Education of chlorella under the microscope in Lab. microalghe chlorella

L’alimentazione del futuro passerà anche dalle microalghe, microrganismi unicellulari dalle caratteristiche ottimali dal punto di vista nutrizionale, capaci di inglobare grandi quantità di CO2, necessaria per la loro crescita, e di rilasciare ossigeno. Ne sono convinti in molti nel mondo, come conferma la continua crescita degli stabilimenti di produzione, ma ora il Centre for marine bioproducts development (Cmbd) dell’Università australiana Flinders si propone di fare un passo ulteriore: studiare e ottimizzare la produzione fino a rendere l’Australia competitiva a livello mondiale.

Per raggiungere un obiettivo così ambizioso, i ricercatori vogliono sfruttare le peculiarità di diverse specie, oltre a quelle già utilizzate (soprattutto Chlorella e Spirulina), differenziando le microalghe particolarmente ricche in proteine da quelle che si distinguono per gli acidi grassi, per gli zuccheri o le fibre; una volta conosciuto nel dettaglio il metabolismo di ciascuna di esse, diventa abbastanza semplice potenziarne le caratteristiche ritenute più interessanti.

Spirulina e Chlorella sono le microalghe più utilizzate a livello commerciale

Per esempio, le specie marine hanno quantitativi molto alti di acidi grassi omega 3 come il DHA e l’EPA, oggi ricavati principalmente dai pesci da acquacoltura, con enormi conseguenze sull’ambiente. Quelli delle microalghe potrebbero soddisfare la domande crescente di queste sostanze. Analogamente, altre hanno una concentrazione di proteine paragonabile o talvolta superiore a quella della carne e, anche in questo caso, un loro impiego esteso potrebbe permettere di ridurre il ricorso agli animali da allevamento. Altre ancora, poi, contengono pigmenti, fibre, o grandi quantità di zuccheri, con molte possibili applicazioni industriali. Per questo alla Flinders si pensa di sperimentare numerosi tipi di bevande e alimenti, dalla pasta alle chips, dalle barrette al caviale, per proporre alternative sostenibili, così come nuove sostanze per l’industria chimica, carburanti innovativi e molto altro. 

Il punto di forza delle microalghe è nel loro ciclo vitale. Per la stragrande maggioranza di esse, infatti, sono sufficienti l’acqua e una buona irradiazione solare per innescare un processo fotosintetico che consuma molta CO2: per esempio, una piccola vasca delle dimensioni di 90x90x210 centimetri rilascia ossigeno e consuma 400 volte più biossido di carbonio delle piante che potrebbero essere messe a dimora nella stessa superficie. Produrre microalghe su scala industriale potrebbe quindi dare una mano anche al clima, contribuendo a eliminare CO2. E poiché c’è bisogno solo di un irraggiamento relativamente stabile, le coltivazioni possono esser situate anche in zone desertiche, purché ci sia acqua (anche non pura), evitando di consumare suoli più pregiati. In alternativa si possono costruire bioreattori al chiuso, il cui funzionamento può essere alimentato da sorgenti rinnovabili.

La produzione di microalghe assorbe grandi quantità di CO2 dall’atmosfera, senza consumare suoli preziosi

Per illustrare meglio in che cosa consistono le loro indagini, i ricercatori australiani citano uno studio appena pubblicato sull’International Journal of Biological Macromolecules, nel quale hanno analizzato, in un modello in vitro, se gli estratti di microalghe (spirulina) e alghe, unite a polvere di latte e incapsulate in microsfere di alginato (uno zucchero prodotto proprio dalle alghe), siano o meno digeribili. Il risultato è stato molto positivo, sia per quanto riguarda la parte di digestione gastrica, sia per quella intestinale. Nello studio sono state valutate diverse composizioni e gradi di viscosità dell’alginato, proprio per trovare le condizioni ideali per la digestione umana, e si è così mostrato come è possibile, senza passaggi particolarmente delicati o costosi, trasformare questi piccoli microrganismi verdi in fonte di nutrienti pregiati.

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Carlo De Paoli
Carlo De Paoli
27 Febbraio 2021 15:58

In uno studio di qualche tempo fa ho letto che la birra, nell’antico Egitto, faceva parte dell’alimentazione dei “lavoratori” addetti alla costruzione delle piramidi; tutti uomini liberi. Per quanto riguarda, invece, il commercio del vino nella Sicilia “musulmana”, sappiamo che era molto attivo ed anzi i mussulmani “battezzarono” una particolare qualità di vino con il nome, che è giunto fino a noi, di “Marsala” composto dai due termini arabi di: “Mars- Hallah, – Acqua di Hallah” ad indicare il particolare pregio di quel vino. Anche gli arabi facevano uso di vino, anche se la loro religione ne faceva divieto. C’è conferma di ciò nei rapporti degli ambasciatori veneziani che descrivevano come, alla corte di Costantinopoli periodicamente Sultani e cortigiani si prendevano certe “sbronze”. La cosa era proibita dal Corano, è vero, ma proprio per questo quella volta che si concedevano al “peccato” lo portavano fino in fondo ubriacandosi fino al punto da perdere i sensi.