anni, a causa del suo piccolissimo emissario (il fiume Marta) che non arriva più neanche al suo deflusso minimo vitale (DMV) per via dei prelievi idrici che hanno ormai superato la soglia massima consentita per la sopravvivenza del bacino. Per il lago di Bolsena il danno ambientale causato dall’aumento di impianti di noccioleti (coltura intensiva irrigua), che purtroppo si sta verificando, sarebbe irreversibile. Lo sviluppo dell’alga rossa determinerebbe un disastro ambientale di proporzioni colossali, con la compromissione per sempre della falda acquifera idropotabile, di cui il lago fa parte.

    C’è poi da evidenziare l’accordo tra Ferrero, Regione Lazio e Ismea che prevede l’incentivazione della coltura del nocciolo con lauti finanziamenti per 5 anni in regime biologico. Dopo 5 anni, quando le piante diventano produttive, quasi tutti gli impianti corilicoli nel Lazio si sono trasformati in convenzionali per poter vendere il prodotto (trattato con alti dosaggi di erbicidi e pesticidi) alle multinazionali. Nella Tuscia in particolare, migliaia e migliaia di ettari di monocoltura del nocciolo sono stati impiantati con gli incentivi destinati al biologico e ben il 95% sono passati al convenzionale. Si tratta di una vera e propria truffa che avvantaggia l’interesse economico di pochi a danno della biodiversità, della salute pubblica e dei veri agricoltori biologici. Chi percepisce e ha percepito tali incentivi dovrebbe essere obbligato a restare in regime biologico.

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