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L’acquacoltura ha cancellato la biodiversità dei molluschi lungo le coste cinesi

Le attività di acquacoltura e pesca hanno modificato in modo radicale la biodiversità dei molluschi lungo le coste cinesi: oggi sono presenti quasi solo le specie commerciali, senza differenze significative tra i diversi ambienti e senza neanche un effetto della latitudine, al punto che, lungo gli oltre 18 mila km di coste del Paese, l’uniformità è totale.

La scoperta arriva da uno studio sul campo, nel quale i ricercatori dell’Istituto reale olandese per la ricerca marina hanno campionato 21 siti lungo tutto il Paese, verificando in particolare le aree più densamente sfruttate e analizzando le popolazioni di bivalvi presenti. Ciò che hanno scoperto – e raccontato su Diversity and Distributions – è stato anche peggiore delle attese. Quasi ovunque (in 19 dei 21 siti campionati), dalle coste delle zone più tropicali del sud del Paese vicine alla città di Dongliaodao fino a quelle fangose dell’estremo nord della zona di Yalu Jiang ghiacciate per gran parte dell’anno (per almeno 2 mila km di lunghezza), le specie presenti sono sempre le stesse, meno di una decina. In alcuni casi una sola specie, la vongola Potamocorbula laevis, rappresenta il 95% del totale di tutti i molluschi presenti.

Distribuzione delle specie di molluschi commerciali e non lungo le coste della Cina (© He-Bo Peng)

Questa sconcertante uniformità, che si attenua solo in piccola parte per le specie non commerciali, è dovuta all’enorme richiesta di molluschi da parte dei consumatori cinesi, ma anche alla sparizione di alcuni predatori naturali come alcuni gamberetti, a loro volta pescati all’eccesso per rispondere a un mercato sempre più vorace e uniforme. E anche se l’enorme disponibilità di bivalvi è un vantaggio per decine di specie di uccelli che migrano dal nord e dalla Russia verso i Paesi più caldi, è evidente che lo squilibrio è preoccupante, che la mancanza di differenze tra zone poste a 20 gradi di latitudine di differenza non è normale, anche perché non se ne conoscono esattamente gli effetti sull’ecosistema e sul clima. 

L’impatto delle attività umane – concludono gli autori – dovrebbe essere studiato meglio, e tenuto in considerazione nei progetti di espansione commerciale, se si vuole continuare ad avere la possibilità di coltivare specie a scopi alimentari e non solo.

© Riproduzione riservata Foto: stock.adobe.com

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Roberto La Pira

  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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