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Microplastiche: spigole e i gamberetti sembrano sicuri. Le particelle non finiscono nel tessuto muscolare

Per chi ama mangiare pesce e crostacei c’è una buona notizia, almeno per quanto riguarda le spigole e i gamberetti: le microplastiche non vanno a finire nel tessuto muscolare, ma si fermano nell’apparato digerente o vengono espulse, e anche quando presenti non rappresentano una grave minaccia per la salute umana. Lo dimostrano due studi usciti negli stessi giorni, condotti in modo molto diverso, ma che giungono a conclusioni simili.

Nel primo, pubblicato sul Marine Pollution Bulletin, i ricercatori del Helmholtz Centre for Polar and Marine Research (AWI) tedesco hanno alimentato per 16 settimane delle giovani spigole (Dicentrarchus labrax) con mangime per pesci contenente farina d’avena, vitamine e olio di pesce con, in più, microplastiche rese fluorescenti, per poterne seguire il destino. Le particelle avevano un diametro compreso tra uno e cinque micron (millesimi di millimetro), analogo a quello delle microparticelle che si trovano nei mari, ma ciò che era straordinario era la loro concentrazione, aumentata oltremisura, per verificare gli scenari peggiori: alla fine del periodo le spigole avevano ingoiato 163 milioni di microplastiche.

In quel momento sono stati controllati diversi tessuti, dagli organi dell’apparato digerente come il fegato alle branchie, dai muscoli al sangue. Alla fine ciò che restava è stato dissolto con una soluzione caustica, per verificare che cosa si era annidato nei muscoli, e che era stato opportunamente filtrato e analizzato con strumenti elettronici ma anche con l’occhio dei ricercatori. E qui è arrivata la prima buona notizia: in 5 grammi di filetto, e quindi di muscolo, si ritrovano solo 1 o 2 microparticelle, e può anche darsi che queste poche arrivino dal sangue e non dal muscolo. Inoltre, lo sviluppo dei pesci non sembra essere influenzato dall’ingestione delle microplastiche.

microplastiche
Le microplastiche nei gamberetti probabilmente vengono eliminate subito

La seconda notizia è giunta invece dalla Spagna, dove i ricercatori della Universitat Autònoma de Barcelona hanno condotto una ricerca sul campo, cioè nelle acque spagnole antistanti Girona, Barcellona e Tarragona (nella zona del delta del fiume Ebro), concentrandosi sui gamberetti (Aristeus antennatus) durante il periodo 2017-2018 e confrontando poi alcuni campioni con altri prelevati dalle stesse zone dieci anni fa.

Come riferito su Environmental Pollution, il dato che è emerso subito è stata la pesante contaminazione dei gamberetti con materiali di origine antropogenica nell’apparato digerente quali le fibre, presenti in tre crostacei su quattro. In metà dei gamberetti, queste fibre avevano formato dei depositi indigeribili di forma sferica, e di dimensioni variabili anche di 30 volte a seconda della zona. Ma anche in questo caso c’erano elementi positivi: rispetto al 2007, non c’era stato un aumento significativo della quantità di fibre ingerite, ma solo un cambiamento nella composizione, con un calo dei polimeri acrilici e un aumento di poliestere, analogamente a quanto accaduto negli utilizzi umani più comuni.

Per quanto riguarda la salute dei crostacei, poi, nessuna conseguenza evidente e nessun effetto osservabile nei tessuti, anche in questo caso controllati estesamente. Secondo gli autori, le fibre probabilmente vengono eliminate subito, e questo avviene sempre tranne che nei momenti in cui l’esoscheletro ha delle fenditure; in quel caso si accumulano per finire poi nello stomaco, ma non in modo che possa destare preoccupazione per chi poi ne mangia le carni. L’ingestione attraverso questa via, continuano, sarebbe inferiore – e di molto – a quella che arriva dall’ambiente, per esempio dall’aria o dal packaging degli alimenti. Secondo uno studio condotto in Gran Bretagna, ogni anno i cittadini britannici ne ingoiano tra le 16.000 e le 68.000 solo respirando, mentre ogni gamberetto, nello stomaco – cioè in una parte non mangiata – ne contiene in media 22. Lo studio sta continuando per verificare la situazione della triglia di fango (Mullus barbatus), e delle acciughe (Engraulis encrasicolus).

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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4 Commenti

  1. Avatar

    Bio-accumulo, bio-trasformazione e biomagnificazione, questa sembra quasi una parola poetica, sono oggetti di studio in colpevole ritardo ma a cui si stanno dedicando in tanti , non credo verranno fuori buone notizie ma chissà potrei anche sbagliare….certo che mangiare-sano è sempre più un percorso a ostacoli in cui è impossibile non accumulare penalità.

  2. Avatar

    Si parla tanto di plastica solo perché visibile, un silenzio assordante su detersivi, oli da cucina, fertilizzanti, liquami di allevamenti, lavaggi industriali, e tutti i detriti automobilistici (freni, gomme) che per i tombini finiscono nel mare,

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      Gigio, solo per informazione: le microplastiche non si vedono.

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      Claudio Costerni

      Giusto Gigio, concordo con quello che dici, anche se c’è sempre da tener presente la scarsissima o nulla biodegradabilità delle plastiche che prevalentemente si spezzettano fisicamente in parti sempre più fini.